Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9034 del 15/04/2010

Cassazione civile sez. III, 15/04/2010, (ud. 23/02/2010, dep. 15/04/2010), n.9034

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MORELLI Mario Rosario – Presidente –

Dott. FILADORO Camillo – Consigliere –

Dott. FEDERICO Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. UCCELLA Fulvio – Consigliere –

Dott. TALEVI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 14889/2006 proposto da:

D.R.E. (OMISSIS), D.R.R., D.R.

L., M.G. n.q. di eredi del compianto Sig. D.

R.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA LIMA 48, presso

lo studio dell’avvocato EMILIA LANZILLOTTA, rappresentati e difesi

dall’avvocato SALERNO Carmelo giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

D.R.M. (OMISSIS);

– intimato –

sul ricorso 17493/2006 proposto da:

D.R.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA R. GRAZIOLI

LANTE 16, presso lo studio dell’avvocato BONAIUTI DOMENICO,

rappresentato e difeso dagli avvocati FERRI MARIO, SPADAFORA GIUSEPPE

giusta delega a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente –

contro

D.R.R., D.R.L., M.G., D.R.

E.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 297/2005 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

Sezione Seconda Civile, emessa il 27/4/2004, depositata il

21/03/2005, R.G.N. 1268/2003;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

23/02/2010 dal Consigliere Dott. GIOVANNI FEDERICO;

udito l’Avvocato CARMELO SALERNO;

udito l’Avvocato VITTORIO ATTOLINO per delega degli Avvocati MARIO

PERRI GIUSEPPE SPADAFORA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SCARDACCIONE Eduardo Vittorio, che ha concluso per il rigetto del

ricorso principale e del ricorso incidentale.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

D.R.M. intimava a D.R.A. lo sfratto per morosità da un immobile sito in (OMISSIS) e l’intimato, costituitosi in giudizio, si opponeva alla convalida, eccependo l’inesistenza di un contratto di locazione e proponendo domanda riconvenzionale per il riconoscimento del suo diritto di proprietà sull’immobile in questione.

Denegata l’ordinanza di rilascio e disposto il mutamento del rito, il Tribunale di Cosenza rigettava sia la domanda di risoluzione contrattuale che quella riconvenzionale del convenuto.

Proposto da D.R.M. appello, resistito da D.R.E., R., L. e M.G., quali eredi di D.R. A., che a loro volta proponevano appello incidentale.

Con sentenza depositata il 21.3.05 la Corte d’appello di Catanzaro rigettava entrambi gli appelli: avverso detta sentenza le parti appellate hanno proposto ricorso per cassazione, con due motivi, mentre D.R.M. ha resistito al gravame con controricorso con cui ha proposto anche ricorso incidentale affidato ad un solo motivo.

I ricorrenti hanno depositato in atti anche una memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va disposta preliminarmente la riunione dei ricorsi ex art. 335 c.p.c..

a) ricorso principale.

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano il vizio di motivazione insufficiente e contraddittoria circa un fatto controverso, e cioè l’esistenza della porzione di immobile contesa al momento del venir meno della comunione ereditaria, nonchè la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c..

Con il secondo motivo lamentano insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo e cioè il possesso pacifico ventennale e comunque la violazione degli artt. 1158, 1142, 1146 e 2697 c.c. e artt. 116, 184 e 356 c.p.c..

1. Il primo motivo è infondato.

Infatti, la sentenza impugnata, con motivazione assolutamente logica ed adeguata, ha evidenziato che, stando alle risultanze della c.t.u.

espletata nel giudizio di primo grado e relativa allo stato dei luoghi, era emerso che, al momento dello scioglimento della comunione ereditaria, il locale litigioso non esisteva, spiegando che l’immobile in questione non risultava dalle mappe catastali e che nessun riferimento al medesimo era rintracciabile nell’atto di scioglimento della comunione.

Si aggiungeva che il locale in oggetto, attiguo a quello del defunto D.R.A., risultava insistente sulla corte di D.R. M. e che non era stato possibile stabilire l’epoca della sua avvenuta costruzione.

