Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8917 del 06/04/2017


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Cassazione civile, sez. II, 06/04/2017, (ud. 28/02/2017, dep.06/04/2017),  n. 8917

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6677-2014 proposto da:

C.E., F.A., elettivamente domiciliati in ROMA P.ZZA

CAVOUR presso la CORTE di CASSAZIONE rappresentati e difesi

dall’avvocato ANDREA IANNICELLI;

– ricorrenti –

contro

CA.ST., elettivamente domiciliata in ROMA, V. GIUSEPPE

FERRARI N. ?, SC. G. INT. 1, presso lo studio dell’avvocato MARCO

MONTOZZI, rappresentata e difesa dall’avvocato GIANPAOLO BUONO;

– controricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 391/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 04/02/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

28/02/2017 dal Consigliere Dott. ORILIA LORENZO;

udito l’Avvocato IANNICELLI Andrea, difensore dei ricorrenti che ha

chiesto l’accoglimento delle difese in atti;

udito l’Avvocato PROVINI Andrea con delega depositata in udienza

dell’Avvocato BUONO Giampaolo, difensore del resistente che si

riporta alle difese in atti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO GIANFRANCO che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 Con ricorso 22 luglio 1994 l’arch. Ca.St. espose di avere preso in locazione dai coniugi F.A. ed C.E. ad uso di abitazione, in virtù di contratto concluso verbalmente nel mese di giugno del 1992, un appartamento di due vani ed accessori sito in (OMISSIS), per il canone annuo di circa Lire 8.000.000, oltre oneri condominiali e spese relative alle varie utenze, per la durata di tre anni.

Dedusse, quindi, che nel corso del rapporto le era stato chiesto dai locatori il rilascio di una dichiarazione dalla quale risultasse che ella disponeva dell’appartamento in modo saltuario ed a titolo gratuito, onde scongiurare il rischio della perdita dell’assegnazione dell’alloggio da parte dell’I.N.A.D.E.L., ente allora proprietario dell’immobile, dichiarazione che ella effettivamente aveva rilasciato il 19 maggio 1994.

Aggiunse che il 30 giugno 1994, nel fare rientro a casa verso le ore 13,20, ebbe avuto modo di rilevare che la porta d’ingresso era stata manomessa, la targhetta con il proprio nome rimossa e, come appurato di lì a poco, le cose di sua pertinenza, ivi compresa parte del mobilio, caricate su un furgone su disposizione dei coniugi F. – C. presenti in loco.

Ciò premesso, deducendo altresì di avere immediatamente sporto querela nei confronti dei locatori con riferimento ai fatti occorsi, si rivolse al Pretore di Napoli ex art. 1168 c.c. e art. 703 c.p.c. per ottenere l’immediata reintegra nel possesso del summenzionato appartamento e di tutti i beni mobili ivi custoditi, oltre al risarcimento dei danni.

2 Si costituì inizialmente F.A., rilevando di aver destinato l’immobile a residenza della moglie, da cui si era separata, mentre lui aveva fissato il proprio domicilio in (OMISSIS), in alloggio di proprietà delle Assicurazioni Generali S.p.A., di cui era dipendente. Contestò l’esistenza di un locazione con l’arch. Ca., autorizzata invece ad occupare gratuitamente una stanza dell’appartamento per le esigenze del suo periodo di pratica professionale in Napoli, offrendo contemporaneamente un’opportunità di compagnia per la C. in un momento delicato della propria esistenza.

3. Il Tribunale rigettò la domanda e la Ca. propose appello.

La Corte d’Appello di Napoli, con sentenza del 4.2.2013, in accoglimento, per quanto di ragione, dell’impugnazione, ha dichiarato cessata la materia del contendere tra le parti relativamente alla domanda principale di reintegra nel possesso dell’immobile e condannato gli appellati in solido al risarcimento, in favore dell’appellante, dei danni nella misura di Euro 10.000,00.

