Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9138 del 02/04/2021

Cassazione civile sez. trib., 02/04/2021, (ud. 22/10/2020, dep. 02/04/2021), n.9138

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso iscritto al n. 7085/2014 proposto da:

D.G.E. rappresentata e difesa dagli avv.ti Tiziana Mevio e

Antonio de Cicco con domicilio eletto presso lo studio di

quest’ultimo in Roma via Giandomenico Romagnosi 1/B;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale

dello Stato domiciliato in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

Avverso la decisione della Commissione Tributaria Regionale della

Lombardia 165/50/13 depositata il 16/12/2013.

Udita la relazione del Consigliere Dott. Catello Pandolfi nella

camera di consiglio del 22/10/2020.

 

Fatto

RILEVATO

che:

D.G.E. ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza della CTR Lombardia n. 165/50/13 depositata il 16.12.2013.

La vicenda trae origine dalla notifica alla contribuente, da parte dell’Ufficio di Sondrio dell’Agenzia delle Entrate, dell’avviso di accertamento per la tassazione del reddito da locazione relativo a due immobili, venduti dalla ricorrente nel 2006. Canoni di locazione che l’Ufficio riteneva essere stati realmente percepiti dalla stessa, pur dopo la vendita. Per cui riteneva di dover recuperare a carico della sig.ra D.G. imposte e sanzioni relativamente all’anno 2007.

Giova ricordare che La sig.ra D.G. era, appunto, proprietaria di due immobili venduti alla società “Mercantile Leasing”, cha a sua volta li aveva concessi in leasing alla società MARE srl (costituita dalla stessa sig.ra D.G. e dai figli). La “Mare” aveva poi locato gli immobili, da un lato, percependo i canoni dai conduttori e, dall’altro, corrispondendo i canoni di leasing alla società “Mercantile”.

Dall’accertamento era risultato che l’ammontare del canone di leasing corrisposto alla “Mercantile” dalla “Mare”, era superiore al canone da essa percepito per la locazione dei due immobili. Conseguentemente, la società aveva chiuso l’esercizio in perdita, suscitando il rilievo di antieconomicità della gestione mosso dai verificatori, che ne traevano il convincimento che l’operazione di vendita dei due immobili dalla contribuente alla “Mercantile”, che poi li aveva concessi in leasing alla “Mare”, fosse frutto di interposizione fittizia D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 37, comma 3, integrando un’ipotesi di “abuso di diritto” da parte e a beneficio della contribuente.

La ricorrente ha opposto l’avviso di accertamento alla CTP di Sondrio, che accoglieva parzialmente il ricorso, confermando la tesi di fondo dell’Ufficio circa l’abuso di diritto, ritenendo invece non dovute le sanzioni per l’incertezza obiettiva della norma relativa. La sig.ra D.G. appellava la decisione, ma la CTR riteneva l’appello principale inammissibile per indeterminatezza dei motivi e rigettava nel merito l’appello incidentale, proposto dall’Amministrazione.

La contribuente, impugnata la decisione, basa il suo ricorso su di un unico motivo per violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53.

Resiste l’Ufficio con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Il giudice regionale aveva dichiarato inammissibile il gravame sul presupposto che “a sostegno dell’appello la contribuente si limita a riproporre pedissequamente tutto quanto esposto nel ricorso senza null’altro aggiungere..”. In particolare, affermava che “All’esito della discussione il collegio ritiene di dover dichiarare l’inammissibilità dell’appello per genericità dei motivi. L’atto invero non contesta le argomentazioni dei giudici di primo grado, non censura la loro decisione limitandosi a chiedere la riforma della sentenza reiterando tutto quanto esposto nel ricorso senza rilevare eventuali vizi o illogicità della sentenza. L’appello, limitandosi a reiterare i motivi già ampiamente esposti con il ricorso introduttivo, non si misura con la sentenza confutandone le argomentazioni, ma prescinde totalmente dalla motivazione”.

