Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9130 del 01/04/2021

Cassazione civile sez. III, 01/04/2021, (ud. 14/10/2020, dep. 01/04/2021), n.9130

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SESTINI Danilo – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14130/2018 proposto da:

D.D., M.V., D.F., elettivamente

domiciliati in CHIETI, VIALE BENEDETTO CROCE, 7, presso lo studio

dell’Avvocato ANTONIO SERGIO SCAMPOLI, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

AZIENDA SANITARIA LOCALE N. (OMISSIS) LANCIANO-VASTO-CHIETI,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA AUGUSTO DI RIBOTY, 22, presso

lo studio dell’Avvocato ENRICO ZACCARETTI, rappresentata e difesa

dall’Avvocato MARIA RITA ARABELLA TENAGLIA;

– controricorrente –

e contro

GENERALI ITALIA SPA;

– intimata –

nonchè

da AZIENDA SANITARIA LOCALE N. (OMISSIS) LANCIANO-VASTO-CHIETI,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA AUGUSTO DI RIBOTY, 22, presso

lo studio dell’Avvocato ENRICO ZACCARETTI, rappresentata e difesa

dall’Avvocato MARIA RITA ARABELLA TENAGLIA;

– ricorrente incidentale –

contro

D.C., D.D., M.V., D.F.,

elettivamente domiciliati in CHIETI, VIALE BENEDETTO CROCE, 7,

presso lo studio dell’Avvocato ANTONIO SERGIO SCAMPOLI, che li

rappresenta e difende;

– controricorrenti al ricorso incidentale –

e contro

GENERALI ITALIA SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2374/2017 della CORTE D’APPELLO de L’AQUILA,

depositata il 19/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/10/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. D.D. e F., nonchè M.V., ricorrono, sulla base di un unico motivo, per la cassazione della sentenza n. 2374/17, del 19 dicembre 2017, della Corte di Appello de L’Aquila, che – accogliendo parzialmente il gravame esperito dai medesimi e da D.C. – ha condannato la ASL n. (OMISSIS) Lanciano-Vasto-Chieti (d’ora in poi, “ASL”) a corrispondere la somma di Euro 150.000,00 oltre interessi, al solo D.C., confermando, invece, il rigetto della domanda risarcitoria proposta da tutti gli altri appellanti in relazione ad un caso di “malpractice” sanitaria che aveva cagionato il decesso di una loro familiare.

2. In punto di fatto, i ricorrenti riferiscono di aver convenuto in giudizio la ASL (nella sua qualità di datrice di lavoro dei medici operatori presso il nosocomio di (OMISSIS)) per ottenere il risarcimento dei danni non patrimoniali da ciascuno di essi subiti “iure proprio” e, nel caso di D.C., anche “iure hereditatis”, in conseguenza del decesso della loro congiunta, D.I. (madre di D.C., suocera di M.V., nonchè nonna di D.D. e F.), avvenuto in data (OMISSIS), presso il predetto nosocomio. In particolare, essi attribuivano la causa del decesso all’omessa diagnosi e all’omesso trattamento terapeutico imputabili agli operatori sanitari in occasione dei due ricoveri avvenuti nel (OMISSIS), non avendo costoro prontamente individuato quelli che erano chiari segni di un’ischemia cardiaca, emergenti sin dal primo ricovero.

Il giudice di prime cure – dopo aver rigettato le richieste istruttorie formulate dagli attori, per genericità e irrilevanza delle circostanze dedotte nei capitoli di prova – respingeva interamente la domanda, sul rilievo che non fosse stato allegato nè provato il danno lamentato.

Proposto gravame, la Corte territoriale de L’Aquila lo accoglieva solo parzialmente, riconoscendo il risarcimento del danno unicamente a D.C., ritenendo sufficiente lo stretto legame parentale corrente tra questi e la defunta madre.

3. Avverso la decisione della Corte abruzzese ricorrono D.D. e F., nonchè M.V., sulla base – come detto – di un unico motivo.

3.1. Esso – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2043 e 2059 c.c. e degli artt. 2,29 e 32Cost., nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 24 Cost..

