Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8952 del 19/04/2011

Cassazione civile sez. II, 19/04/2011, (ud. 02/02/2011, dep. 19/04/2011), n.8952

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

C.D., rappresentato e difeso, in forza di procura

speciale in calce al ricorso, dall’Avv. Valmori Giovanni,

elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. Guido Francesco

Romanelli in Roma, via Cosseria, n. 5;

– ricorrente –

contro

D.A. e D.U., rappresentati e difesi,

in forza di procura speciale a margine del controricorso, dagli Avv.

Cavanenghi Alfredo e Antonio Farina, elettivamente domiciliati nello

studio di quest’ultimo in Roma, via Federico Cesi, n. 44;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino n. 341 del 4

marzo 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 2

febbraio 2011 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

sentiti gli Avv. Giovanni Valmori e Antonio Farina;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. VELARDI Maurizio, che ha concluso: “condivido la

relazione”.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

Che il consigliere designato ha depositato, in data 7 dicembre 2010, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ.: 2 La Corte d’appello di Torino, con sentenza in data 4 marzo 2009, in riforma della impugnata pronuncia del Tribunale di Tortona, ha accolto la domanda di tutela possessoria svolta da D.A. e U., ha disposto la reintegrazione nel possesso del fondo di cui al mappa le 204, già sub b, del foglio 59 NC di Tortona, e conseguentemente ha condannato C.D. a rimuovere la tubazione inserita in detto fondo di proprietà di D.A. ed U..

Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello il C. ha proposto ricorso, con atto notificato il 30 marzo 2010, sulla base di quattro motivi.

Gli intimati hanno resistito con controricorso.

Il primo motivo (contraddittoria motivazione circa un fatto determinante e decisivo per il giudizio) si conclude con la seguente sintesi conclusiva: “l’esame e la valutazione operata dal giudice di merito in ordine alla decisione assunta, partendo da un errato postulato -smentito dalle pacifiche acquisizioni probatorie e documentali agli atti – e cioè che la presa d’acqua in discussione non fosse per usi civili, mentre viceversa è provato per tabulas che lo fosse, e soprattutto, l’affermazione contenuta nella motivazione medesima di dare per pacifica e ammessa dalle parti tale diversa circostanza (vale a dire che la presa d’acqua servisse per usi non domestici) mentre, al contrario, il ricorrente ha sempre affermato e provato documentalmente il contrario, sono tali sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, vertendosi in tema decisivo per la controversia, da giustificare la decisione assunta o non piuttosto viziarla per contraddittorietà assoluta di motivazione con le acquisizioni assunte?”.

Il motivo è inammissibile per inidoneità del quesito di sintesi ex art. 366 cod. proc. civ..

Invero, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto e le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente o contraddittoria, imposto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, all’inizio o al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (Cass., Sez. 3^, 7 aprile 2008, n. 8897;

Cass., Sez. 1^, 8 gennaio 2009, n. 189; Cass., Sez. 1^, 23 gennaio 2009, n. 1741).

Nel caso di specie, il quesito indica soltanto il fatto controverso, ma non sintetizza affatto – come avrebbe dovuto – quali sarebbero le “pacifiche acquisizioni probatorie e documentali agli atti” tali da smentire la conclusione alle quale è pervenuta la Corte territoriale, e quindi non enuclea le ragioni della contraddittorietà della motivazione.

Il secondo motivo (errata applicazione all’ipotesi in esame della norma prevista dall’art. 1168 cod. civ.) si conclude con il seguente quesito: “tenuto conto dell’effettivo svolgimento dei fatti così come emersi nelle cause di merito, può parlarsi nel caso in esame di esperibilità dell’azione prevista dall’art. 1168 cod. civ.? Può dirsi sussistente, tenuto conto di come la fattispecie in fatto si è compiuta, l’elemento della violenza e della clandestinità;

soprattutto può sussistere in chi riteneva comunque di avere da tempo il pacifico esercizio del possesso della servitù di presa d’acqua l’elemento soggettivo dell’animus spollandi?”. Il terzo motivo (errata mancata applicazione della norma contenuta nell’art. 1066 cod. civ.) reca l’interrogativo se “la ricostruzione del fatto come emersa nei giudizi di merito e l’acquisizione documentale agli atti può o meno legittimare l’applicazione al caso concreto della norma di cui all’art. 1066 cod. civ.?”.

