Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9094 del 02/04/2019

Cassazione civile sez. VI, 02/04/2019, (ud. 28/02/2019, dep. 02/04/2019), n.9094

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – rel. Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6684-2018 proposto da:

S.H., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato NOVELLO ANTONINO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto n. R.G. 14596/2017 del TRIBUNALE di CATANIA,

depositato il 06/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 28/02/2019 dal Consigliere Relatore Dott. SAMBITO

MARIA GIOVANNA C..

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, comma 1, il cittadino pakistano S.H. impugnava, innanzi al Tribunale di Catania – Sezione Specializzata in materia di immigrazione -, il provvedimento di rigetto delle richieste di protezione internazionale emesso nei suoi confronti dalla competente Commissione Territoriale. L’adito Tribunale emetteva decreto con il quale respingeva il ricorso, ritenendo non credibile il ricorrente, insussistenti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, non provato il pericolo di una sua esposizione al rischio di danno grave alla persona, ed esclusa una condizione di violenza generalizzata nella regione di provenienza dello stesso. Avverso tale provvedimento, il richiedente ha proposto ricorso con tre motivi. Il Ministero non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I primi due motivi del ricorso, che denunciano la violazione dell’art. 112, c.p.c.; del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3,5 e 14,sono in parte infondati ed in parte inammissibili.

2. Il decreto impugnato ha valutato la credibilità intrinseca delle dichiarazioni rese dal richiedente, ritenendo che: a) il suo racconto non era attendibile, perchè privo di coerenza interna (non si comprendeva perchè i mujahedin avrebbero lasciato due zaini presso l’abitazione del richiedente, perchè egli li avrebbe aperti, pur sapendo a chi appartenevano; perchè i mujahedin gli avrebbero consentito di buttarli nel fiume e perchè avrebbero aspettato un mese e mezzo per attaccare per di più prendendo di mira la casa di sua nonna invece che la sua persona); b) la regione del Kashmir era tranquilla, non essendovi più scontri tra il governo pakistano ed i sostenitori del Kashmir indipendente.

3. Se, a tale stregua, il riferimento alla violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato resta esclusa (nè è chiarita l’istanza di merito che non sarebbe stata esaminata), va rilevato che il tribunale si è espressamente richiamato ai criteri posti dalle disposizioni invocate nell’escludere la credibilità intrinseca delle dichiarazioni rese dal richiedente: e tale apprezzamento costituisce un accertamento di fatto che può essere messo in discussione in questa sede solo denunciando, ove ne ricorrano i presupposti, il vizio di omesso esame ex art. 360 c.p.c., n. 5, che non è stato dedotto, ma non anche contrapponendo, come fa il ricorrente, una diretta valutazione di verosimiglianza dei fatti narrati. Per il resto, la prima censura si limita a richiamare i principi giurisprudenziali in materia di dovere di cooperazione dell’Ufficio, senza considerare che la valutazione di credibilità soggettiva costituisce una premessa indispensabile perchè il giudice debba dispiegare il suo intervento, e che le dichiarazioni che siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non richiedono alcun approfondimento istruttorio officioso (Cass. n. 5224 del 2013; n. 16925 del 2018), salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente, ma non è questo il caso, dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass. n. 871 del 2017). Sotto altro profilo, l’estraneità, già a monte, del racconto rispetto ai fatti di persecuzione individuati quale presupposto per il riconoscimento dello status di rifugiato non è stata contestata.

4. In relazione al caso della “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), oggetto del secondo motivo, va, anzitutto, rilevato che in base alle indicazioni ermeneutiche fornite dalla Corte di Giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014, C-542/13, par. 36), richiamate dallo stesso ricorrente, “l’esistenza di un conflitto armato interno potrà portare alla concessione della protezione sussidiaria solamente nella misura in cui si ritenga eccezionalmente che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, ai sensi della direttiva, art. 15, lett. c), a motivo del fatto che il grado di violenza indiscriminata che li caratterizza raggiunge un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia (v., in questo senso, Corte Giustizia UE 17 febbraio 2009, Elgafaji, C-465/07, e 30 gennaio 2014, Diakitè, C-285/12; vedi pure Cass. n. 13858 del 2018). L’accertamento negativo per la tesi del ricorrente effettuato in sede di merito, si è basato sulle acquisite informazioni (e non solo sulla valutazione di non credibilità soggettiva), e l’apprezzamento di tali informazioni costituisce un giudizio di fatto rimesso al giudice del merito, che può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., n. 5, (Cass. n. 30105 del 2018). Ed il motivo non indica il fatto decisivo il cui esame sarebbe stato omesso e che avrebbe condotto ad una decisione differente, in quanto il ricorrente si limita a trascrivere alcuni brani tratti da report di Amnesty International, in cui si dà conto di limitazioni delle libertà individuali, di pratiche di detenzioni illegali e tortura, e delle indicazioni tratte dal sito del MAE, che consigliano di limitare i viaggi a quelli indispensabili ed individuano la presenza di “aree di particolare cautela”, ma nulla di attinente a conflitti armati, nei sensi di cui si è esposto, sicchè il motivo si risolve in un’inammissibile richiesta di un riesame dei fatti circa i paventati rischi in caso di rientro nel Paese di origine. Il richiamo al principio secondo cui Ce nell’esame della domanda non può prendersi in considerazione la possibilità del richiedente di trasferirsi in altra regione del proprio Paese non è pertinente, perchè muove dal presupposto, qui insussistente, che nella zona di sua provenienza sia stata accertata la sussistenza di fondati motivi di temere di esser perseguitato o di rischi effettivi di subire danni gravi.

5. Col terzo motivo, si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32,comma 3, e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione al mancato riconoscimento della protezione umanitaria. Premesso, al riguardo, che la disciplina di cui al D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha sostituito la disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari con la previsione di casi speciali di permessi di soggiorno, non trova applicazione in relazione alle domande proposte, come nella specie, prima della sua entrata in vigore da valutare, dunque, in base alla normativa esistente al momento della loro presentazione (Cass. n. 4890 del 2019), il motivo è infondato. L’omessa pronuncia è all’evidenza insussistente, avendo il Tribunale espressamente respinto la relativa richiesta, ed il ricorrente non prospetta neppure alcuna situazione di vulnerabilità, non essendo all’uopo, sufficiente la stipulazione di un contratto di lavoro (Cass. n. 4455 del 2018).

6. Non va provveduto sulle spese in assenza di attività difensiva della parte intimata. Essendo il ricorrente stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato, non ricorrono i presupposti per il versamento del doppio contributo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 2 aprile 2019

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