Per giungere a tale soluzione la Corte d’Appello ha osservato:

– che l’avvenuto rilascio dell’immobile in data 20.11.1997 in favore dell’Ente proprietario, comportava la cessazione della materia del contendere, fermo restando la necessità di procedere all’esame della cd. soccombenza virtuale;

– che la domanda risarcitoria – respinta in primo grado – andava interpretata in senso ampio, come comprensiva, cioè anche del danno non patrimoniale, da liquidarsi equitativamente in Euro 10.000,00 in considerazione della gravità della condotta incidente nella sfera dell’intimità dell’esistenza dell’appellante;

– che invece non risultava fornita la prova di danni patrimoniali, ritenendosi comunque obiettivamente di difficile esperimento l’assunzione di una prova a distanza di quasi venti anni dai fatti di causa.

4 Per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso F.A. e C.E., sulla base di tre motivi.

La Ca. resiste con controricorso, proponendo, a sua volta, ricorso incidentale, fondato su un unico motivo.

Le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 – 2 Con il primo motivo i ricorrenti denunciano la nullità della sentenza per violazione degli artt. 112 e 345 c.p.c., (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per aver la Corte d’Appello, nel riconoscere il danno non patrimoniale, introdotto d’ufficio un titolo nuovo e diverso da quello enunciato a sostegno della domanda, senza rispettare la “cognizione limitata” dagli specifici motivi di gravame e dalle domande ed eccezioni non accolte e riproposte dalle parti e senza attenersi alle allegazioni formulate dalla controparte, non considerando, peraltro, che il danno non patrimoniale, rappresentando un danno – conseguenza, non era in re ipsa.

Con il secondo motivo i ricorrenti deducono la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 329 c.p.c., comma 2, e art. 346 c.p.c. (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per non aver la Corte territoriale considerato che nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado era stato richiesto il risarcimento del solo danno patrimoniale nelle due forme del lucro cessante e del danno emergente e che con l’atto d’appello non era stato in alcun modo criticato il mancato riconoscimento del danno morale, con conseguente formazione definitiva di acquiescenza sul punto.

I due motivi, siccome intimamente connessi, meritano di essere trattati congiuntamente e risultano infondati.

L’interpretazione della domanda giudiziale costituisce operazione riservata al giudice del merito, il cui giudizio, risolvendosi in un accertamento di fatto, non è censurabile in sede di legittimità quando sia motivato in maniera congrua ed adeguata, avendo riguardo all’intero contesto dell’atto, senza che ne risulti alterato il senso letterale e tenendo conto della sua formulazione letterale nonchè del contenuto sostanziale, in relazione alle finalità che la parte intende perseguire, senza essere condizionato al riguardo dalla formula adottata dalla parte stessa (Sez. 3, Sentenza n. 14751 del 26/06/2007 Rv. 597467; Sez. 3, Sentenza n. 9011 del 06/05/2015 Rv. 635266).

La corte partenopea ha espressamente riportato, a pagina 13 della sentenza impugnata, i passaggi logici del ricorso introduttivo e della comparsa conclusionale depositata nel giudizio di primo grado dai quali si evince che sin dall’inizio parte ricorrente, pur ricorrendo ad espressioni letterali improprie, aveva inteso richiedere il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non (avuto particolare riguardo alla dedotta intromissione nel proprio domicilio e, quindi, alla invasione della sfera della riservatezza costituzionalmente tutelata).

La motivazione appare adeguata, priva e di vizi logici e neppure specificamente censurata sotto il profilo dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Ancora, in tema di risarcimento dei danni da responsabilità civile, l’unitarietà del diritto al risarcimento ed il suo riflesso processuale dell’ordinaria infrazionabilità del giudizio di liquidazione comportano che, quando un soggetto agisce in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni cagionatigli da un determinato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta; tale principio non può trovare applicazione solo quando l’attore “ab initio” o durante il corso del giudizio abbia esplicitamente escluso il riferimento della domanda a tutte le possibili voci di danno, dovendosi coordinare il principio di infrazionabilità della richiesta di risarcimento con il principio della domanda. Ne consegue che, qualora nell’atto di citazione siano indicate specifiche voci di danno e tra le stesse non sia indicata quella relativa ai danni materiali, l’eventuale domanda proposta in appello è inammissibile per novità, mentre deve intendersi abbandonata se precedentemente formulata e non riproposta nella precisazione delle conclusioni (Cassazione civile, sez. 3, 07/12/2004, n. 22987).

