Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8987 del 15/04/2010

Cassazione civile sez. un., 15/04/2010, (ud. 09/03/2010, dep. 15/04/2010), n.8987

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Primo Presidente f.f. –

Dott. PREDEN Roberto – Presidente di sezione –

Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere –

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. TIRELLI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso iscritto al n. 22411 del Ruolo Generale degli affari

civili del 2009, proposto da:

T.F., presidente della sezione del riesame del

Tribunale di Roma, elettivamente domiciliata in Roma, al Corso

d’Italia n. 19, presso l’avv. Francario Fabio, che lo rappresenta e

difende per procura in calce al ricorso.

– ricorrente –

contro

1) PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE SUPREMA DI

CASSAZIONE.

2) MINISTRO DELLA GIUSTIZIA in carica, ex lege domiciliato in Roma

alla Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello

Stato.

– intimati –

avverso la sentenza della sezione disciplinare del Consiglio

Superiore della Magistratura n. 101/09 del 26 giugno – 27 luglio

2009, che ha dichiarato il ricorrente colpevole di avere scritto, “in

violazione del D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, lett. g),

nella qualità di presidente della sezione del riesame del Tribunale

di Roma ed estensore del provvedimento, in grado d’appello ex art.

310 c.p.p., l’ordinanza 31.3.2006, nel procedimento a carico di

D.N. ed altri, contenente grave violazione dell’art. 627

c.p.p.”, perchè, in sede di rinvio seguito all’annullamento di

analogo provvedimento dello stesso tribunale ed estensore del 23

maggio 2005, non si era uniformato alla sentenza della cassazione per

le questioni di diritto in esso decise, fondando la decisione sugli

stessi argomenti per i quali in precedenza era stata annullata, ed

aveva omesso l’esame dei punti di diritto indicati dalla Corte

Suprema in ordine alla configurabilità del reato di cui all’art. 416

c.p., limitandosi a trascrivere testualmente il contenuto

dell’ordinanza cassata, cui faceva espresso rinvio affermando che il

contenuto di essa costituiva “parte essenziale del presente

provvedimento”.

Udita, alla pubblica udienza del 9 febbraio 2010, la relazione del

Cons. Dr. Fabrizio Forte.

Uditi l’avv. Francario per il ricorrente, e il P.M. Dr. APICE

Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

In data 13 marzo 2005 il P.M. presso il Tribunale di Roma chiedeva l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari a carico di D.N. ed altri imputati dei delitti di cui agli artt. 416 e 633 c.p., commi 1 e 2, al G.I.P., il quale, pur ritenendo sussistere per gli stessi gravi indizi di colpevolezza del delitto di associazione per delinquere al fine di commettere una pluralità di delitti, ha affermato che, per i motivi socio-politici a base di tali reati era da prevedere la concessione dell’attenuante dell’art. 62 c.p., n. 1, con irrogazione d’una pena inferiore a quella dell’art. 274 c.p.p., lett. c), ed ha quindi respinto la richiesta del pubblico ministero.

L’appello del P.M. contro tale provvedimento era accolto con ordinanza n. 964 del 23 maggio 2005 dal Tribunale di Roma in composizione collegiale, presieduto dal Dr. T., che, in accoglimento del gravame, applicava la misura degli arresti domiciliari per alcuni degli imputati.

Su ricorso di questi ultimi, la sentenza del 12 gennaio 2006 n. 5075 della seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza che precede ritenuta viziata per violazione e disapplicazione dell’art. 416 c.p., mancando nella sua motivazione la individuazione di una “regola” associativa cui avrebbero aderito gli imputati, tutti appartenenti al gruppo “Action Roma”, apparendo contraddittorio e illogico definire tale associazione un gruppo impegnato sia per la risoluzione del problema della casa in sede politico-sociale che per l’esecuzione di una serie di occupazioni di edifici non programmate da tutti gli aderenti nè ritenute indispensabili a realizzare il fine associativo per concludere che gli imputati appartenevano a un’associazione per delinquere senza aderire ad un programma di invasioni di immobili o reati, e senza chiarire se tale fosse l’intero gruppo “Action Roma” o una parte di coloro che partecipavano alla vita di tale organizzazione.

In particolare, i giudici di legittimità ritenevano che dall’ordinanza oggetto di ricorso non risultava se, per le modalità in cui s’erano svolti le varie occupazioni di edifici contestate, queste costituissero il fine stesso dell’associazione ovvero un insieme di reati commessi dagli imputati in concorso e con il vincolo della continuazione.

In sede di rinvio e a seguito dell’annullamento del primo provvedimento lo stesso tribunale del riesame pronunciava altra ordinanza del 31 marzo 2006 n. 461, che riaffermava la necessità di adozione delle misure cautelari limitative della libertà personale degli imputati già decise nel 2005 con ordinanza anche essa annullata dalla Cassazione con sentenza del 30 novembre 2006 n. 3 0693 e nuovo rinvio della causa al tribunale di Roma, perchè l’atto aveva violato l’art. 627 c.p.p., non uniformandosi ai principi di diritto già enunciati in cassazione e ripetendo la motivazione illogica e incerta del precedente atto già cassato.

