Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9105 del 01/04/2021

Cassazione civile sez. lav., 01/04/2021, (ud. 23/09/2020, dep. 01/04/2021), n.9105

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15957/2018 proposto da:

GOETHE INSTITUT, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PORTA PINCIANA 4, presso lo

studio dell’avvocato GIAN LUCA MARUCCHI, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

V.D.M.D. IN M., elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA ANTONIO GRAMSCI 14, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO

HERNANDEZ, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5145/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/11/2017 r.g.n. 7526/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/09/2020 dal Consigliere Dott. DANIELA BLASUTTO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con ricorso dinanzi al Tribunale di Roma, in funzione di giudice del lavoro, il Goethe Institut proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo con il quale veniva ordinato il pagamento in favore di M.D. ( V.D.M.D. in M., avente doppia cittadinanza, italiana e tedesca) della somma di Euro 142.738,02 a titolo di TFR maturato in ragione del rapporto di lavoro dipendente in esecuzione tra le parti fino al 30 aprile 2009, deducendo in particolare, oltre al difetto di giurisdizione del giudice italiano e alla prescrizione, che la lavoratrice aveva accettato di applicare al proprio rapporto di lavoro il contratto collettivo tedesco (BAT) di volta in volta in vigore presso il Goethe Institut, contratto collettivo che non prevede il TFR, a fronte di una retribuzione maggiore rispetto a quella di un dipendente cittadino italiano.

2. Con sentenza n. 7512/2013 il Tribunale di Roma accoglieva l’opposizione. Affermata la giurisdizione del giudice italiano e rigettata l’eccezione di prescrizione sollevata dall’opponente, riteneva applicabile alla controversia la norma nazionale sul TFR, escludendo tuttavia che la lavoratrice avesse subito un danno, poichè il TFR era stato conglobato nella retribuzione.

3. M.D. proponeva appello dinanzi alla Corte di appello di Roma, ribadendo che al rapporto di lavoro era applicabile la legge italiana sia in base alla Convenzione di Roma sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali del 19.6.1980, sia in forza del BAT sottoscritto tra le parti, che faceva salva, all’art. 2, comma 2, l’applicazione delle leggi locali; che la norma nazionale che disciplina il TFR ha natura cogente e come tale non può essere derogata; che il TFR non è un pagamento ritardato che può essere inglobato nella retribuzione; che l’applicazione del “BAT” al rapporto individuale non implicava una rinuncia al TFR.

4. Con sentenza n. 5145/2017, la Corte di appello di Roma, rigettate le eccezioni riproposte in appello dal Goethe Institut (eccezione di nullità della notifica del decreto ingiuntivo ed eccezione di prescrizione), in riforma della decisione di primo grado, respingeva l’opposizione a decreto ingiuntivo, compensando integralmente le spese del doppio grado di giudizio.

5. Per quanto qui ancora interessa la Corte territoriale statuiva che secondo la Convenzione di Roma, in particolare l’art. 6, comma 2, lett. a), mancando la scelta delle parti circa la normativa da applicare, il contratto di lavoro tra le parti doveva intendersi regolato dal diritto italiano, cioè dalla legge del Paese in cui il lavoratore, in esecuzione del contratto compie abitualmente il suo lavoro. La Corte romana statuiva poi non esservi dubbi sulla cogenza dell’art. 2120 c.c., che quindi sì sarebbe dovuto applicare anche se le parti avessero scelto una normativa straniera. La Corte territoriale accoglieva anche il motivo di appello relativo all’inglobamento del TFR nella retribuzione, statuendo che l’inglobamento nella retribuzione del TFR è possibile solo in presenza di un accordo tra datore e lavoratore, accordo non emerso nella fattispecie, ed in presenza di specifiche condizioni, pure non sussistenti, e doveva escludersi che la lavoratrice avesse rinunciato al TFR mediante la sottoscrizione dell’accordo “BAT”.

6. Contro quest’ultima sentenza il Goethe Institut propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi. M.D. resiste con controricorso, seguito da memoria ex art. 380-bis.1. c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Il ricorso è parzialmente fondato, analogamente a quanto statuito da questa Corte con la sentenza n. 30416 del 2019, in fattispecie completamente sovrapponibile a quella in esame, riguardante un’altra dipendente del Goethe Institut che, del pari, aveva rivendicato il pagamento del TFR. In questa sede devono essere richiamati testualmente i passaggi argomentativi posti a fondamento della precedente pronuncia, essendo del tutto analoghe anche le censure svolte dal Goethe Institut.

2. Con il primo motivo il Goethe Institut denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 3 della Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (resa esecutiva con la L. n. 975 del 1984) ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Il ricorrente rimprovera in particolare al giudice di appello di essere giunto all’applicazione alla fattispecie controversa della legge italiana sulla base dell’art. 6, comma 2, lett. a) della Convenzione, che fa riferimento, per i rapporti di lavoro, alla legge del luogo ove si svolge la prestazione di lavoro, sulla base del falso presupposto del non avere le parti scelto l’applicazione della legge tedesca a termini del citato art. 3, circostanza che invece emergeva chiaramente dagli atti e che sarebbe stata affermata da numerosi precedenti di merito che avevano interessato altri dipendenti del Goethe Institut.

3. Con il secondo motivo viene denunciata la violazione del citato art. 6, comma 2, della stessa Convenzione, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Deduce il ricorrente che anche a voler seguire la Corte territoriale sulla mancanza di scelta della legge applicabile effettuata dalle parti, tale Corte avrebbe errato nell’applicare la regola dell’art. 6, comma 2, lett. a) della Convenzione, che come detto fa riferimento, per i rapporti di lavoro, alla legge del luogo ove si svolge la prestazione di lavoro, giacchè essa non avrebbe tenuto conto della “norma di chiusura” dell’art. 6 che prevede una deroga a detta regola – come a quella prevista dalla successiva lett. b), che fa riferimento alla legge del Paese dove si trova la sede che ha proceduto ad assumere il lavoratore, qualora questi non compia abitualmente il suo lavoro in uno stesso Paese – allorchè risulti dall’insieme delle circostanze che il contratto di lavoro presenta un collegamento più stretto con un altro Paese. Questa norma sarebbe stata ignorata dalla Corte d’appello, tra l’altro in spregio degli insegnamenti della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

4. Con il terzo motivo il Goethe Institut lamenta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 6, comma 1, della stessa Convenzione di Roma, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Questa doglianza riguarda un’ulteriore statuizione della sentenza impugnata che, pur dichiarando assorbito il secondo motivo di appello della M., che sosteneva in ogni caso la natura cogente dell’art. 2120 c.c. in tema di riconoscimento del TFR, ha ritenuto di condividere tale natura cogente, considerando, in astratto, dovuto il TFR anche laddove le parti avessero scelto una normativa straniera, in base al citato art. 6, comma 1 della Convenzione di Roma che fa salva l’applicazione delle norme imperative nazionali. Secondo l’Istituto ricorrente, che cita diverse sentenze di merito che avrebbero accolto questa tesi, la normativa italiana sul TFR potrebbe considerarsi cogente solo nella misura in cui detta retribuzione differita comporti effettivamente un trattamento economico complessivamente più favorevole per il lavoratore.

5. Con il quarto motivo il ricorrente deduce nullità della sentenza e/o del procedimento ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 112 c.p.c.. Vengono sollevate due doglianze: con la prima, si lamenta l’omessa pronuncia della Corte di appello sulle eccezioni del Goethe Institut volte a quantificare il TFR in misura minore di quella riportata nel decreto ingiuntivo; con la seconda si deduce la mancata considerazione sempre da parte della Corte di appello della richiesta del ricorrente volta alla dichiarazione dell’assenza dei presupposti per l’emissione del decreto ingiuntivo.

6. Il primo motivo, che viene presentato come denuncia della violazione di norme di diritto, in realtà non muove alcun rimprovero alla sentenza impugnata sul modo nel quale la norma invocata, cioè dell’art. 3 della Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (resa esecutiva con la L. n. 975 del 1984; in seguito: la Convenzione), applicabile ratione temporis, è stata interpretata ed applicata dalla Corte territoriale. L’istituto ricorrente lamenta, come si è detto, che la Corte romana sia giunta all’applicazione alla fattispecie controversa della legge italiana sulla base dell’art. 6, comma 2, lett. a) della Convenzione, che fa riferimento, per i rapporti di lavoro, alla legge del luogo ove si svolge la prestazione di lavoro, sulla base del falso presupposto del non avere le parti scelto l’applicazione della legge tedesca a termini del citato art. 3, circostanza che invece emergeva chiaramente dagli atti e che sarebbe stata affermata da numerosi precedenti di merito che avevano interessato altri dipendenti del Goethe Institut.

7. Sono quindi inammissibilmente sollevate in questa sede questioni di puro fatto relativamente alla circostanza – accertata negativamente dalla Corte di appello – della scelta della legislazione tedesca che le parti avrebbero compiuto secondo l’Istituto ricorrente. Non viene neanche denunciato un vizio di motivazione. Il motivo è dunque da rigettare.

8. Il secondo motivo è invece fondato e deve essere accolto.

9. Effettivamente la Corte territoriale, pur trascrivendo integralmente l’art. 6 della Convenzione di Roma, compresa la “norma di chiusura” invocata dall’Istituto ricorrente, applica direttamente il paragrafo 2 lett. a) di questa disposizione, che rinvia alla legge del luogo di esecuzione della prestazione di lavoro, e non dà minimamente conto dell’esame globale delle circostanze, che astrattamente potrebbero far ritenere che il contratto di lavoro presenti “un collegamento più stretto con un altro Paese”, ciò che condurrebbe all’inapplicabilità della lett. a) e all’applicazione della legge di quest’ultimo Paese.

10. La giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea ha fissato con chiarezza i principi che presiedono all’applicazione di questa disposizione.

11. La Corte di Lussemburgo ha osservato che si deve innanzitutto ricordare che l’art. 6 della Convenzione di Roma fissa norme di diritto internazionale privato speciali relative al contratto individuale di lavoro che derogano a quelle di carattere generale di cui agli artt. 3 e 4 della Convenzione in esame, riguardanti rispettivamente la libertà di scelta della legge applicabile e i criteri di determinazione di quest’ultima in mancanza di una scelta siffatta (v., in tal senso, sentenze del 15.3. 2011, Koelzsch C-29/10, Racc. pag. 1-1595, punto 34, e del 15.12.2011, Voogsgeerd, C-384/10, Racc. pag. 1-13275, punto 24, citata dall’Istituto ricorrente). E’ vero che l’art. 6, paragrafo 1, di detta Convenzione prevede che la scelta della legge applicabile al contratto di lavoro ad opera delle parti non può portare a privare il lavoratore delle garanzie previste dalle norme imperative della legge che regolerebbe il contratto in mancanza di una scelta siffatta. Tuttavia, l’art. 6, paragrafo 2, della Convenzione di Roma sancisce, dal canto suo, i criteri di collegamento specifici che consentono di determinare la lex contractus, in mancanza di scelta ad opera delle parti (sentenza Voogsgeerd, cit., punto 25). Tali criteri sono, in primo luogo, quello del Paese in cui il lavoratore “compie abitualmente il suo lavoro”, di cui all’art. 6, paragrafo 2, lett. a), della Convenzione di Roma, e, in subordine, in mancanza di un siffatto luogo, quello in cui si trova la “sede che ha proceduto ad assumere il lavoratore”, quale previsto all’art. 6, paragrafo 2, lett. b), di tale Convenzione (sentenza Voogsgeerd, cit., punto 26). Inoltre, secondo l’ultimo capoverso del già menzionato paragrafo 2, questi due criteri di collegamento non sono applicabili qualora dall’insieme delle circostanze emerga che il contratto di lavoro presenta un collegamento più stretto con un altro Paese, nel qual caso è applicabile la legge di tale diverso Paese (sentenza Voogsgeerd cit., punto 27).

12. Secondo la Corte di giustizia, come risulta dallo spirito e dalla lettera dell’art. 6 della Convenzione di Roma, il giudice deve, in un primo tempo, procedere alla determinazione della legge applicabile sulla base dei criteri di collegamento specifici di cui al paragrafo 2, rispettivamente lett. a) e lett. b), di tale articolo, i quali rispondono alla generale esigenza di prevedibilità della legge e quindi di certezza del diritto nelle relazioni contrattuali (v., per analogia, sentenza del 6.10.2009, ICF, C-133/08, Racc. pag. 1-9687, punto 62). Tuttavia, qualora risulti dall’insieme delle circostanze che il contratto di lavoro presenta un collegamento più stretto con un altro Paese, spetta al giudice nazionale escludere i criteri di collegamento di cui all’art. 6, paragrafo 2, lett. a) e b), della Convenzione di Roma e applicare la legge di tale diverso Paese. Risulta infatti dalla giurisprudenza della Corte che il giudice può prendere in considerazione ulteriori elementi del rapporto di lavoro, ove appaia che quelli riguardanti l’uno o l’altro dei due criteri di collegamento, sanciti dall’art. 6, paragrafo 2, della Convenzione di Roma, inducono a ritenere che il contratto presenti un collegamento più stretto con uno Stato diverso da quello risultante dall’applicazione dei criteri di cui all’art. 6, paragrafo 2, rispettivamente lett. a) e lett. b), di tale Convenzione (v., in tal senso, sentenza Voogsgeerd, punto 51).

13. Tale interpretazione si concilia anche con la formulazione della nuova disposizione sulle norme di diritto internazionale privato relative ai contratti individuali di lavoro, introdotta dal Regolamento Roma I, non applicabile in questo procedimento ratione temporis. Infatti, in forza dell’art. 8, paragrafo 4, di tale Regolamento, se dall’insieme delle circostanze risulta che il contratto di lavoro presenta un collegamento più stretto con un Paese diverso da quello indicato ai paragrafi 2 o 3 di tale articolo, si applica la legge di tale diverso Paese (v., per analogia, sentenza Koelzsch, cit., punto 46; v. sentenza Schlecker, C-64/12, 12.9.2013).

14. Dalla lettura della sentenza impugnata non emerge alcuna indagine volta alla verifica della condizione negativa (o eccezione) dell’applicabilità dei criteri di cui all’art. 6, paragrafo 2, rispettivamente lett. a) e lett. b), della Convenzione, verifica che pure è necessaria, come si è visto, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, e alla quale si dovrà procedere in sede di rinvio.

15. Gli altri motivi di ricorso restano assorbiti.

16. Segue alle svolte considerazioni la cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo; accoglie il secondo, assorbiti il terzo e il quarto. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 23 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 1 aprile 2021

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