3. Col terzo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, nullità della sentenza per violazione dell’art. 101 c.p.c. nonchè del principio di uguaglianza e del diritto di difesa di cui all’art. 111 Cost., comma 2, perchè la Corte d’Appello avrebbe dovuto, prima di decidere sulla esistenza di una domanda di danno non patrimoniale, avrebbe dovuto sollecitare il contraddittorio delle parti per consentire una adeguata difesa sulla questione rilevata: tale omissione, a loro dire, configura grave violazione del diritto di difesa.

La censura è infondata perchè:

– la norma specificamente censurata, introdotta nell’art. 101 c.p.c., comma 2, si applica ai giudizi istaurati dopo la data della sua entrata in vigore (v. la L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 1);

– se è vero che il dovere per il giudice di evitare “sentenze a sorpresa” esisteva anche in precedenza sulla scorta dei principi elaborati da questa Corte, è pur vero che il giudice del gravame ha comunque ritenuto che la domanda risarcitoria proposta dalla Ca. includesse anche il danno non patrimoniale ed è evidente che, una volta censurata la sentenza di primo grado per aver rigettato in toto la domanda di danni proposta in via accessoria rispetto a quella principale di reintegra nel possesso (anch’essa respinta), la Corte d’Appello era stata sollecitata a rivalutare la domanda complessivamente, con riferimento cioè agli aspetti patrimoniali e non del danno.

4 Resta da esaminare l’unico motivo di ricorso incidentale, con cui si lamenta la violazione degli artt. 112, 230 e 244 c.p.c. e artt. 2721 ss. e 2697 c.c. (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) e la violazione degli artt. 24 e 111 Cost., per aver la Corte di merito rigettato la domanda di risarcimento dei danni patrimoniali perchè sfornita di prova: si osserva in proposito che sulla questione era stata puntualmente articolata sin dal giudizio di primo grado una prova orale e contro il provvedimento di revoca della sua ammissione nel corso del giudizio di appello, la parte aveva mosso specifica contestazione in sede di conclusioni formulando appunto una richiesta di revoca.

La doglianza è infondata.

La censura, che investe in sostanza la motivazione della sentenza impugnata, non coglie nel segno perchè investe il potere – riservato al giudice di merito – di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (v. tra le tante, Sez. 3, Sentenza n. 17477 del 09/08/2007 Rv. 598953; Sez. U, Sentenza n. 13045 del 27/12/1997 Rv. 511208; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 91 del 07/01/2014 Rv. 629382).

Ebbene, pur correggendosi la motivazione sulla prognosi circa l’utilità pratica di una prova assunta dopo venti anni dai fatti (v. pag. 6), deve rilevarsi che la Corte d’Appello ha comunque effettuato una valutazione delle prove raccolte nel giudizio di primo grado ed ha ritenuto sufficienti quelle assunte tramite gli informatori, peraltro sentiti sotto il vincolo del giuramento (v. pag. 6 sentenza impugnata), concludendo, però, per la mancanza di prova circa l’entità e la stima dei beni custoditi nell’abitazione prima dello spoglio (v. pag. 12). La decisione è in linea col citato principio di diritto (che invece la ricorrente incidentale non considera) e pertanto entrambi i ricorsi vanno respinti con compensazione delle spese tra le parti.

Considerato inoltre che i ricorsi sono stati proposti successivamente al 30 gennaio 2013 e sono stati rigettati, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato-Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto l’art. 13, comma 1 – quater, del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti e della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

La Corte rigetta i ricorsi e compensa le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti e della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 13, comma 1 -bis dello stesso.

Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 6 aprile 2017

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