Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8913 del 06/04/2017


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Cassazione civile, sez. II, 06/04/2017, (ud. 24/01/2017, dep.06/04/2017),  n. 8913

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26222-2012 proposto da:

B.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

SILVIO PELLICO 36, presso lo studio dell’avvocato CORRADO BUSCEMI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CRISTIANO

ANGELO FIORE;

– ricorrente –

contro

F.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA

LOTARIO 6, presso lo studio dell’avvocato SILVIA TAGLIENTE,

rappresentato e difeso dagli avvocati PIETRO MASSAROTTO, MARIO

DOMENICO CICCARELLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2796/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 17/10/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/01/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO;

udito l’Avvocato CORRADO BUSCEMI, difensore del ricorrente, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato PIETRO MASSAROTTO, difensore del controricorrente,

che ha depositato un avviso di ricevimento ed ha chiesto

l’accoglimento delle difese in atti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

I FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Milano, con sentenza n. 609/08 del 21/4/2008, depositata il 26/6/2000, accogliendo la domanda avanzata da F.M., accertò in capo al medesimo la proprietà di un solaio e, di conseguenza, condannò B.M., la cui domanda riconvenzionale d’usucapione non aveva trovato riscontro, alla restituzione del manufatto e al risarcimento del danno.

Con sentenza depositata il 17/10/2011 la Corte di appello di Milano rigettò l’impugnazione avanzata dal B., dopo aver disatteso l’eccezione di tardività della costituzione dell’attore.

Avverso la statuizione d’appello ricorre B.M., il quale deduce, preliminarmente, eccezione d’incostituzionalità. Resiste con controricorso F.M..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Prima di passare in rassegna i motivi di doglianza conviene esaminare l’eccezione d’incostituzionalità del ricorrente.

Il B. dubita della legittimità costituzionale dell’art. 348ter c.p.c., commi 4 e 5, in relazione al parametro di costituzionalità costituito dagli artt. 3, 24 e 111, Cost.

Assume il ricorrente che la norma processuale imputata, escludendo il ricorso di legittimità per la ipotesi prevista dall’art. 360 c.p.c., n. 5 ove non consti dissenso tra la decisione di primo e quella di secondo grado, oltre ad infrangere il principio d’uguaglianza, viola il diritto di difesa e di parità processuale.

L’eccezione si mostra palesemente irrilevante, stante che nella presente causa non dovrà farsi applicazione della norma denunziata, regolante la diversa fattispecie in cui sia stata “pronunciata l’inammissibilità, contro il provvedimento di primo grado” e “l’inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata”.

Con il primo motivo il ricorrente allega violazione dagli artt. 113 e 165 c.p.c..

Il F., nonostante avesse effettuato la notifica dell’atto di citazione in data 2/5/2003, aveva provveduto all’iscrizione a ruolo solo in data 15/5/2003, cioè oltre il termine fissato dall’art. 165 c.p.c.. Il Tribunale ritenne di poter rigettare l’eccezione di tardività assumendo che la iscrizione a ruolo non risultava tardiva, avuto riguardo alla seconda notifica al convenuto, effettuata in Roma in data 6/5/2003. La Corte ambrosiana aveva confermato il predetto ragionamento.

Il B., opinando difformemente, chiarisce che l’argomento esposto non resisteva all’osservazione che la prima notifica, essendo pienamente esistente, doveva considerarsi aver instaurato formalmente la pendenza e quindi da essa doveva conteggiarsi il termine per la costituzione regolare in giudizio. Non essendosi, quindi, validamente costituito il rapporto giuridico processuale, tutti gli atti derivati dovevano considerarsi invalidi e la natura rescindente del vizio impediva di considerare aver avuto effetto sanante la costituzione del convenuto.

La doglianza non è fondata.

A tutto concedere il ricorrente avrebbe dovuto perlomeno allegare che il medesimo, in qualità di convenuto, non si era costituito tempestivamente, così procurando effetto sanante ai sensi dell’art. 171 c.p.c., comma 2.

Peraltro si è già avuto modo di chiarire in questa sede che i vizi della iscrizione a ruolo non determinano alcuna nullità del procedimento e sono sanati per il raggiungimento dello scopo dell’atto allorquando le altre parte abbiano comunque avuto la possibilità di attuare le loro difese, costituendosi tempestivamente, senza lamentare di aver risentito alcun pregiudizio nei loro diritti e limitandosi, semmai, solo a rilevare l’esistenza del vizio dell’iscrizione medesima (Sez. 1, n. 13163, 576/2007, Rv. 599763, Sez. 6-2, n. 3626, 17/2/2014, Rv. 629432).

Con il secondo motivo il ricorrente deduce vizio motivazionale su un punto controverso e decisivo, anche in relazione all’art. 132 c.p.c., n. 4) e art. 115 c.p.c.; nonchè violazione dell’art. 113 c.p.c. e art. 2697 c.c..

La Corte territoriale si era acriticamente riportata alla CTU, la quale, dal canto suo, era giunta alla conclusione avversata, nonostante avesse dovuto constatare incongruenze tali da non rendere possibile l’esatta individuazione di tutti i solai e non avendo escluso la sussistenza di più ipotesi contrastanti fra loro. “Sarebbe occorsa la prova che il solaio occupato da B. era quello acquistato da F. e non quella (ove mai raggiunta…) che il solaio di B. non era quello dal medesimo acquistato”, conclude il ricorrente.

Con il terzo motivo viene denunziata la violazione dell’art. 113 c.p.c., artt. 1140, 1146, 1147, 1158, 1159 e 2697 c.c.; nonchè omesso esame di fatti decisivi e controversi, alla luce degli artt. 132 c.p.c., n. 4) e art. 115 c.p.c..

La Corte meneghina aveva disatteso la domanda d’usucapione sulla base di un vaglio probatorio che non aveva tenuto conto delle emergenze processuali e, in particolare, delle dichiarazioni testimoniali. In particolare non si era considerato che le incertezze del teste G. non ponevano in discussione il fatto che il solaio dal medesimo condotto in locazione era lo stesso che il F. rivendicava e che il B. ritiene di aver usucapito; inoltre, le deposizioni dei testi C. e P. erano state inspiegabilmente sottovalutate. Infine, rileva l’impugnante, trattandosi di pertinenza, a tutto concedere, la stessa aveva seguito la cosa principale (l’abitazione) venduta al B. per atto del (OMISSIS). Con la conseguenza dell’essersi perfezionata la fattispecie acquisitiva della c. d. usucapione abbreviata.

Con il quarto motivo il B. deduce violazione degli artt. 113 c.p.c., artt. 1226 e 2697 c.c.; nonchè omesso esame circa fatti decisivi e controversi, alla luce dell’art. 132 c.p.c., n. 4) e art. 115 c.p.c..

Non solo il preteso danno era stato solo allegato, ma non provato, dal F., ma per la quantificazione di esso il CTU aveva utilizzato riferimenti incongrui, non avendo considerato che trattavasi di un bene meramente accessorio e pertinenziale dell’abitazione, prendendo, invece, a base parametri non confacenti, in quanto afferenti a locali adibiti a negozi o magazzini. La Corte locale, con il ricorrere ad un mero tautologismo aveva confermato l’opinamento del CTU, invocando un potere d’equità, che qui non avrebbe potuto essere richiamato, mancando la prova della sussistenza del danno e dell’impossibilità di procedere ad una quantificazione puntuale.

I motivi da due a quattro, sintonici fra loro e, pertanto, unitariamente scrutinati, non possono essere accolti.

Attraverso i predetti motivi il ricorrente assegna impropriamente al giudizio di legittimità la revisione integrale del giudizio d’appello, includente la valutazione delle prove, le conclusioni del CTU e gli apprezzamenti di merito effettuate dal giudice. Invero, attraverso l’articolata illustrazione della censura il medesimo, in definitiva, assume che la Corte locale abbia fatto cattivo esercizio del proprio potere discrezionale nel valutare gli esiti istruttori.

Non può farsi a meno di evidenziare che, come spesso accade, con il ricorso si propone l’approvazione di una linea interpretativa dei fatti di causa alternativa rispetto a quella fatta propria dal giudice, così sperdendosi del tutto il senso del sindacato di legittimità.