Il presidente della sezione della Corte di legittimità, segnalava al P.G. l’anomalia del provvedimento annullato, in rapporto al comportamento del Dr. T., presidente del collegio ed estensore della motivazione di entrambe le ordinanze, nella seconda delle quali, emessa in sede di rinvio, non si erano esaminate le questioni della sussistenza degli elementi di prova del delitto di associazione a delinquere, come disposto con la precedente sentenza n. 5075/06 della stessa Corte di cassazione. Il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, con nota del 15 gennaio 2008, promuoveva l’azione disciplinare nei confronti del Dr. T. F. per gli addebiti di cui al capo di incolpazione riprodotto in epigrafe; in data 5 maggio 2008 l’incolpato, interrogato dal sostituto procuratore generale della Corte, ha negato la stessa sussistenza dell’incolpazione e sostenuto di avere solo ricapitolato gli elementi di fatto che a suo avviso avevano dato luogo alla individuazione del delitto di cui all’art. 416 c.p., affermato sia dal G.I.P., con provvedimento non impugnato per tale parte dal P.M. e condiviso sul punto dal collegio in sede di riesame, con richiamo dello stesso per relationem nella seconda ordinanza poi annullata, che, come la prima, aveva solo affermato la sussistenza delle esigenze cautelari negate dal giudice monocratico.

Il T. ha negato comunque che l’atto giurisdizionale da lui esteso fosse affetto da errore macroscopico e frutto di negligenza inescusabile e che sussistessero gli estremi per la incolpazione, trattandosi di provvedimento in cui si esprimeva l’attività giurisdizionale non censurabile in sede disciplinare e solo impugnabile in cassazione, ai sensi dell’art. 628 c.p.p. per violazione dell’art. 627 c.p.p., comma 3, per non essersi il tribunale in sede di rinvio uniformato alla sentenza della Corte di legittimità che aveva rimesso la causa dinanzi ad esso.

Su richiesta del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione del 12 febbraio 2009, il Dr. T. era quindi tratto a giudizio dinanzi alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura (da ora: C.S.M.) che, con sentenza del 26 giugno-27 luglio 2009, su conforme parere del procuratore generale a dibattimento, lo ha dichiarato responsabile della violazione di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, lett. g), e ha inflitto la sanzione disciplinare dell’ammonimento. Ha ritenuto il C.S.M. la irrilevanza della deduzione dell’incolpato relativa alla corresponsabilità di tutti i componenti del collegio, in quanto colpevole della condotta contestata era il solo estensore del provvedimento, per avere adottato la medesima motivazione dell’atto già annullato.

Il Dr. T. quale presidente del collegio e autore materiale della motivazione doveva rispondere della stessa e comunque l’esistenza di eventuali concorrenti nella violazione disciplinare non costituisce esimente della responsabilità per il magistrato incolpato.

Era poi ritenuta infondata e da respingere la difesa del magistrato, per la parte in cui affermava che la nuova ordinanza era solo affetta da vizi di legittimità o di motivazione, poi riconosciuti dalla Cassazione, da denunciare con gli ordinari mezzi di impugnazione, per cui essa non poteva costituire l’illecito disciplinare nell’esercizio delle funzioni di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2.

Ad avviso del C.S.M. la condotta del Dr. T. aveva dato luogo a una grave violazione di legge, cioè quella dell’art. 627 c.p.p., norma che non poteva affermarsi essere stata ignorata dall’estensore del provvedimento, per cui l’avere ripetuto la motivazione già ritenuta illogica e omessa, in ordine alla sussistenza degli indizi di colpevolezza del delitto di associazione per delinquere (art. 416 c.p.), era derivato da sua negligenza personale inescusabile, configurandosi così la fattispecie di cui all’art. 2, lett. g) del decreto più volte citato con un comportamento evidenziante uno stato qualificato in sentenza di “pigrizia”, per il quale si era omesso il nuovo esame dei fatti imposto dalla sentenza della Corte di cassazione n. 5075 del 2006 e la necessità per i destinatari dell’atto di impugnare in cassazione la nuova ordinanza, la cui motivazione si articolava in modo identico a quella già estesa dal T. in precedenza cassata.

Il C.S.M. ha ritenuto che il giudice nel caso non abbia “voluto” disattendere la richiesta di riesame della Corte suprema, anche se ha omesso la nuova valutazione a lui demandata colposamente, per la “pigrizia” già richiamata, espressione di negligenza inescusabile di lui; avere ripetuto la motivazione del provvedimento già annullato ha costituito la “condotta” di cui all’incolpazione, per la quale il Dr. T. è stato condannato alla sanzione dell’ammonimento.

