Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9145 del 16/04/2010

Cassazione civile sez. trib., 16/04/2010, (ud. 10/03/2010, dep. 16/04/2010), n.9145

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPI Fernando – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – Consigliere –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. PERSICO Mariaida – Consigliere –

Dott. PARMEGGIANI Carlo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

GRUPPO INDUSTRIALE STYLING SRL, in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIALE DEL VIGNOLA 5

presso lo studio dell’avvocato RANUZZI LIVIA, rappresentato e difeso

dall’avvocato QUERCIA LUIGI, giusta delega in calce;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI MATERA, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA PIAZZALE DELLE BELLE ARTI 8 presso lo studio

dell’avvocato LONGOBARDI NINO, rappresentato e difeso dall’avvocato

ONORATI ENRICA, giusta delega, a margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 88/2005 della COMM. TRIB. REG. di POTENZA,

depositata il 19/01/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/03/2010 dal Consigliere Dott. MARIAIDA PERSICO;

udito per il ricorrente l’Avvocato RANUZZI LIVIA per delega Avv.

Luigi QUERCIA, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CENICCOLA Raffaele, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La società GRUPPO Industriale Styling s.r.l. proponeva ricorso avverso il silenzio-rifiuto del Comune di Matera, formatosi sulla sua richiesta di rimborso di quanto indebitamente versato dal 30.6.94 al 20.12.2000, a titolo di ICI, per un opificio per il quale, a causa di un errore commesso dall’UTE e riconosciuto dal medesimo con un accertamento effettuato in autotutela del 7.12.01, era stata versata un’imposta maggiore. Il Comune resisteva contestando quanto ex adverso dedotto ed invocando l’applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 35 e 36 e del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5. La Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso.

La relativa sentenza veniva impugnata dal Comune; entrambe le parti richiamavano ed insistevano su quanto dedotto in primo grado. La Commissione Tributaria Regionale con la sentenza indicata in epigrafe accoglieva l’appello.

Contro tale sentenza ricorre il contribuente con motivo quadruplo; il Comune resiste con controricorso; il ricorrente deposita altresì memoria.

Diritto

MOTIVI

Il contribuente assume che il mutamento della rendita catastale attribuita dall’UTE attraverso un accertamento effettuato in autotutela nel 2001 è stata determinata da un errore commesso dall’UTE stesso con il classamento del 14.6.93, e che pertanto la nuova rendita ha effetto ex tunc con conseguente diritto al rimborso di quanto indebitamente pagato. In virtù di tanto ha censurato l’impugnata sentenza – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5 e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, comma 1 – con il primo motivo per violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 156 c.p.c. e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 1, comma 2, e art. 36, comma 2, n. 4, per essere la sentenza gravata totalmente mancante di motivazione, cioè di un requisito indispensabile; con il secondo motivo per omessa e/o insufficiente motivazione su tutti i punti decisivi della controversia; con il terzo motivo per violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 1, comma 2, per avere omesso di pronunciarsi sulla specifica eccezione del parziale indebito dell’ICI versata a causa dell’errore commesso dall’UTE in occasione dell’originario classamento; con il quarto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e 5 e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, comma 1, per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 35 e 36 e D.Lgs. n. 504 del 1992, artt. 5 e 11, per essere circostanza provata documentalmente ed ammessa dal Comune nell’atto di appello il fatto che la variazione della rendita è stata determinata da un errore di calcolo da parte dell’UTE e comunque per essere tale variazione atto con effetto retroattivo in quanto pone rimedio in via di autotutela ad un vizio originario della rendita.

L’assunto in fatto sul quale la ricorrente fonda le proprie censure è contrastato dal Comune che non solo non riconosce affatto che il provvedimento emesso dall’UTE, su domanda del contribuente del 14.11.2001 riconosca l’errore iniziale commesso in sede di classamento del 14.6.93 apponendovi rimedio, ma definisce il provvedimento del 2001 come “illogico, contraddicono” e necessitante di “interpretazione”.

Alla luce di tale situazione in fatto devono ritenersi fondati i primi tre motivi del ricorso, che possono essere esaminati unitariamente denunciando, da diverse angolature, un vizio di motivazione.

Costituisce costante orientamento di questa Corte – condiviso dal Collegio e sicuramente pertinente anche alle sentenze del giudice tributario quello secondo cui l’estrema concisione della motivazione in diritto determina la nullità della sentenza, allorquando rende impossibile l’individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo (cfr. Cass. nn. 2711/1990, 5101/1999, 3282/1999, 1944/2001)”.

Alla luce di tale principio la impugnata sentenza deve considerarsi nulla in quanto la motivazione della stessa non solo non è autosufficiente (nel senso che solo dalla lettura della stessa e non aliunde sia possibile rendersi conto delle ragioni di fatto e di diritto che stanno alla base della decisione), ma è costituita, sul punto, solo da un assiomatica e concisa espressione: “Appaiono esistenti tutti i presupposti per l’esercizio impositivo da parte del Comune giustificato e legittimato da specifici riferimenti legislativi.” Tale frase si risolve in una petizione di principio proprio perchè disancorata da qualsiasi argomentazione che affronti e motivi in ordine alle eccezioni, che vengono meramente riportate ma non affrontate: in particolare manca il percorso logico-giuridico che ha portato il giudicante di merito a scegliere, tra le due opposte tesi fondate su di una diversa prospettazione dell’atto di accertamento dell’UTE, quella che lo interpreta quale rettifica del classamento D.P.R. n. 917 del 1986, ex art. 35.

Il quanto motivo resta assorbito nei primi tre.

La sentenza impugnata va pertanto cassata con rinvio ad altra commissione tributaria regionale per l’esame dell’atto di appello. La stessa provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale della Basilicata.

Così deciso in Roma, il 10 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2010

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