Come reiteratamente affermato in questa sede, il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (nel testo modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2 prima dell’ulteriore modifica di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile “ratione temporis”), il quale implica che la motivazione della “quaestio facti” sia affetta non da una mera contraddittorietà, insufficienza o mancata considerazione, ma che si presentasse tale da determinarne la logica insostenibilità (cfr., Sez. 3, n. 17037 del 20/8/2015, Rv. 636317). Con l’ulteriore corollario che il controllo di legittimità del giudizio di fatto non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe in una nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. Con la conseguenza che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa (cfr. Sez. 6, ord. n. 5024 del 28/3/2012, Rv. 622001). Da qui la necessità che il ricorrente specifichi il contenuto di ciascuna delle risultanze probatorie (mediante la loro sintetica, ma esauriente esposizione e, all’occorrenza integrale trascrizione nel ricorso) evidenziando, in relazione a tale contenuto, il vizio omissivo o logico nel quale sia incorso il giudice del merito e la diversa soluzione cui, in difetto di esso, sarebbe stato possibile pervenire sulla questione decisa (cfr. Sez. 5, n. 1170 del 23/1/2004, Rv. 569607).

Appare, quindi, evidente che il vizio di insufficiente motivazione, denunciabile con ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 si configura nella ipotesi di carenza di elementi, nello sviluppo logico del provvedimento, idonei a consentire la identificazione del criterio posto a base della decisione, ma non anche quando vi sia difformità tra il significato ed il valore attribuito dal giudice di merito agli elementi delibati, e le attese e deduzioni della parte al riguardo. Parimenti, il vizio di contraddittoria motivazione, che ricorre in caso di insanabile contrasto tra le argomentazioni logico – giuridiche addotte a sostegno della decisione, tale da rendere incomprensibile la “ratio decidendi”, deve essere intrinseco alla sentenza, e non risultare dalla diversa prospettazione addotta dal ricorrente (Sez. 2, n. 3615 del 13/04/1999, Rv. 525271). Con l’ulteriore implicazione che il vizio di contraddittorietà della motivazione, deducibile in cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non può essere riferito a parametri valutativi esterni, quale il contenuto della consulenza tecnica d’ufficio Sez. 1, n. 1605 del 14/02/2000, Rv. 533802). Peraltro, osservandosi che il vizio di insufficiente motivazione, denunciabile con ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, resta integrato solo ove consti la carenza di elementi, nello sviluppo logico del provvedimento, idonei a consentire la identificazione del criterio posto a base della decisione, ma non anche quando vi sia difformità tra il significato ed il valore attribuito dal giudice di merito agli elementi delibati, e le attese e deduzioni della parte al riguardo; mentre il vizio di contraddittoria motivazione, che ricorre in caso di insanabile contrasto tra le argomentazioni logico – giuridiche addotte a sostegno della decisione, tale da rendere incomprensibile la “ratio decidendi”, deve essere proprio della sentenza, e non risultare dalla diversa prospettazione addotta dal ricorrente (Sez. L., n. 8629 del 24/06/2000, Rv. 538004; Sez. 1, n. 2830 del 27/02/2001, Rv. 544226).

Si è condivisamente ulteriormente precisato, così da scolpire nitidamente l’ambito di legittimità, che il difetto di motivazione, nel senso di sua insufficienza, legittimante la prospettazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), è configurabile soltanto quando dall’esame del ragionamento svolto dal giudice del merito e quale risulta dalla sentenza stessa impugnata emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione ovvero quando è evincibile l’obiettiva deficienza, nel complesso della sentenza medesima, del procedimento logico che ha indotto il predetto giudice, sulla scorta degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già, invece, quando vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato attribuiti dal giudice di merito agli elementi delibati, poichè, in quest’ultimo caso, il motivo di ricorso si risolverebbe in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti dello stesso giudice di merito che tenderebbe all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione. In ogni caso, per poter considerare la motivazione adottata dal giudice di merito adeguata e sufficiente, non è necessario che nella stessa vengano prese in esame (al fine di confutarle o condividerle) tutte le argomentazioni svolte dalle parti, ma è sufficiente che il giudice indichi (come accaduto nella specie) le ragioni del proprio convincimento, dovendosi in tal caso ritenere implicitamente disattese tutte le argomentazioni logicamente incompatibili con esse (Sez. L, n. 2272 del 02/02/2007, Rv. 594690). Proprio per ciò non è ammesso perseguire con il motivo di ricorso un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, finalità sicuramente estranea alla natura e allo scopo del giudizio di cassazione. Infatti, il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico – formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (cfr., fra le tante, Sez. L, n. 9233 del 20/4/2006, Rv. 588486 e n. 15355 del 9/8/2004, Rv. 575318).