Il quarto mezzo è rubricato “errata mancata applicazione della norma di cui all’art. 1069 cod. civ.”. Il quesito che lo conclude è se “tenuto conto delle obiettive acquisizioni documentali e probatorie agli atti dei giudizi di merito, tenuto altresì conto delle modalità concrete con cui le opere sono state effettuate e, soprattutto, delle circostanze che le hanno giustificate, trattandosi di salvaguardare esigenze primarie ed indilazionabili per la sopravvivenza domestica, tenuto conto del pacifico uso da anni della presa d’acqua in pacifico possesso, può fondatamente ritenersi essere stata applicata la norma di cui all’art. 1069 cod. civ.”.

Tutti e tre i motivi sono inammissibili per inidoneità dei quesiti che li accompagnano.

Questa Corte ha in più occasioni chiarito che i quesiti di diritto imposti dall’art. 366 bis cod. proc. civ. – introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6, secondo una prospettiva volta a riaffermare la cultura del processo di legittimità – rispondono all’esigenza di soddisfare non solo l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata ma, al tempo stesso e con più ampia valenza, anche di enucleare il principio di diritto applicabile alla fattispecie, collabo-rando alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione;

i quesiti costituiscono, pertanto, il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, risultando, altrimenti, inadeguata e, quindi, non ammissibile l’investitura stessa del giudice di legittimità (tra le tante, Cass., Sez. Un., 6 febbraio 2009, n. 2863; Cass., Sez. Un., 14 febbraio 2008, n. 3519; Cass., Sez. Un., 29 ottobre 2007, n. 22640).

Per questo – la funzione nomofilattica demandata al giudice di legittimità travalicando la risoluzione della singola controversia – il legislatore ha inteso porre a carico del ricorrente l’onere imprescindibile di colla-borare ad essa mediante l’individuazione del detto punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del più generale principio giuridico, alla quale il quesito è funzionale, diversamente risultando carente in uno dei suoi elementi costitutivi la stessa devoluzione della controversia ad un giudice di legittimità: donde la comminata inammissibilità del motivo di ricorso che non si concluda con il quesito di diritto che questo formuli in difformità dai criteri informatori della norma.

Il quesito di diritto non può essere desunto per implicito dalle argomentazioni a sostegno della censura, ma deve essere esplicitamente formulato, diversamente pervenendosi ad una sostanziale abrogazione della norma (Cass., Sez. Un., 17 aprile 2009, n. 9153).

1 tre motivi che denunciano vizi di violazione e falsa applicazione di legge sono inammissibili, perchè nessuno di essi si conclude con un quesito che individui tanto il principio di diritto che è alla base del provvedimento impugnato, quanto, correlativamente, il principio di diritto, diverso dal precedente, la cui auspicata applicazione ad opera della Corte medesima possa condurre ad una decisione di segno inverso rispetto a quella impugnata.

Sussistono le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio”.

Letta, la memoria depositata dai controricorrenti in prossimità della camera di consiglio.

Considerato che, preliminarmente, non è accoglibile la ragione di inammissibilità del ricorso sollevata dai controricorrenti, i quali – premesso che il C. ha notificato due ricorsi, il primo (notificato il 2 marzo 2010) privo dei quesiti, il secondo (l’attuale, notificato il 30 marzo 2010) in tutto eguale al primo e con la sola aggiunta dei quesiti – deducono che il potere di impugnazione si sarebbe consumato;

che, invero, il secondo ricorso (oggetto della presente controversia) può essere considerato sostitutivo del primo, avendo con esso il ricorrente inteso tempestivamente proporre un nuovo ed autonomo ricorso (cfr. Cass., Sez. lav., 31 maggio 2010, n. 13257);

che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti nella relazione di cui sopra;

che a ciò aggiungasi, con riferimento al primo motivo, un’ulteriore ragione di inammissibilità;

che, infatti, con il primo motivo, il ricorrente lamenta che la sentenza sia incorsa in un “grave travisamento dei fatti”, dolendosi che la sentenza impugnata, nella parte relativa alla apposizione della tubazione, avrebbe dato per ammessa una circostanza che “non solo non è mai stata data per pacifica dal C., ma anzi nettamente e da sempre smentita con la prova offerta ed acquisita nel giudizio di primo grado dell’esatto contrario”;

che la denuncia di un errore di fatto, consistente nell’inesatta percezione da parte del giudice di circostanze presupposte come sicura base del suo ragionamento, in contrasto con quanto risulta dagli atti del processo, non costituisce motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360, n. 5, ma di revocazione ai sensi dell’art. 395 cod. proc. civ., numero 4, (tra le tante, Cass., Sez. 1^, 3 agosto 2007, n. 17057);

che, pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

che le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dai controricorrenti in solido, liquidate in complessivi Euro 2.200, di cui Euro 2.000 per onorari, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 2 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2011

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA