Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9071 del 15/04/2010

Cassazione civile sez. II, 15/04/2010, (ud. 18/02/2010, dep. 15/04/2010), n.9071

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – rel. Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 3093-2005 proposto da:

V.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA QUINTINO SELLA 41, presso lo studio dell’avvocato CARRUBBA

CORRADO, rappresentato e difeso dagli avvocati CAPRIOLI GIOVANNI,

GIOFFREDA ALESSANDRO;

– ricorrente –

contro

Q.M. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, P.LE CLODIO 12, presso lo studio dell’avvocato MARZO GIULIO

CESARE, rappresentata e difesa dall’avvocato GALLUCCIO MEZIO

FRANCESCO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 625/2003 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 10/11/2003;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/02/2010 dal Consigliere Dott. ETTORE BUCCIANTE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 3 maggio 2001 il Tribunale di Lecce – adito da V.C. nei confronti di Q.M. – respinse la domanda dell’attore, diretta a ottenere la dichiarazione di risoluzione per inadempimento del contratto preliminare di vendita di un immobile, tra loro intercorso il (OMISSIS), nonchè la condanna della convenuta al risarcimento dei danni e alla restituzione degli acconti che le erano stati versati.

Impugnata da V.C., la decisione è stata confermata dalla Corte d’appello di Lecce, che con sentenza del 10 novembre 2003 ha rigettato il gravame, ribadendo che Q.M. – come già rilevato dal Tribunale – aveva firmato la scrittura in questione in nome e per conto di T.A., Q.R. e Q.G., senza averne la procura, sicchè nei suoi confronti non poteva essere esercitata alcuna azione contrattuale, ma semmai quella di risarcimento per responsabilità aquiliana.

V.C. ha proposto ricorso per cassazione, in base a due motivi, poi illustrati anche con memoria.

Q.M. si è costituita con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di impugnazione V.C. lamenta che “i giudici di merito hanno errato nel ritenere che M.Q., in quanto auto-dichiaratasi rappresentante dei Sig.ri T. A., Q.G. e Q.R., non potesse essere convenuta in giudizio per la risoluzione del contratto”: secondo il ricorrente, “l’assenza di ratifica non rende nullo il contratto ma vincola in proprio le parti contraenti, che nella specie sono V.C. e Q.M.”, la quale “nel preliminare del (OMISSIS) aveva assunto la veste di promittente venditrice” e “di fronte alle ripetute contestazioni rivoltele delle gravi inadempienze (che rendevano impossibile la stipulazione dell’atto definitivo di compravendita), mai ha rappresentato la propria estraneità agli addebiti, esibendo la procura o comunque i dati essenziali di essa, che mettessero il V. in condizioni di proporre le relative istanze ai soggetti da lei rappresentati”.

La censura è infondata.

Correttamente il giudice di secondo grado, avendo constatato che “la Q. ha stipulato il contratto preliminare di compravendita per conto dei sigg.ri T.A., Q.R. e Q. G. e con piena loro rappresentanza”, senza però essere munita di procura, ha concluso nel senso che “il V. non aveva, in nessun caso, legittimazione e titolo per proporre la domanda di risoluzione nei confronti della Q., posto che … nemmeno il falsus procurator assume la veste di parte sostanziale del contratto, fatta salva la sua responsabilità risarcitoria”. Così argomentando, il giudice di secondo grado si è puntualmente uniformato alla costante giurisprudenza di legittimità (v., per tutte, Cass. 27 novembre 2006 n. 25126, 28 agosto 2008 n. 18191), secondo cui il negozio concluso in nome altrui da chi non ne ha il potere non da luogo ad alcun vincolo di natura contrattuale con l’altra parte, ma è solo fonte di responsabilità aquiliana, sotto il profilo della culpa in contraendo.

Con il secondo motivo di ricorso V.C. osserva che “nè il Tribunale nè la Corte d’appello si sono posto il problema della ammissibilità della eccezione, e cioè se, in effetti, 3093/2005 quella sollevata dalla Q. attenesse realmente alla legittimazione o se, invece, non si trattasse semplicemente della titolarità del rapporto dedotto in giudizio, con tutte le relative conseguenze”.

L’assunto è inconferente.

Le “conseguenze” da trarre dalla distinzione segnalata dal ricorrente attengono alla rilevabilità di ufficio del solo difetto di legittimazione e non anche della carenza di titolarità (v., per tutte, Cass. 3 marzo 2009 n. 12832), ma nella specie la questione è ininfluente, posto che già nel costituirsi in giudizio la convenuta aveva eccepito di aver stipulato il contratto non “in proprio”, ma in rappresentanza di altre persone.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato, con conseguente condanna del ricorrente a rimborsare alla resistente le spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in 200,00 Euro, oltre a 2.000,00 Euro per onorari, con gli accessori di legge.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare alla resistente le spese del giudizio di cassazione, liquidate in 200,00 Euro, oltre a 2.000,00 Euro per onorari, con gli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 aprile 2010

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