Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8986 del 06/04/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 06/04/2017, (ud. 03/03/2017, dep.06/04/2017),  n. 8986

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8238/2016 proposto da:

S.F.S., C.D., S.M.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA L. MANTEGAZZA 24, presso lo

studio dell’avvocato MARCO GARDIN, rappresentati e difesi dagli

avvocati IPPAZIO CAZZATO, ANTONIO TOMMASO DE MAURO, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

CH.CR., CA.MA., CH.AN., elettivamente

domiciliati in ROMA, V. TAURIANOVA 101, presso lo studio

dell’avvocato GIOVANNI DAMIANI, che li rappresenta e difende

unitamente agli avvocati ALESSANDRO VILLANI, LORIS BOVO, VITTORIO

SCOGNAMIGLIO in virtù di procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 176/2015 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 05/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/03/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie depositate dai controricorrenti.

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

I coniugi Ch. – Ca. convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Lecce gli odierni ricorrenti affinchè, previo accertamento dell’inesistenza di qualsivoglia diritto dei convenuti sul lastrico solare posto al di sopra dell’immobile degli attori, ai medesimi fosse ordinato di non accedere al bene e di non utilizzarlo, rimuovendo il filo stenditoio ivi apposto, con condanna altresì al risarcimento dei danni.

Il Tribunale di Lecce – Sezione distaccata di Tricase, con la sentenza n. 96/2012 rigettava la domanda attorea ed, in accoglimento della riconvenzionale, dichiarava i convenuti proprietari per usucapione dei beni contesi.

A seguito di impugnazione degli attori, nonchè di Ch.Ca., che nelle more aveva ricevuto in donazione la proprietà del bene oggetto di causa, la Corte d’Appello di Lecce, in totale riforma della decisione gravata, accoglieva la domanda attorea, rigettando la riconvenzionale dei convenuti e condannando questi ultimi a non accedere al lastrico solare ed a non farne uso alcuno, rimuovendo il filo ivi apposto per stendere i panni.

Osservava la Corte distrettuale che sebbene fosse palese il vizio di extrapetizione nel quale era incorso il Tribunale, laddove aveva accolto la domanda di usucapione anche in favore dei coniugi S. – C., i quali nelle loro difese avevano assunto di essere estranei ai fatti di causa, in quanto non proprietari nè usufruttuari del bene, tuttavia doveva escludersi che fosse maturato un acquisto a titolo originario in favore dell’altro convenuto, mancando la prova di un suo possesso avente i requisiti di cui all’art. 1140 c.c., non potendosi quindi nemmeno configurare una accessione nel possesso.

A nulla rilevava poi indagare quale fosse stato l’utilizzo del bene effettuato dal nonno ex matre, in quanto mancava in ogni caso un titolo idoneo al trasferimento del diritto eventualmente usucapito dal proprio dante causa in favore dell’attore in riconvenzionale.

Quindi poichè le attività esercitate dai convenuti (sciorinamento dei panni ed altro) dovevano ritenersi evidentemente tollerate dagli attori, non poteva reputarsi maturata l’usucapione e quindi andava accolta la domanda di negatoria servitutis dai medesimi esperita.

S.M., S.F.S. e C.D. hanno proposto ricorso avverso tale sentenza sulla base di due motivi.

Gli intimati hanno resistito con controricorso.

Preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dai controricorrenti sul presupposto della carenza di interesse dei ricorrenti S.F.S. e C.D., in quanto gli stessi nel corso dell’intero giudizio di merito avrebbero predicato la loro estraneità ai fatti di causa, occorrendo a tal fine avere riguardo al contenuto della sentenza impugnata la quale, senza avere formalmente esaminato il primo motivo di appello con il quale si lamentava la violazione dell’art. 112 c.p.c., ha in realtà rigettato la domanda riconvenzionale, asseritamente formulata da tutti i convenuti, ordinando però anche ai predetti coniugi di astenersi dal fare uso del lastrico solare.

Trattasi di statuizione che denota la loro condizione di soccombenti e che li legittima a proporre ricorso, potendo gli stessi trarre, dalla riforma della sentenza e soprattutto dall’accertamento della titolarità del cespite in capo al figlio, il rigetto della domanda negatoria intentata nei loro confronti.

Passando al merito, il primo motivo di ricorso denunzia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa disamina di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, nella parte in cui la decisione della Corte distrettuale ha affermato l’inesistenza di un titolo astrattamente idoneo al trasferimento del diritto di proprietà in favore di S.M., pur in presenza in atti, e fin dal primo grado di giudizio, dell’atto di donazione del 18 settembre 2001.

Si deduce che con tale atto gli altri convenuti S.F.S. e C.D. avevano donato al figlio M. la nuda proprietà di alcuni immobili, dei quali il lastrico solare oggetto di causa costituiva pertinenza. Inoltre sempre in atti, vi era anche l’atto notarile dell’11 marzo 1983 con il quale S.V., qualificandosi come proprietario da oltre venti anni, aveva donato ai danti causa di S.M., la proprietà di alcuni beni dei quali il lastrico era a sua volta pertinenza.

Per l’effetto doveva in ogni caso reputarsi che il ricorrente fosse divenuto proprietario del cespite in quanto trasferito da coloro che lo avevano a loro volta acquistato per usucapione o per effetto dell’usucapione maturata in favore del loro dante causa, e ciò anche laddove si ritenga di escludere l’operatività dell’accessione nel possesso.