Ad avviso del C.S.M., se non è sanzionabile disciplinarmente l’attività del giudice “di interpretazione di norme di diritto e …

di valutazione del fatto e delle prove” (D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 2), nella fattispecie, non si verte in un caso di responsabilità per attività ermeneutica del magistrato, ma sussiste un comportamento materiale, espressione di pigrizia e negligenza che, se fosse stato doloso, avrebbe comportato sanzioni ben più gravi per la scelta deliberata di non uniformarsi in sede di rinvio a quanto deciso nella sentenza di legittimità, ripetendo i motivi dell’ordinanza già annullata, con “grave” negligenza, espressa nell’adozione di un provvedimento di contenuto identico ad altro già annullato perchè in contrasto con norme di legge e inadeguatamente motivato, anche sul piano logico, limitando con tale atto la libertà personale degli imputati con la misura cautelare adottata, senza adempiere agli oneri di legge, conseguenti al precedente annullamento della prima ordinanza, di individuare, sul piano indiziario, gli elementi del delitto di cui all’art. 416 c.p., determinante per l’adozione della misura cautelare stessa.

S’è quindi escluso esplicitamente che il riconoscimento della responsabilità disciplinare nel caso costituisca un vulnus alla autonomia dell’attività giurisdizionale e all’indipendenza dei giudici e la sentenza del C.S.M. ha irrogato all’incolpato la sanzione per la condotta tenuta nel motivare la nuova ordinanza, indipendentemente da ogni valutazione sul contenuto dell’atto. Per la cassazione di tale sentenza notificata all’interessato il 7 agosto 2009, ha proposto ricorso di tre motivi il T. “nei termini e con le forme previsti dal codice di procedura penale”, depositando l’atto presso la segreteria della sezione disciplinare del C.S.M. la quale ha comunicato l’impugnativa al Ministro della Giustizia, che non ha svolto difese in questa sede, anche se ha presenziato alla udienza di discussione, a mezzo dell’Avvocatura generale dello Stato;

il ricorrente ha depositato ai sensi dell’art. 378 c.p.c., memoria illustrativa dei motivi di ricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il ricorso si censura la sentenza del C.S.M. anzitutto per aver ritenuto che nel caso non si verta in una fattispecie di responsabilità disciplinare per l’emissione di un atto giurisdizionale, ma in un caso di condotta negligente e inescusabile, che ha dato luogo a grave violazione di legge ad opera dell’incolpato in un atto dallo stesso scritto ai sensi del D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, lett. g), e dei principi generali da tale normativa ricavabili, denunciandosi il contrasto della decisione impugnata con gli artt. 101, 102, 108 e 111 Cost. e con il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. 1), relativo all’emissione di provvedimenti immotivati, in ragione della pretesa disapplicazione dal ricorrente dell’art. 628 c.p.p., comma 2.

Afferma il ricorrente che la norma cui si riferisce il capo di incolpazione (D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. g)), è di difficile applicazione, perchè confligge con il principio di tassatività delle violazioni perseguibili in via disciplinare nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali per l’emissione di provvedimenti con gravi violazioni di legge e alle condotte che li hanno determinati, imponendo accertamenti di particolare rigore e attenzione, nel caso in concreto mancati.

La stessa affermazione del C.S.M. che nessun rilievo ha la natura collegiale del provvedimento per la valutazione disciplinare del contenuto della motivazione, conferma l’approccio non corretto alla questione dalla decisione impugnata, non potendo applicarsi comunque la fattispecie tipizzata nel D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. g), ad attività precedente alla entrata in vigore della norma e potendo inoltre il vizio del nuovo atto denunciarsi con i normali rimedi impugnatori, essendo illogico far ricadere la responsabilità della motivazione di un provvedimento collegiale sul solo giudice estensore. I presupposti e limiti della verifica disciplinare degli atti emessi nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali sono connessi a valori e norme costituzionali, quali l’autonomia e l’indipendenza del giudice soggetto solo alla legge (art. 101 Cost., comma 2), pure se i compiti dei magistrati sono “regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario” (art. 102 Cost., comma 1, e art. 108 Cost.), per cui può costituire condotta disciplinarmente rilevante anche l’emanazione di un provvedimento giurisdizionale. Con la sentenza S.U. 28 marzo 1985 n. 2181 si era chiarito che, ferma restando la non perseguibilità disciplinare dell’atto giurisdizionale, è sempre possibile sanzionare “comportamenti” a base dello stesso con le incolpazioni contestate, che devono prescindere dalla valutazione del contenuto del provvedimento del giudice oggetto degli ordinari mezzi di impugnazione, che sono gli unici con cui si può sindacare il contenuto dell’atto.

Entrare nel merito dei provvedimenti senza collegare la perseguibilità disciplinare dell’incolpato a elementi esterni ad essi e alle circostanze in cui è maturata la decisione che è stata nel caso collegiale, significa confondere il comportamento con il provvedimento, risolvendo il primo nel secondo, e violando in tal modo principi e posizioni costituzionalmente protette.

Escluso che il comportamento possa ricondursi alla mera motivazione, in difetto di qualsiasi dissenso nella stessa evidenziato degli altri membri del collegio, appare chiaro l’errore della decisione impugnata nel tenere distinta la responsabilità dell’estensore per la motivazione da lui scritta da quella degli altri componenti del collegio, perchè comunque, anche in sede di rinvio, i motivi integrano il cuore del provvedimento e la loro stesura comporta la inconfigurabilità dell’illecito disciplinare, di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. g).