La spiegazione alternativa proposta con il ricorso, fronteggiante una insanabile contraddittorietà della motivazione, deve essere tale da apparire l’unica plausibile e la deduzione di un vizio di motivazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì il solo potere di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge). Ne deriva, pertanto, che alla cassazione della sentenza, per vizi della motivazione, si può giungere solo quando tale vizio emerga dall’esame del ragionamento svolto dal giudice del merito, quale risulta dalla sentenza, che si rilevi incompleto, incoerente o illogico, e non già quando il giudice del merito abbia semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore ed un significato difformi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte (cfr., fra le tante, Sez. 3, n. 20322 del 20/10/2005, Rv. 584541; Sez. L., n. 15489 dell’11/7/2007, Rv. 598729). Lo scrutinio di merito resta, in definitiva, incensurabile, salvo l’opzione al di fuori del senso comune (Sez. L., n. 3547 del 15/4/1994, Rv. 486201); la stessa omissione non può che concernere snodi essenziali del percorso argomentativo adottato (cfr., Sez. 2, n. 7476 del 4/6/2001, Rv. 547190; Sez. 1, n. 2067 del 25/2/1998, Rv. 513033; Sez. 5, n. 9133 del 676/2012, Rv. 622945, Sez. U., n. 13045 del 27/12/1997, Rv. 511208).

Quanto poi all’apporto di sapere proveniente dalla CTU va ribadito che se, per un verso, il giudice del merito, ove dia mostra di aver conosciuto e apprezzato le conclusioni del consulente, non è tenuto a fornire alcuna ulteriore motivazione, è altrettanto evidente che il ricorrente non può limitarsi a dissentire dalle predette conclusioni in sede di legittimità, ricadendo su di lui l’onere di puntualmente controdedurre, riportando i singoli passaggi della relazione e le specifiche ragioni poste a suo tempo in contrapposizione. In altri termini, è necessario che la parte alleghi di avere rivolto critiche alla consulenza stessa già dinanzi al giudice “a quo”, e ne trascriva, poi, per autosufficienza, almeno i punti salienti onde consentirne la valutazione in termini di decisività e di rilevanza, atteso che, diversamente, una mera disamina dei vari passaggi dell’elaborato peritale, corredata da notazioni critiche, si risolverebbe nella prospettazione di un sindacato di merito inammissibile in sede di legittimità. La parte che lamenti l’acritica adesione del giudice di merito alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio non può limitarsi a far valere genericamente lacune di accertamento o errori di valutazione commessi dal consulente o dalla sentenza che ne abbia recepito l’operato, ma, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione ed al carattere limitato del mezzo di impugnazione, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze e gli elementi rispetto ai quali invoca il controllo di logicità, trascrivendo integralmente nel ricorso almeno i passaggi salienti e non condivisi della relazione e riportando il contenuto specifico delle critiche ad essi sollevate, al fine di consentire l’apprezzamento dell’incidenza causale del difetto di motivazione (cfr., Sez. 1, n. 11482 del 03/06/2016, Rv. 639844; Sez. 1, n. 16368 del 17/07/2014, Rv. 632050; Sez. 1, n. 3224 del 12/02/2014, Rv. 630385). Nel caso di specie, non solo le critiche appaiono frammentate e nebulose, ma devesi rilevare, come prima si è detto, la non autosufficienza sul punto della lamentela.

La sentenza gravata non si mostra affetta da alcun vizio intrinseco, stante che il dissenso del B., appunto, risiede in una valutazione alternativa del materiale probatorio. La scelta di aderire alle conclusioni del CTU appare nient’affatto illogica, riposando sull’insindacabile convincimento che le dichiarazioni orali acquisite non potevano ritenersi soddisfacenti ad affermare la sussistenza dell’acquisto del diritto di proprietà per usucapione e che “la coerenza dei luoghi con la documentazione prodotta dall’attore a fondamento ed a prova delle sue ragioni” fosse stata verificata dal CTU.

E’ appena il caso di soggiungere che le denunziate violazione di legge, sgombrato il campo dal vizio motivazionale, si appalesano essere non più che un mero elenco di norme, senza che consti neppure accennato in cosa sia consistita la loro violazione. In altri termini, un vero e proprio escamotage per ottenere una revisione di merito della pronunzia d’appello.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese legali che, tenuto conto del valore e della qualità della causa, nonchè delle attività svolte, possono liquidarsi siccome in dispositivo.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.500. per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 24 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 6 aprile 2017

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