Nella seconda parte del motivo poi si lamenta, nell’ottica di un acquisto per usucapione maturato direttamente in favore del ricorrente, l’erroneità delle affermazioni della sentenza impugnata laddove hanno escluso che questi avesse esercitato sul bene un potere di fatto rientrante nella previsione di cui all’art. 1140 c.c. e laddove si è ritenuto che le attività esercitate dagli altri ricorrenti avvenissero per tolleranza dei proprietari.

Orbene premessa l’inammissibilità della seconda parte del motivo nella parte in cui denunzia un vizio motivazionale con riferimento alla vecchia formulazione dell’art. 360, n. 5, sostenendosi l’erronea, contraddittoria ed omessa valutazione delle risultanze istruttorie, sollecitandosi in ogni caso un diverso apprezzamento dei fatti di causa, ad avviso del Collegio il primo motivo appare fondato nella parte in cui lamenta l’omessa disamina di un fatto decisivo.

A tal fine deve ritenersi pacifico che il titolo di acquisto del 18/9/2001 sia stato ritualmente versato in atti sin dal primo grado di giudizio e che la sua efficacia nella controversia abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, come si ricava dalla stessa lettura del controricorso, ove a pag. 13 si ricorda che nella comparsa di risposta in appello, S.M. aveva invocato l’atto in questione come idoneo ad assicurare il trasferimento della proprietà del lastrico solare, richiamando in effetti anche il precedente trasferimento del bene effettuato dal nonno in favore dei genitori, suoi diretti donanti, trasferimento il cui atto risulta parimenti versato in atti.

Orbene, premesso che nella fattispecie si controverte in materia di diritto di proprietà e quindi di un diritto a carattere autodeterminato, la costante giurisprudenza di questa Corte ha ribadito che la causa petendi si identifica con il diritto stesso e non con il titolo che ne costituisce la fonte, la cui deduzione non svolge alcuna funzione di specificazione della domanda, per cui è consentito all’attore, in appello, modificare la causa petendi (cfr. ex multis Cass. n. 8833/2015; Cass. n. 40/2015, nonchè da ultimo Cass. n. 4681/2017).

Infatti, non viola il divieto dello ius novorum in appello la deduzione da parte dell’attore di un fatto o di un atto costitutivo del tutto diverso da quello prospettato in primo grado a sostegno della domanda (Cass. n. 24400/2014) sempre che la fonte di prova idonea a dimostrare un diverso modo di acquisto della proprietà sia stata ritualmente acquisita in base al regime delle preclusioni (cfr. Cass. n. 12958/2014, relativa ad una fattispecie in cui, dedotta in primo grado la qualità di proprietario per acquisto a titolo derivativo, in appello si era sostenuto l’acquisto per usucapione).

Una volta richiamati tali principi, emerge effettivamente che la sentenza gravata abbia del tutto omesso di considerare la presenza nel materiale probatorio ritualmente acquisito, dei predetti atti di donazione, assumendo l’inesistenza di un titolo astrattamente idoneo al trasferimento della proprietà.

Tuttavia se tale omessa disamina potrebbe risultare irrilevante ai fini della correttezza della decisione, in relazione alla pretesa del ricorrente di avere egli stesso usucapito la proprietà del bene, essendosi escluso che questi abbia dopo la donazione esercitato degli atti suscettibili di poter rientrare nella nozione di possesso ad usucapionem, vale osservare che la stessa sentenza si è posta la diversa possibilità di riconoscere la proprietà del diritto controverso in capo allo S. sulla base dell’eventuale usucapione già maturata dai precedenti danti causa, assumendo che però la circostanza non fosse rilevante, sempre in assenza di un titolo idoneo al trasferimento del diritto in favore dell’attore in riconvenzionale, ritenendo quindi superfluo indagare se il nonno avesse o meno posseduto in maniera tale da usucapire (cfr. sul punto quanto affermato dai giudici di appello: “Nè la prova che il possesso sia stato esercitato dal nonno ex matre, rileva in alcun modo, mancando un titolo idoneo al trasferimento del diritto eventualmente usucapito dal proprio dante causa, in favore dell’attore in riconvenzionale”).

Deve pertanto reputarsi che la modalità di acquisto a titolo derivativo abbia costituito effettivamente oggetto delle allegazioni difensive, e che comunque sia stata un questione sulla quale la sentenza si sia interrogata, sicchè l’omessa disamina del titoli invocati da parte ricorrente costituisce un vizio effettivamente idoneo a determinare la cassazione della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Il giudice del rinvio dovrà altresì verificare se sulla scorta di tali titoli, e previo accertamento in fatto, possa ritenersi che effettivamente gli stessi consentano di includere nel novero delle pertinenze trasferite anche il lastrico per cui è causa, riscontrando altresì se vi sia stato un possesso in capo ai danti causa del ricorrente idoneo a permettere l’usucapione del bene, anche per quanto concerne il dato cronologico.

L’accoglimento del primo motivo determina poi l’assorbimento del secondo motivo con il quale si denunzia la violazione degli artt. 1144, 1158 e segg. e art. 2697 c.c., nella parte in cui il giudice di appello ha ritenuto che le attività svolte da S.F.S. e C.D. non fossero idonee a configurare un possesso utile ad usucapire.

La sentenza impugnata deve essere quindi cassata in relazione al motivo accolto ed il giudice del rinvio, che si designa in altra sezione della Corte d’Appello di Lecce, provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

PQM

Accoglie il primo motivo, assorbito il secondo, e cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Lecce, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 6 aprile 2017

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