E’ stato un errore del C.S.M. avere ritenuto rilevante, sul piano disciplinare, un provvedimento del giudice del rinvio che non s’è conformato alla sentenza della Cassazione in ordine alla questione di diritto da questa decisa relativa alla configurabilità, nella fattispecie concreta, del delitto di cui all’art. 416 c.p., necessaria per l’adozione della misura cautelare limitativa della libertà personale, perchè tale illegittimità dell’ordinanza in sede di rinvio ai sensi dell’art. 628 c.p.p., va censurata con altro ricorso per Cassazione.

Nessun rilievo ha dato il C.S.M. alle circostanze in cui è maturata la decisione e alla mancanza di qualsiasi dissenso su di essa dagli altri componenti del collegio in ordine alla motivazione adottata oltre che all’assenza di una loro dissociazione rispetto a questa, che andava quindi attribuita a tutti i componenti il collegio e s’è ritenuta del solo estensore. In precedenza tale incolpazione si è avuta solo nel caso di provvedimento in cui la motivazione s’è fondata su presupposti di fatto inesistenti, che l’incolpato aveva indicato con chiaro travisamento dei fatti, per cui s’era giunti alla decisione collegiale (S.U. 27 luglio 2007 n. 16626, richiamata in ricorso).

Altro precedente specifico è citato nella impugnazione per un caso in cui si lamentavano una molteplicità di carenze e di vuoti in più motivazioni degli atti o in un’ipotesi di confusione tra più modelli prestampati delle decisioni, che aveva reso impossibile il controllo di esse con comportamento costituente violazione disciplinare, che aveva provocato l’esistenza di tali vuoti con l’uso degli stampati (S.U. 28 novembre 2007 n. 24661).

Nella fattispecie, ad avviso del ricorrente, nessuna condotta reiterata si è avuta, perchè il Dr. T. ha avuto sempre un comportamento corretto ed esemplare nelle funzioni esercitate e dovendosi escludere la “pigrizia” di lui nella stesura dell’atto, della quale è cenno nella decisione del C.S.M., per avere egli prodotto ben 1140 ordinanze nel periodo intercorso tra le date dei due provvedimenti la cui pretesa identità gli è addebitata.

1.2. In secondo luogo si deduce la concreta inesistenza della violazione disciplinare di cui il ricorrente è stato incolpato e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. g), in rapporto all’art. 627 c.p.p., comma 3, non sussistendo la grave violazione di legge e la negligenza inescusabile, se non fondate su un travisamento dei fatti nella motivazione che nel caso non vi è stato da parte dell’incolpato e apparendo erronea e immotivata la pronuncia del C.S.M. su tale punto decisivo.

Afferma il ricorso che, nel capo di incolpazione contestato al T., non è chiaro se si contesti la violazione dell’obbligo di uniformarsi alla sentenza della Cassazione, cui non potrebbe però sottrarsi l’intero collegio, ovvero il non dare conto in modo chiaro del riesame dal provvedimento della esistenza degli indizi del delitto di cui all’art. 416 c.p., sui quali il giudice di legittimità aveva sollecitato chiarimenti in ordine alle circostanze che lo identificano, affermandosi, erroneamente, che “l’estensore si limitava a reiterare e trascrivere testualmente il contenuto della ordinanza annullata in sede di rinvio”, con le insufficienze motivazionali sugli indizi di colpevolezza in rapporto a tale delitto già riscontrate nel primo atto.

La “pigrizia” attribuita al Dr. T. viene affermata dal C.S.M., perchè il contenuto del nuovo provvedimento in sede di rinvio sarebbe stato ripreso e riprodotto dall’atto annullato dalla Cassazione, senza “rivedere la motivazione”, come era suo dovere, quale giudice del rinvio tenuto ad uniformarsi ai principi enunciati in sede di legittimità, giudice il cui comportamento non avrebbe quindi scusanti.

Come si vede, il C.S.M. censura il contenuto del provvedimento, in contrasto con quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza della Corte, in rapporto al perseguimento disciplinare di atti del giudice nell’esercizio delle sue funzioni e, nel caso, il Dr. T. nega in ricorso, che l’ordinanza di cui è stato estensore non abbia nuovamente esaminato la questione su cui s’era pronunciata la sentenza della Corte Suprema, che aveva annullato la precedente ordinanza del riesame, per carenze motivazionali sulla esistenza di indizi in ordine alla commissione del reato associativo, avendo egli rinnovato la motivazione con la seconda ordinanza del marzo 2006. La Corte di cassazione, con la sua sentenza n. 5075 del 2006, aveva ritenuto l’ordinanza impugnata del 23 maggio 2005 del Tribunale del riesame, “affetta da vizio di motivazione e da scarsa chiarezza e puntualità nella individuazione del fenomeno associativo, nel cui contesto i singoli episodi delittuosi andrebbero inseriti”; l’ordinanza è stata cassata perchè la fattispecie dell’associazione a delinquere non era stata trattata in modo logico e coerente, non essendovi in essa argomenti che consentissero di distinguere l’ipotesi di concorso nei reati di occupazione contestati, uniti dal vincolo della continuazione, rispetto a quella ritenuta dell’associazione per delinquere. In sostanza, il difetto di motivazione (lunga, disomogenea, non coerente nè lineare, poco chiara e non puntuale) della prima ordinanza annullata dalla Cassazione n. 5075/06 costituiva, ad avviso del ricorrente, un invito a restringere i motivi della decisione, rendendola più chiara e precisa; la nuova motivazione ad avviso del Dr. T. è stata difforme dalla precedente ed essendo impugnabile con il ricorso per cassazione, era incensurabile in via disciplinare.