La C.t.r. ritiene siffatto quadro incompatibile con il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53. La tesi della Commissione è errata. Ed infatti la giurisprudenza di questa Corte, qui da ribadire, ha più volte affermato che “Nel processo tributario la riproposizione a supporto dell’appello delle ragioni inizialmente poste a fondamento dell’impugnazione del provvedimento impositivo (per il contribuente) ovvero della dedotta legittimità dell’accertamento (per l’Amministrazione finanziaria), in contrapposizione alle argomentazioni adottate dal giudice di primo grado, assolve l’onere di impugnazione specifica imposto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, quando il dissenso investa la decisione nella sua interezza e, comunque, ove dall’atto di gravame, interpretato nel suo complesso, le ragioni di censura siano ricavabili, seppur per implicito, in termini inequivoci. (Sez. 5 -, Sentenza n. 32954 del 20/12/2018).

Il principio di diritto richiamato trova piena applicazione nel caso in esame posto che la contribuente, proprio con il ribadire le ragioni già esposte nel ricorso introduttivo, ha reso esplicito ed inequivoci i motivi di censura mossi alla decisioni di prime cure, nella parte in cui la C.t.p. aveva confermato la tesi dell’Ufficio circa la sussistenza dell’abuso di diritto, ravvisata dai verificatori nell’operazione posta in essere dalla contribuente. Del resto, nel momento in cui la ricorrente ha appellato la prima decisione in quanto la Commissione non aveva accolto le ragioni esposte volte a dimostrare l’insussistenza dell’abuso diritto (come si legge nel preambolo dell’atto d’appello depositato in questa sede), costituente il nocciolo unico della sua opposizione all’atto impositivo; emerge palese l’intento di contestare le ragioni con cui il primo giudice aveva condiviso la premessa dell’accertamento. A tal fine richiamando, nel gravame, diffusamente, le argomentazioni espresse in primo grado. In altri termini, nel momento in cui, nell’appello, contesta le argomentazioni dell’Ufficio contesta, implicitamente, implicitamente ma inequivocamente, le ragioni della sentenza di primo grado che aveva condiviso il fondamento dell’atto impositivo.

Tanto precisato, ritiene il Collegio trovi applicazione quanto da questa Corte più volte affermato nel senso che “In tema di contenzioso tributario, la mancanza o l’assoluta incertezza dei motivi specifici dell’impugnazione, le quali, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 1, determinano l’inammissibilità dell’appello, non sono ravvisabili qualora il gravame, benchè formulato in modo sintetico, contenga una motivazione interpretabile in modo inequivoco, potendo gli elementi di specificità dei motivi ricavarsi, anche per implicito, dall’intero atto di impugnazione considerato nel suo complesso, comprese le premesse in fatto, la parte espositiva e le conclusioni; ciò in quanto il citato articolo deve essere interpretato restrittivamente, in conformità all’art. 14 preleggi, trattandosi di disposizione eccezionale che limita l’accesso alla giustizia, dovendosi pertanto consentire, ogni qual volta nell’atto sia comunque espressa la volontà di contestare la decisione di primo grado, l’effettività del sindacato sul merito dell’impugnazione.” (Sez. 5 -, Ordinanza n. 15519 del 21/07/2020).

Non ha poi pregio la censura di violazione del principio di autosufficienza mossa dalla controricorrente Amministrazione, secondo cui “i motivi del ricorso non riproducono i motivi dell’atto d’appello da cui risulterebbero chiaramente identificabili le argomentazioni che dimostrano l’erroneità della valutazione effettuata dal giudice dell’impugnazione”.

Infatti, nel caso, in esame la contribuente, come unico motivo di ricorso, lamenta la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, e quindi un error in iudicando. In tal caso è giurisprudenza costante di questa Corte che, ove il ricorrente denunci la violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., nel caso in esame conseguente alla declaratoria di inammissibilità dell’atto di appello per genericità dei motivi, ricorrono le condizioni per l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”. Esame diretto degli atti di merito che, nella specie, non poteva che, senza margine di dubbio, essere limitato a verificare la violazione o meno del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, essendo questo l’unico motivo di impugnazione.

All’uopo, la ricorrente ha depositato il fascicolo di parte ex art. 369 c.p.c., richiamandolo nell’indice (del ricorso per cassazione) degli atti quivi depositati. Il ricorso è quindi fondato, la sentenza impugnata va cassata e il giudizio rinviato alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, in diversa composizione, per il riesame ed anche per la definizione delle spese.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia il giudizio alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, in diversa composizione, per il riesame ed anche per la definizione sulle spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 aprile 2021

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