La valutazione degli elementi probatori rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito e si sottrae, quindi, ad ogni sindacato di legittimità quando sia sorretta da motivazione immune da vizi logici ed errori giuridici.

Le doglianze, invece, addotte dai ricorrenti tendono tutte a conseguire il riesame del merito della causa attraverso una rilettura delle risultanze processuali, che non è consentita nel giudizio di cassazione.

Va aggiunto anche, per completezza di motivazione, che tali censure non possono considerarsi comunque conformi al principio di autosufficienza del ricorso, in quanto la parte, che si dolga, attraverso lo strumento di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, di un’errata valutazione di risultanze istruttorie, non può invocare il sindacato di legittimità trascrivendo solo passi saltuari di prove testimoniali e documentali, nonchè dell’elaborato peritale o dello stesso interrogatorio ex art. 420 c.p.c., di D.R.M., che sono fuorvianti nella loro parzialità (v. Cass. n. 10576/03), nè sostituire una personale rielaborazione delle prove alla sintesi operata dal giudice di merito del complessivo materiale probatorio, in tal modo contrapponendo alla ratio decidendi una propria valutazione.

2. Anche il secondo motivo è infondato.

Ed invero, la sentenza impugnata ha spiegato, con motivazione logica e coerente anche se succinta, le ragioni per le quali ha ritenuto l’infondatezza della domanda di usucapione, richiamandosi per relationem alle argomentazioni sul punto svolte dal giudice di primo grado, secondo cui le acquisite deposizioni testimoniali avevano comprovato esclusivamente l’esistenza del locale in questione, ma non anche il possesso pacifico e ventennale richiesto ai fini dell’usucapione.

Le censure addotte dai ricorrenti non meritano accoglimento in quanto mirano manifestamente al riesame del merito della causa attraverso una rilettura delle emergenze probatorie, che hanno costituito oggetto della valutazione critica dei giudici di merito.

b) ricorso incidentale.

Con l’unico motivo il resistente lamenta insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e cioè la materiale esistenza del locale per cui è causa, nonchè circa la sussistenza del rapporto locatizio in relazione a detto locale, e violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., art. 2697 c.c., comma 2.

Tale motivo è infondato.

Ed invero, la Corte di merito, con motivazione assolutamente logica ed immune da errori giuridici, ha compiutamente spiegato le ragioni per le quali ha ritenuto che non fosse stata dimostrata l’esistenza di un contratto di locazione tra le parti, facendo correttamente riferimento alla circostanza che il “blocchetto di ricevute”, che secondo l’assunto di D.R.M. sarebbero state relative al pagamento dei canoni di locazione da parte di D.R.A., non risultava in realtà idoneo e sufficiente a provare il dedotto rapporto contrattuale per mancanza nelle suddette “ricevute”, al di là della mera a sottoscrizione della sola prima ricevuta, di qualsiasi specificazione che consentisse di risalire all’asserito atto negoziale.

Quanto poi alla doglianza circa la motivazione relativa all’esistenza o meno del “locale litigioso”, si rileva che trattasi in realtà di un fatto assolutamente non decisivo ai fini del giudizio.

Infatti, la sentenza impugnata si è limitata ad osservare, come è stato sopra detto, che “al momento dello scioglimento della comunione ereditaria, il locale litigioso non esisteva”, che esso insisteva sulla corte di proprietà di D.R.M. e che non era stato possibile stabilire “l’epoca della avvenuta costruzione”.

E’ evidente, infatti, che tali elementi non risultano affatto decisivi al fine dell’accertamento in ordine alla sussistenza o meno di un contratto di locazione tra le parti avente ad oggetto il locale in questione.

c) Vanno, pertanto, rigettati sia il ricorso principale che quello incidentale.

Ricorrono giusti motivi, stante la reciproca soccombenza, per l’integrale compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

PQM

Riunisce i ricorsi e li rigetta, dichiarando compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 aprile 2010

 

 

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