Afferma il ricorrente di avere solo recuperato il passo più chiaro della precedente motivazione dell’ordinanza del 2005, consapevolmente da lui ripreso, che riproduceva l’ordinanza del G.I.P., che aveva affermato l’esistenza di chiari indizi di colpevolezza degli imputati in ordine al delitto di associazione per delinquere, ma aveva escluso le esigenze cautelari di limitazione della libertà personale, rigettando le richieste del P.M., con prognosi di concessione della attenuante dell’art. 62 c.p., n. 1, che avrebbe determinato una pena detentiva inferiore nel massimo a quella dell’art. 274 c.p.p., lett. c). Il tribunale del riesame in sede di rinvio, con argomentazioni che peraltro rispondono specificamente alle questioni e censure della prima pronuncia della Cassazione, ha ritenuto ingiustificata la detta previsione del G.I.P..

Il primo equivoco del C.S.M. è stato quello di ritenere la nuova ordinanza del tribunale del riesame meramente ripetitiva della precedente cassata: ciò è esatto solo per le pagine da 8 a 11 della motivazione del secondo provvedimento del tribunale, in cui è riprodotta l’ordinanza appellata del G.I.P. ed i motivi della stessa sugli indizi di colpevolezza a carico degli imputati per il delitto di associazione per delinquere, non valutati dalla prima sentenza di legittimità.

Per le pagine da 12 a 18 del nuovo provvedimento, nessuna ripetizione vi è stata della pregressa ordinanza e da esse emerge la puntualizzazione richiesta dal giudice di legittimità nella prima sentenza del 2006, anche se scritta nella parte dell’atto relativa alle esigenze cautelari che imponevano le misure limitative della libertà nei confronti dei soggetti posti all’apice “del dinamismo organizzativo ed esecutivo dell’ente associativo”, in rapporto ai fatti accertati in sede di riesame del 2005 e che erano gli stessi già valutati dalla decisione del G.I.P. oggetto di gravame, considerati però come presupposto della prima ordinanza collegiale del riesame, a differenza che nel nuovo provvedimento in cui costituivano la conclusione dell’ordinanza in ordine agli indizi riesaminati sulla esistenza degli elementi dell’associazione per delinquere.

Il richiamo operato dal Tribunale non è stato quindi alla ordinanza collegiale del 2005 annullata dalla sentenza della Cassazione n. 5075 del 2006, come si afferma nel capo di incolpazione, ma a quella del G.I.P. del 30 marzo 2005, oggetto dell’appello al Tribunale del riesame del P.M., relativo solo alle esigenze cautelari e non agli indizi di colpevolezza, che il G.I.P. aveva riconosciuto esservi nelle condotte degli imputati, con motivazione sul punto non appellata e condivisa dal tribunale stesso, motivazione per la quale il giudice di legittimità non aveva rilevato carenze di alcun tipo.

In sostanza, la motivazione della seconda ordinanza non è frutto di “pigrizia” dell’estensore ma di una scelta consapevole dello stesso, che segue il riesame critico della decisione da parte della Cassazione e non si ferma alla riproduzione del precedente provvedimento collegiale del tribunale, che deve negarsi vi sia stata come preteso dal capo di incolpazione ed erroneamente confermato dalla sentenza del C.S.M..

1.3. Il terzo motivo di ricorso lamenta erronea applicazione dei principi del processo disciplinare e in particolare del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. g), in rapporto ad una norma inapplicabile al caso di specie, essendo la ordinanza impugnata del 31 marzo 2006 espressione di una condotta anteriore all’entrata in vigore del citato decreto.

Già tale osservazione avrebbe reso necessaria la piena puntualizzazione dei fatti contestati in rapporto ai tempi in cui essi si verificarono, potendo, in una fase ante riforma, rilevare comportamenti anche non tipizzati in contrasto con la deontologia professionale, da ritenere, dopo la novella del 2006, solo violativi di norme di legge e irrilevanti in sede disciplinare. Il richiamo alla natura collegiale del provvedimento non ha mai costituito una chiamata in correità degli altri componenti del collegio, tendendo invece a rilevare la novità dell’ordinanza e il riesame operato dai tre componenti dell’organo collegiale, con esclusione conseguente della responsabilità disciplinare del solo ricorrente, sulla quale la pronuncia impugnata del C.S.M. appare non adeguatamente motivata.

2. I tre motivi di ricorso vanno esaminati congiuntamente, denunciando il primo la inconfigurabilità di una responsabilità disciplinare del solo estensore della motivazione del provvedimento collegiale e il terzo l’avvenuta valutazione del merito dell’atto dalla sentenza impugnata, riservata invece ai giudici dell’impugnazione di esso, mentre con il secondo si censura la affermata sussistenza delle condotte di cui alla incolpazione riportata in epigrafe, che contesta al Dr. T. di avere riprodotto una ordinanza da lui scritta e annullata per violazione di legge, rideterminando quest’ultima con inescusabile negligenza.