Si censura, nella sostanza, la sentenza d’appello nella parte in cui ha ritenuto che per configurare il “danno da rottura del rapporto parentale” occorre che parte attrice alleghi e provi di aver subito effettivamente un pregiudizio non patrimoniale a causa della morte di un congiunto, senza desumerlo, in via presuntiva, dalla rottura stessa del legame. Inoltre, la sentenza sarebbe errata laddove, dapprima, non ha ammesso la prova testimoniale, da ritenersi, invece, fondamentale ai fini della dimostrazione dei fatti costitutivi del diritto vantato, e poi ha concluso nel senso del rigetto della domanda risarcitoria, sul presupposto del difetto di ogni allegazione circa la continuità del rapporto parentale che si assume leso.

Secondo i ricorrenti, la sentenza impugnata sarebbe nulla per omessa motivazione in ordine alla mancata ammissione della prova testimoniale, che avrebbe provato l’esistenza, la continuità e l’attualità della relazione familiare, fino al momento del decesso, tra la vittima e la nuora e i nipoti, privando, così, il giudizio di un elemento decisivo e dirimente. La Corte territoriale, nel ritenere la prova testimoniale irrilevante, si sarebbe, infatti, limitata a riproporre le argomentazioni addotte dal primo giudice, “senza minimamente scrutinare i motivi di doglianza espressi” dagli appellanti.

4. La ASL ha resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, il rigetto.

Il ricorso sarebbe, infatti, inammissibile per avere la Corte territoriale deciso le questioni di diritto in modo del tutto conforme agli orientamenti giurisprudenziali consolidati in materia e non offrendo il motivo di ricorso spunti per il loro superamento. Inoltre, esso sarebbe volto a conseguire una nuova e diversa valutazione degli elementi di fatto in senso più favorevole ai ricorrenti.

Il motivo di ricorso, in ogni caso, sarebbe pure infondato, in quanto non si confronterebbe con la “ratio decidendi” della sentenza. Invero, la Corte territoriale ha escluso la rilevanza della prova testimoniale richiesta dagli odierni ricorrenti sulla base di una motivazione ampia e circostanziata che avrebbe evidenziato come i capitoli di prova – in un complessivo quadro di assoluta insufficienza della citazione, nonchè di omessa allegazione e prova dei fatti e dei danni lamentati – fossero comunque inidonei a provare la continuità e l’attualità del rapporto affettivo corrente tra costoro e la vittima.

5. Con distinto atto la ASL ha proposto, a propria volta, ricorso per cassazione, sulla base di due motivi.

5.1. Il primo motivo denuncia – a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2729 e 2059 c.c., laddove la sentenza d’appello ha utilizzato il ragionamento presuntivo per colmare l’omessa allegazione degli elementi costitutivi della pretesa risarcitoria, finendo così per configurare il danno parentale quale mero danno “in re ipsa”.

Nella specie, infatti, la Corte territoriale avrebbe riconosciuto il danno parentale a D.C. esclusivamente sulla base del dato formale della qualità di figlio rispetto alla vittima, dato da cui presumere l’esistenza di una sofferenza tale da determinarne l’alterazione della vita di relazione, ponendo a carico del danneggiante l’onere di dimostrare l’inesistenza di siffatto pregiudizio.

Un simile ragionamento sarebbe totalmente errato sotto un duplice profilo.

Innanzitutto, perchè configurerebbe il danno da rottura del rapporto parentale quale mero danno “in re ipsa”, fondato esclusivamente sul dato formale dell’esistenza di uno stretto legame parentale (rapporto genitori-figli).

In secondo luogo, il ragionamento compiuto dalla Corte territoriale sarebbe contraddittorio, laddove, da un lato, esclude il risarcimento in capo ai nipoti e alla nuora della defunta, in ragione della totale assenza di allegazione e prova degli elementi costitutivi del danno reclamato, mentre, dall’altro, lo riconosce a favore del figlio, colmando la stessa lacuna mediante un elemento presuntivo.

A sostegno della propria doglianza la ASL richiama il principio affermato da questa Corte secondo cui “la possibilità di provare per presunzioni non esonera chi lamenta un danno e ne chiede il risarcimento da darne concreta allegazione e prova” (è citata Cass. Sez. 3, ord. 17 gennaio 2018, n. 907).

5.2. Con il secondo motivo – proposto a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – è denunciata violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2056 e 1226 c.c., censurando la sentenza impugnata nella parte relativa alla valutazione equitativa del danno.

La quantificazione operata in favore di D.C. sarebbe errata, poichè non terrebbe conto della doverosa personalizzazione del danno, il quale deve essere parametrato all’intensità del vincolo, alla consistenza più o meno ampia della frequentazione, delle abitudini di vita, ecc..