Ritiene il collegio che il C.S.M. non ha violato i limiti di una interpretazione restrittiva della norma di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, lett. g), come contestata al Dr. T., quale presidente estensore di un provvedimento collegiale e che deve escludersi vi sia stata dal giudice speciale disciplinare una valutazione di merito dei provvedimenti adottati, potendosi però rilevare, sulla base di quanto asserito dal ricorrente la insussistenza degli elementi di fatto della incolpazione per la quale il Dr. T. è stato ammonito, potendosi quindi procedere, non essendovi necessità di altra valutazione dei fatti di causa, alla decisione nel merito della causa, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., norma applicabile in base al combinato disposto del D.Lgs. n. 109 del 2006, e della L. 24 ottobre 2006, n. 209, da queste sezioni unite che giudicano con applicazione delle norme del codice di rito civile.

2.1. In rapporto al significato da dare all’addebito di cui ha dovuto rispondere il Dr. T., la novella del 2006 ha solo tipizzato quanto la giurisprudenza aveva già stabilito ritenendo, come deduce lo stesso ricorrente, che la grave violazione di legge in un provvedimento giurisdizionale costituisce infrazione disciplinare anche dopo la nuova legge, in quanto sia determinata da un comportamento dell’incolpato che evidenzi ignoranza e negligenza inescusabile (in rapporto alla previgente disciplina cfr. S.U. 14 novembre 2000 n. 1176 e 28 gennaio 2003 n. 1239).

La sentenza impugnata del C.S.M. ha quindi esattamente ritenuto sussistere, nel comportamento di cui all’addebito disciplinare della stesura della seconda ordinanza dal Dr. T. identica nel contenuto alla precedente annullata dalla cassazione, non solo la violazione del dovere di uniformarsi alla sentenza della Cassazione che aveva cassato il precedente provvedimento (art. 627 c.p.p., comma 3) da qualificare “grave” per la reiterata violazione di legge, ma anche la “pigrizia” che poteva averla determinata, frutto di inescusabile negligenza una volta esclusa la natura dolosa della condotta del ricorrente nella stesura della motivazione del provvedimento, che avrebbe comportato ben altre e più gravi conseguenze per lui.

Non sembra condivisibile la censura della sentenza del C.S.M. per non avere considerato la natura collegiale del provvedimento contenente la grave violazione di legge, imputando al solo Dr. T., presidente ed estensore delle due ordinanze del 2005 e del 2006 del Tribunale del riesame di Roma, la violazione di legge reiterata di cui al capo di incolpazione.

Il C.S.M. ha correttamente ritenuto, nella doverosa sua indagine sulla natura “personale” della responsabilità anche disciplinare, che la ripetizione o copia della motivazione dell’atto già annullato potesse presumersi condotta attribuibile al solo presidente- estensore, non essendovi alcun obbligo di legge da parte dello stesso di darne lettura agli altri componenti del collegio che potevano quindi avere ignorato quanto scritto nei due provvedimenti dall’incolpato, anche indipendentemente dal fatto che gli altri componenti non erano membri del collegio che aveva emesso il primo provvedimento i riferimenti al quale costituivano il fondamento della condotta negligente contestata. In sostanza – in una situazione di fatto quale quella ipotizzata nell’incolpazione – correttamente si afferma che aver ripetuto nel secondo provvedimento la identica motivazione del primo, costituisca un illecito disciplinare imputabile all’unico componente che abbia partecipato ad entrambe le decisioni, quale presidente ed estensore dei provvedimenti.

Invero, la decisione è espressione della volontà della maggioranza dei membri del collegio, mentre la stesura della motivazione è compito del giudice designato per redigerla e, quando l’estensore è il presidente, non è previsto che la motivazione da lui scritta vada sottoposta agli altri membri.

Quando poi risultasse in concreto provato che la motivazione sia stata sottoposta agli altri membri che l’abbiano condivisa, ciò non escluderebbe la responsabilità disciplinare dell’estensore, ma porrebbe il tema della estensione dell’incolpazione agli altri componenti, che avrebbero dimostrato di condividere non soltanto la decisione, ma anche la identica rinnovata motivazione.

Al Dr. T. si è contestato non solo di avere “omesso l’esame di tutti i punti di diritto indicati nella sentenza di annullamento, specie in punto di configurabilità della ipotesi criminosa di cui all’art. 416 c.p.”, così non uniformandosi alla sentenza del giudice di legittimità in ordine alle carenze motivazionali da correggere, ma anche di essersi limitato “a reiterare e trascrivere … facendo ad esso integrale rinvio recettizio, il contenuto dell’ordinanza annullata (che … costituisce parte essenziale del presente provvedimento)”.