Invero, la Corte territoriale avrebbe omesso completamente di considerare tali elementi, valorizzando esclusivamente l’età anagrafica della vittima e del di lei figlio.

6. Hanno resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione D.C., D. e F., nonchè M.V., chiedendone la declaratoria di improcedibilità o inammissibilità ovvero, in subordine, il rigetto.

Si deduce l’improcedibilità del ricorso avversario avendo la ASL depositato soltanto la copia della sentenza impugnata, a dispetto di quanto disposto dall’art. 369 c.p.c., che fa carico al ricorrente di depositare la “copia notificata” della sentenza impugnata.

Il ricorso sarebbe, comunque, inammissibile, in quanto le censure proposte finiscono per richiedere una nuova valutazione, incompatibile con il giudizio per cassazione, dei fatti e delle prove effettuata dalla Corte territoriale.

7. Entrambe le parti hanno depositato memorie, insistendo nelle proprie argomentazioni.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

8. In via preliminare, va disposta la riunione delle impugnazioni, che nella specie è obbligatoria, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., in quanto esse investono lo stesso provvedimento (Cass. Sez. Un., sent. 23 gennaio 2013, n. 1521, Rv. 624792-01; in senso conforme, tra le altre, Cass. Sez. 5, sent. 30 ottobre 2018, n. 27550, Rv. 651065-01).

9. Ciò premesso, il ricorso principale è fondato.

9.1. Nel procedere alla sua disamina, occorre preliminarmente rammentare i più recenti principi enunciati da questa Corte in tema di danno da lesione del “rapporto parentale”.

Si tratta, come noto, di evenienza che ricorre nell’ipotesi in cui il fatto illecito altrui causi l’uccisione di un congiunto (determinando, in questo caso, addirittura la perdita del rapporto suddetto) o una gravissima menomazione dell’integrità fisica dello stesso, legittimando, così, i componenti del “consortium” familiare a far valere una pretesa risarcitoria che trova fondamento negli artt. 2043 e 2059 c.c., in relazione agli artt. 2,29 e 30 Cost., nonchè – mercè la norma costituzionale interposta costituita dall’art. 8 CEDU, che dà rilievo al diritto alla protezione della vita privata e familiare – all’art. 117 Cost., comma 1 (in tal senso, in particolare, Cass. Sez. 3, ord. 27 marzo 2019, n. 8442, non massimata).

Siffatta pretesa risarcitoria non postula necessariamente un rapporto di convivenza tra i soggetti suddetti (si vedano, quanto in particolare al rapporto tra nonni e nipoti, Cass. Sez. 3, sent. 14 giugno 2016, n. 12146, Rv. 640287-01, nonchè, più di recente, Cass. Sez. 3, ord. 8 aprile 2020, n. 7743, Rv. 657503-01), ferma restando, però, la necessità che il congiunto alleghi e dimostri, in concreto, ancorchè mediante il ricorso alla prova presuntiva, l’esistenza di effettivi rapporti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto (o gravemente menomato), la cui perdita (o compromissione) evidenzi il danno non patrimoniale e ne consenta la liquidazione, in via equitativa, in relazione all’intensità di detti rapporti e alle ragionevoli ricadute della loro lesione (cfr. Cass. Sez. 3, sent. n. 21230 del 2016, cit.; in senso conforme Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2017, n. 29332, Rv. 646716-01; Cass. Sez. 3, sent. 31 gennaio 2019, n. 2788, Rv. 652664-02; Cass. Sez. 3, ord. 24 aprile 2019, n. 11212, Rv. 653591-01; Cass. Sez. 30 agosto 2019, ord. n. 21837, Rv. 655085-01).

Più in particolare, è stato affermato che “in caso di risarcimento del danno da perdita, o da lesione, del rapporto parentale, ferma la possibilità per la parte interessata di fornire la prova di tale danno con ricorso alla prova presuntiva, e in riferimento a quanto ragionevolmente riferibile alla realtà dei rapporti di convivenza e alla gravità delle ricadute della condotta”, spetterà, in ogni caso, “al giudice il compito di procedere alla verifica, sulla base delle evidenze probatorie complessivamente acquisite, dell’eventuale sussistenza di uno solo, o di entrambi, i profili di danno non patrimoniale” astrattamente ipotizzabili nella specie, ovvero quelli “della sofferenza eventualmente patita, sul piano morale soggettivo, nel momento in cui la perdita del congiunto è percepita nel proprio vissuto interiore, e quella, viceversa, che eventualmente si sia riflessa, in termini dinamico-relazionali, sui percorsi della vita quotidiana attiva del soggetto che l’ha subita” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 11 novembre 2019, n. 28989, Rv. 656223-01).

Orbene, è proprio “in tale quadro che emergerà, con intuitiva evidenza, il significato e il valore dimostrativo dei meccanismi presuntivi che, al fine di apprezzare la gravità o l’entità effettiva del danno, richiamano il dato della maggiore o minore prossimità formale del legame parentale (coniuge, convivente, figlio, genitore, sorella, fratello, nipote, ascendente, zio, cugino) secondo una progressione che, se da un lato, trova un limite ragionevole (sul piano presuntivo e salva la prova contraria) nell’ambito delle tradizionali figure parentali nominate, dall’altro non può che rimanere aperta alla libera dimostrazione della qualità di rapporti e legami parentali che, benchè di più lontana configurazione formale (o financo di assente configurazione formale: si pensi, a mero titolo di esempio, all’eventuale intenso rapporto affettivo che abbia a consolidarsi nel tempo con i figli del coniuge o del convivente), si qualifichino (ove rigorosamente dimostrati) per la loro consistente e apprezzabile dimensione affettiva e/o esistenziale” (Cass. Sez. 3, sent. n. 28989 del 2019, cit.). Analogamente, “ragionevole apparirà la considerazione, in via presuntiva della gravità del danno in rapporto alla sopravvivenza di altri congiunti o, al contrario, al venir meno dell’intero nucleo familiare del danneggiato; ovvero, ancora, dell’effettiva convivenza o meno del congiunto colpito con il danneggiato”, o, infine, “di ogni altra evenienza o circostanza della vita” (Cass. Sez. 3, sent. n. 28989 del 2019, cit.).

9.2. Orbene, questi principi non sono stati rispettati dalla sentenza impugnata.

Difatti, se “il danno da perdita del rapporto parentale che spetta “iure proprio” ai congiunti per la lesione della relazione parentale che li legava al defunto” – ove, come si è visto, la nozione di “congiunti” non va intesa limitatamente agli appartenenti alla cd. “famiglia nucleare” – risulta “risarcibile se sia provata l’effettività e la consistenza di tale relazione” (così, tra le più recenti, Cass. sez. 3, ord. n. 21837 del 2019, cit.), resta inteso che tale onere probatorio, come si è detto, potrà essere soddisfatto con “ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva” (Cass. Sez. 3, sent. n. 21230 del 2016, cit.).

Nel caso che occupa, la Corte territoriale ha rigettato la pretesa risarcitoria avanzata dai nipoti e dalla nuora della donna vittima di “malpractice” sanitaria, sul rilievo che gli stessi non avessero “allegato nè fornito alcuna prova circa la continuità dei rapporti con la “de cuius”” (già così errando, dal momento che nella giurisprudenza di questa Corte, più che la “continuità” del rapporto parentale, ciò che rileva è “l’effettività e la consistenza di tale relazione”, o meglio ancora, l’esistenza “di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto”), escludendo, inoltre, che potessero “ritenersi idonee al riguardo le richieste istruttorie non ammesse in prime cure”, visto che la prova testimoniale articolata sarebbe stata diretta “soltanto a provare che essi assistevano la congiunta”, ovvero che “ella, quando i nipoti erano piccoli, li teneva a pranzo”. Per contro, le circostanze capitolate – così come riprodotte nel presente atto di impugnazione, avendo in tal modo i ricorrenti anche soddisfatto il requisito di ammissibilità di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) – appaiono sufficientemente specifiche, nella prospettiva di fornire la prova della “effettività e consistenza” della relazione “di reciproco affetto e solidarietà” tra la defunta e suoi congiunti.

Difatti, il “thema probandum” era costituito dalla dimostrazione che la deceduta fosse stata “costantemente assistita” da nuora e nipoti (oltre che dal figlio), i quali “si alternavano nell’assistenza” non in modo episodico o saltuario, bensì “recandosi quotidianamente presso la casa” della stessa, “permanendovi per alcune ore”. Una circostanza, questa che, ove fosse stata confermata dall’escussione dei testi, costituiva un indice più che attendibile della consistenza della relazione parentale, come, del resto, quella – concernente, in particolare, la posizione dei nipoti che la donna avesse “cresciuto ed accudito” i medesimi “fino alla scuola media”, e ciò “in quanto i genitori erano entrambi dipendenti ed effettuavano orari incompatibili con quelli scolastici dei figli”, tanto che la loro nonna li “accompagnava giornalmente (…) a scuola e provvedeva a riprenderli all’uscita”, per poi preoccuparsi di “preparare il pranzo per gli stessi”. Anche tali fatti, come la permanenza dei nipoti presso la casa della nonna “nel periodo estivo”, risultavano sicuramente idonei a dimostrare quel “reciproco affetto e solidarietà” che, ai fini del riconoscimento della fondatezza della pretesa risarcitoria, deve connotare il rapporto parentale. E ciò specie se si considera che i nipoti (in una sorta di ideale “restituzione” di quanto in passato ricevuto), secondo quanto ulteriormente capitolato nella richiesta prova testimoniale, una volta divenuti adulti, “frequentavano abitualmente” la casa della loro nonna e che gli stessi “spesso si fermavano anche a pranzo”.

Pertanto, la decisione della Corte aquiliana (come già quella del giudice di prime cure) di non dare corso a siffatta prova testimoniale risulta illegittima, se è vero che “la motivazione deve ritenersi affetta dal vizio di contraddittorietà insanabile e viola, quindi, il “minimo costituzionale”, qualora il giudice di merito rigetti la domanda ritenendola non provata dopo aver respinto una richiesta non inammissibile di prova” (Cass. Sez. 3, ord. 9 novembre 2017, n. 26538, Rv. 646837-01).

10. Quanto al ricorso incidentale, va innanzitutto rigettata l’eccezione di improcedibilità sollevata dai ricorrenti principali (e con essi anche da D.C., controricorrente rispetto al ricorso incidentale).

10.1. Invero, stante il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza (in forza del quale, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo), il mancato deposito della copia notificata della sentenza è irrilevante, qualora risulti dagli atti del ricorrente principale.

Va, infatti, data continuità al principio secondo cui “in tema di giudizio di cassazione, il ricorrente incidentale è esonerato dal deposito della sentenza impugnata solo se vi ha già provveduto il ricorrente principale in conformità dell’art. 369 c.p.c.”, sicchè, solo in mancanza, “il ricorrente incidentale ha l’onere di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, la predetta sentenza corredata della relata di notifica” (Cass. Sez. 1, sent. 6 agosto 2015, n. 16548, Rv. 636337-01).

10.2. Tanto premesso, il ricorso incidentale va rigettato.

10.2.1. Il primo motivo non è fondato.

10.2.1.1. Non coglie, infatti, nel segno la censura secondo cui la sentenza impugnata avrebbe configurato il danno da rottura del rapporto parentale, subito da D.C., ovvero il figlio della deceduta, quale mero “damnum in re ipsa”.

In linea generale, non v’è dubbio – come si è detto – che spetti sempre al soggetto danneggiato da un fatto illecito dimostrare i fatti costitutivi della sua pretesa, e di conseguenza l’esistenza del danno stesso. Tale assunto trova applicazione anche con riguardo al “danno da rottura del rapporto parentale”, il quale non può dirsi sussistente “in re ipsa”, e pertanto deve essere allegato e provato da chi ne domandi il risarcimento. Tuttavia, tale prova può essere fornita, come illustrato, anche attraverso presunzioni semplici, ovvero invocando massime di esperienza e il cd. “id quod plerumque accidit”.

Come già sopra ribadito, con riguardo ai “congiunti appartenenti alla cd. famiglia nucleare (e cioè nei reciproci rapporti tra coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle) la suddetta perdita può sempre essere presunta” – e ciò, beninteso, sempre “fatta salva la prova contraria da parte del convenuto” – anche “solo in base alla loro appartenenza al medesimo “nucleo familiare minimo”” (si veda in tal senso, in motivazione, Cass. Sez. 3, ord. 14 ottobre 2019, n. 25774, non massimata).

Naturalmente si tratta pur sempre d’una “praesumptio hominis” ex art. 2727 c.c., con la conseguente possibilità per il convenuto di dedurre e provare l’esistenza di circostanze concrete, dimostrative dell’assenza di un legame affettivo tra la vittima ed il superstite, ad esempio provando che tra loro sussistevano rapporti connotati da indifferenza o da odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo (cfr. Cass. Sez. 6-3, ord. 15 febbraio 2018, n. 3767, Rv. 648035-02).

A tali principi si è attenuta, sul punto, la sentenza impugnata, che pertanto si sottrae ad ogni censura.

Nè essa incorre, come invece sostenuto dalla ricorrente incidentale, in alcuna contraddizione interna, nel rigettare, da un lato, la domanda risarcitoria azionata dai nipoti e dalla nuora della deceduta (peraltro, come si è detto, erroneamente), per omessa allegazione e prova della “continuità” del rapporto corrente con la stessa, e nell’accogliere, dall’altro, la domanda proposta dal figlio. Si tratta, per vero, di rapporti dotati di un differente grado di intensità secondo il cd. “id quod plerumque accidit”, e si è già detto quale sia “il significato e il valore dimostrativo dei meccanismi presuntivi che, al fine di apprezzare la gravità o l’entità effettiva del danno, richiamano il dato della maggiore o minore prossimità formale del legame parentale (coniuge, convivente, figlio, genitore, sorella, fratello, nipote, ascendente, zio, cugino)” (Cass. Sez. 3, sent. n. 28989 del 2019, cit.).

10.2.2. Anche il secondo motivo non è fondato.

10.2.2.1. La doglianza investe, in questo caso, i criteri – ritenuti non congrui – che hanno guidato la determinazione quantitativa del danno.

La liquidazione del danno non patrimoniale, invero, avviene in via equitativa, ex art. 2056 c.c., sulla base di apprezzamenti discrezionali del giudice di merito, non sindacabili in sede di legittimità purchè la motivazione della decisione dia adeguatamente conto del processo logico attraverso il quale si è pervenuti alla liquidazione, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo.

Difatti, “l’esercizio, in concreto, del potere discrezionale conferito al giudice di liquidare il danno in via equitativa non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità”, purchè “la motivazione della decisione dia adeguatamente conto dell’uso di tale facoltà, indicando il processo logico e valutativo seguito” (da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 13 ottobre 2017, n. 24070, Rv. 64583101; in senso analogo Cass. Sez. 1, sent. 15 marzo 2016, n. 5090, Rv. 639029-01), essendosi anche precisato che “al fine di evitare che la relativa decisione si presenti come arbitraria e sottratta ad ogni controllo”, occorre “che il giudice indichi, almeno sommariamente e nell’ambito dell’ampio potere discrezionale che gli è proprio, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al “quantum”” (Cass. Sez. 3, sent. 31 gennaio 2018, n. 2327, Rv. 647590-01).

D’altra parte, nella medesima prospettiva, si è sottolineato che la liquidazione equitativa del danno risulta insindacabile in sede di legittimità, salvo che i criteri adottati “siano manifestamente incongrui rispetto al caso concreto, o radicalmente contraddittori, o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza, ovvero l’esito della loro applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto” (da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 25 maggio 2017, n. 13153, Rv. 644406-01; nello stesso senso già Cass. Sez. 3, sent. 8 novembre 2007, n. 23304, Rv. 600376-01, Cass. Sez. 3, sent. 14 luglio 2004, n. 13066, Rv. 574567-01).

Nel caso che occupa, la Corte territoriale ha utilizzato le cd. “tabelle del Tribunale di Milano”, liquidando, per giunta, una somma (Euro 150.000,00) inferiore alla soglia minima da esse prevista (Euro 163.990,00), dando rilievo ad una serie di indici, individuati nell’età sia della deceduta (anni ottantuno) che del figlio all’epoca della morte della madre (anni cinquantatre), oltre che nella circostanza della non convivenza.

11. In conclusione, in accoglimento del solo ricorso principale, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio alla Corte di Appello de L’Aquila, in diversa composizione, perchè decida la causa nel merito, nel rispetto dei principi di cui ai p.p. 8.1. e 8.2., oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio, salvo quelle attinenti al rapporto processuale tra D.C. e la ASL, ormai totalmente definito, con la conseguenza che le spese processuali relative al presente giudizio vanno liquidate come da dispositivo.

12. A carico della ricorrente incidentale sussiste l’obbligo di versare, se dovuto, l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ex art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso principale e cassa, in relazione, la sentenza impugnata, rinviando alla Corte di Appello de L’Aquila, in diversa composizione, per la decisione nel merito, oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio. Rigetta il ricorso incidentale e, in ragione dell’esaurimento del rapporto processuale tra la ASL n. (OMISSIS) Lanciano-Vasto-Chieti e D.C., condanna la prima a rifondere al secondo le spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 5.500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, più spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

A norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente incidentale, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, ai sensi del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 14 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 1 aprile 2021

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