Oggetto di detta incolpazione disciplinare non è quindi il contenuto dell’atto giurisdizionale emesso dal collegio che, in accoglimento dell’appello del P.M., ha annullato la decisione del G.I.P. e emesso misure cautelari limitative della libertà personale ma la stesura della motivazione da parte del presidente T. identica a quella dell’ordinanza già annullata, senza integrarne i motivi con l’esame delle carenze e illogicità in essa rilevate dalla Corte di Cassazione, in rapporto alla ricostruzione giuridica del delitto di cui all’art. 416 c.p., così discostandosi dalla pronuncia di legittimità con grave violazione di legge, che non consisteva ovviamente nella emissione dell’identico dispositivo dell’atto annullato, certamente consentito dalla legge e deciso dal collegio.

Il c.S.M. ha chiarito che è la condotta negligente espressa nella “pigrizia” del Dr. T., che ha ripetuto l’accoglimento dell’appello del P.M. contro l’ordinanza del G.I.P., con una “motivazione” identica a quella già enunciata nel provvedimento da lui esteso e annullato dalla Cassazione, a dar luogo all’illecito disciplinare, dovendosi ritenere la nuova disciplina sul punto non diversa da quella previgente in rapporto alla fattispecie di cui al del D.Lgs. n. 109, art. 2, lett. g) (in tal senso cfr. in rapporto alla novella del 2006, S.U. 28 settembre 2009 n. 20730, 17 febbraio 2009 n. 3759); ciò determina il superamento di ogni questione sui tempi di commissione dei fatti disciplinarmente rilevanti in rapporto alle modifiche normative intervenute successivamente.

Le singole carenze motivazionali e logiche della ordinanza annullata, rilevabili dalla sentenza, dal ricorso e dalla memoria illustrativa, attenevano alla non chiara esistenza di uno statuto o regola della vita dell’associazione per delinquere, alla mancata e incerta identificazione di questa con il gruppo Action Roma o ad una frangia eversiva di essa, contraddittoriamente ritenuto un gruppo di azione sociale e politica anche meritoria e contestualmente finalizzato a porre in essere atti delittuosi, alla individuazione dei reati che gli associati si proponevano da limitare alle già numerose invasioni di edifici o comprendenti altri delitti e, infine, in rapporto alla assenza dei motivi per i quali i vari delitti commessi in concorso dagli imputati dovessero essere espressione di un reato associativo e non della mera ripetizione degli stessi delitti in concorso tra gli imputati con il vincolo della continuazione.

Il ricorrente nega di non avere risposto alle sollecitazioni del giudice di legittimità con la sentenza che aveva annullato la prima ordinanza, e afferma di avere motivato sulla sussistenza degli elementi essenziali del delitto di associazione per delinquere, non ripetendo, come si afferma nell’incolpazione, la ordinanza annullata dalla cassazione ma quella del G.I.P. riformata dal riesame, neppure appellata in ordine ai fatti accertati e alla esistenza degli indizi di colpevolezza del reato associativo, ma solo in rapporto alle esigenze cautelari. In ordine alla riproduzione della motivazione dell’ordinanza annullata il ricorrente conferma solo che il provvedimento del 2006, ritenuto illogico e contraddittorio dalla seconda sezione penale della Corte di cassazione, con la sentenza n. 39693 del 30 novembre 2006, che annullava il nuovo atto per violazione di legge, essendo ancora immotivato come il provvedimento impugnato e poi cassato, riportava testualmente solo la ricostruzione della vicenda di fatto operata dal G.I.P. nel provvedimento appellato al giudice del riesame, a differenza di quanto contestato, per solo quattro pagine della nuova ordinanza collegiale.

L’atto del G.I.P. era comunque riprodotto non più nei presupposti di fatto della decisione ma nell’articolazione in diritto della motivazione, al fine di uniformarsi alla decisione della Cassazione n. 5075 del 2006, che nessuna censura conteneva del provvedimento del giudice singolo appellato per il riesame.

Si afferma nella memoria del T. illustrativa del ricorso che vi è stata una stesura di motivazione diversa da quella del provvedimento annullato (secondo motivo di ricorso) sulla sussistenza del delitto associativo e sulla natura del gruppo Action Roma, emergendo solo dalla seconda ordinanza collegiale del tribunale che “… la stringente coesione solidaristica vincolante i protagonisti della consolidata storia associativa, in conclamata forza aggregatrice esercitata dall’affectio, sia all’interno che all’esterno, dell’ente, la formidabile capacità realizzatrice del programma delittuoso preordinato, un fascio di percorsi di vita cadenzati da una sequenzialità di “comportamenti e atti concreti” … descrittivi di una comune matrice di risoluto antagonismo sociale ed istituzionale che si esteriorizza violando i limiti costituzionali e di norme internazionali, andando a ledere l’ordine pubblico e il diritto di proprietà e divenendo, come si desume dalla disanima precedente, autentico illegale statuto di vita …” a base di “realtà associative espressive di istanze antagoniste inquadrate in uno scenario di palese e stabile antigiuridicità” (pag. 16-17 dell’ordinanza del tribunale del riesame del 2006).

Nel provvedimento di cui il Dr. T. è stato estensore, anche se vi è stata nella ricostruzione dei fatti a base della decisione una riproduzione dell’ordinanza del G.I.P. annullata sull’appello del P.M. in sede di riesame, il ricorrente non “si limitava a reiterare e trascrivere … il contenuto dell’ordinanza annullata (che …

costituisce parte essenziale del presente provvedimento)”, come si afferma nel capo di incolpazione; la seconda ordinanza, con le parole che precedono, non si riferiva infatti al provvedimento collegiale annullato dalla decisione della Corte suprema n. 5075/06, perchè ritenuto immotivato in ordine al delitto di cui all’art. 416 c.p., ma a quello del G.I.P., riprodotto e condiviso per la ricostruzione dei fatti e la qualificazione di essi come delitto associativo. Tale osservazione va integrata con la motivazione riprodotta della seconda ordinanza, nella quale si afferma l’esistenza certa di una regola o statuto di vita dell’intero gruppo Action Roma, come realtà associativa espressiva di istanze antagoniste inquadrabili in un contesto “di palese e stabile antigiuridicita”, che supera ogni pregressa contraddizione in rapporto anche all’attività sociale svolta a sostegno del diritto ; alla casa dei cittadini di tale gruppo.

in rapporto poi agli atti delittuosi costituenti il fine associativo, la nuova ordinanza chiarisce che tali non sono solo le invasioni di edifici ma anche reati contro l’ordine pubblico cui partecipa tutta l’associazione Action Roma, i cui aderenti devono ritenersi disponibili a tali condotte delittuose, pure se le posizioni, apicali nel gruppo di alcuni inducono a disporre solo per loro la misura cautelare limitativa della libertà.

La nuova motivazione risponde quindi anche alle perplessità, sussistenti nella prima e rilevate in sede di legittimità, sui delitti “fine”, non costituiti solo dalla invasione di edifici ma anche da reati contro l’ordine pubblico, chiarendo che il legame solidaristico tra i componenti del gruppo fa propendere per l’associazione a delinquere, invece che per il reato in concorso reiterato e continuato.

In sostanza pur essendosi riportato, come ammesso dal ricorrente, alle pagine da 5 a 10 del nuovo provvedimento del tribunale poi annullato dalla Cassazione penale n. 39693/2006, il contenuto della sola ordinanza del G.I.P. del 30 marzo 2005 appellata dal P.M. e non di quella collegiale annullata, per la ricostruzione e qualificazione giuridica dei fatti, la nuova ordinanza non è stata meramente riproduttiva della precedente, avendone ridotto il contenuto e le pagine di motivazione per dare ordine e omogeneità alla decisione e precisare i punti rimasti dubbi nell’altro provvedimento, con condotta dell’estensore irrilevante sul piano disciplinare, anche se il nuovo provvedimento del tribunale è stato annullato dalla decisione di legittimità da ultimo citata.

L’incolpazione contesta il fatto non accaduto della riproduzione e trascrizione della precedente ordinanza del tribunale già annullata, condotta in fatto esclusa da quanto sopra è emerso in base agli scritti difensivi del Dr. T. ed erroneamente ritenuta sussistente dalla sentenza impugnata in questa sede che non può che essere cassata per tale profilo determinante, con assorbimento di ogni altra questione.

L’accertamento del mancato uniformarsi del tribunale alle indicazione della sentenza della Corte di legittimità n. 5075 del 2006, che ha determinato la cassazione anche della seconda ordinanza dello stesso estensore per la medesima reiterata violazione di legge, non è comunque l’oggetto del procedimento disciplinare; iniziato invece per la pretesa riproduzione, nella nuova ordinanza del tribunale in sede di rinvio, di quella emessa e già annullata, che non si è invece in fatto verificata.

In conclusione, il ricorso deve quindi accogliersi in quanto, pur essendo corretta e nei limiti dei principi costituzionali nella materia il rilievo disciplinare della condotta, in astratto attribuita al Dr. T., di avere riprodotto la motivazione di un provvedimento di cui è stato estensore già annullato dalla Cassazione per incoerenza e insufficienza degli stessi motivi, tale circostanza, che la sentenza impugnata considera certa, è invece risultata smentita dagli scritti difensivi dell’incolpato, che ha riprodotto parte della nuova motivazione del secondo atto, così dimostrando di avere rinnovato in sede di rinvio il suo precedente atto, anche se con motivazione comunque ritenuta inadeguata e simile a quella precedente dalla stessa Cassazione, che ritiene il provvedimento ancora con le stesse lacune e carenze motivazionali riscontrate nella prima ordinanza.

L’accoglimento del ricorso, come detto, rende possibile, non essendo necessari altri accertamenti di fatto, di decidere nel merito la controversia su cui ha statuito il C.S.M., ai sensi dell’art. 384 c.p.c., mandando assolto il Dr. T. dalla incolpazione a lui ascritta; la mancata resistenza del Ministero che ha solo presenziato all’udienza pubblica non intervenendo nella discussione, giustifica, in via eccezionale, la compensazione delle spese del presente giudizio tra le parti.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata; decidendo la causa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., assolve il Dr. T.F. dalla violazione disciplinare a lui ascritta.

Compensa interamente tra le parti le spese del presente giudizio di Cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di Cassazione, il 9 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 aprile 2010

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