Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8893 del 13/05/2020

Cassazione civile sez. III, 13/05/2020, (ud. 17/02/2020, dep. 13/05/2020), n.8893

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36084-2018 proposto da:

WORLD FOUNDATION OF UROLOGY, in persona del suo legale rappresentante

pro tempore D.M., quest’ultimo anche proprio, domiciliati

ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato PASQUALE RINALDI;

– ricorrenti –

contro

L.C.E., già titolare della ditta CONFETTI D. DI

L.C.E., domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati

ANNA BERGHELLA, VITTORIO MASCI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5612/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 12/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/02/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

Fatto

RILEVATO

che:

1. Nel 2008, la World Foundation of Urology e il prof. D.M. proposero opposizione avverso il Decreto Ingiuntivo n. 20811 del 2008, con cui il Tribunale di Roma aveva ingiunto all’associazione, nonchè in proprio al legale rappresentante della stessa, di corrispondere alla Confetti D. di E.L.C. la somma di Euro 92.898,99, oltre accessori e spese, quale preteso residuo corrispettivo dovuto per la fornitura di cravatte.

Esposero di aver ordinato 10.000 cravatte al prezzo unitario, Iva compresa, di Euro 13,70, per campagne di sensibilizzazione contro il tumore della prostata; che, contrariamente agli accordi, la Confetti D. aveva fatturato 15.400 pezzi e che ciò era stato tempestivamente contestato; che, in ogni caso, aveva già corrisposto la somma di Euro 114.356 e che comunque non era previsto alcun termine per l’adempimento; che non era provato l’accordo per la fornitura delle ulteriori cravatte fatturate; che la ditta opposta stava trattenendo le cravatte rimaste invendute, già pagate dalla WFU; che, da ultimo, il decreto ingiuntivo contro D.M. era divenuto inefficace per mancata tempestiva notifica. Chiesero quindi la revoca del decreto ingiuntivo opposto.

Si costituì la Confetti D. in persona del titolare L.C.E., contestando le deduzioni avversarie e chiedendo il rigetto dell’opposizione.

11 Tribunale di Roma, con la sentenza n. 18618/2011, accolse parzialmente l’opposizione al decreto ingiuntivo, condannando gli opponenti al pagamento, a favore di parte opposta, della minor somma di Euro 41.385, quale corrispettivo ancora dovuto per la fornitura di cravatte.

2. La sentenza è stata confermata dalla Corte di Appello di Roma, con la sentenza n. 5612/2018, del 12 settembre 2018.

Per quel che qui ancora rileva, la Corte d’appello ha ritenuto inammissibile la doglianza con cui si lamentava la non idoneità delle fatture e dei documenti di trasporto prodotti a provare che vi fosse stato, da parte della WFU, un ordine eccedente le 10.000 cravatte inizialmente pattuite.

La Corte di merito ha infatti rilevato che la motivazione della sentenza di primo grado non si fondava solo sui suddetti documenti, ma valorizzava anche una serie di elementi non specificamente censurati dalla WFU e dal prof. D., evidenziando in particolare come gli stessi appellanti avessero ammesso la consegna di un numero di cravatte superiore a 10.000, senza provare di aver contestato tale consegna.

3. Avverso tale decisione, propongono ricorso in Cassazione la World Foundation of Urology e il prof. D.M. sulla base di due motivi.

3.1. Resiste con controricorso il signor L.C.E., già titolare della ditta Confetti D..

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. Con il primo motivo, i ricorrenti deducono l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

La Corte non avrebbe tenuto conto del fatto che la WFU non aveva mai richiesto alla Confetti D. una quantità di cravatte maggiore rispetto a quella minima di Euro 10.000 indicata nel contratto.

Peraltro, la sentenza sarebbe contraddittoria in quanto la Corte avrebbe motivato riportando un brano della motivazione della sentenza di primo grado, discostandosi però dalla stessa sentenza quanto al numero complessivo di cravatte ordinate.

Infatti, il primo giudice avrebbe indicato una quantità complessiva di 11.050 unità, mentre i giudice dell’appello avrebbero fatto riferimento a 10.740 unità.

La Corte d’appello non avrebbe poi tenuto conto delle contestazioni mosse avverso gli elementi considerati ai fini della decisione.

Il motivo è infondato.

La Corte d’appello, con motivazione scevra da vizi logico-giuridici, ha infatti osservato: che la sentenza di primo grado aveva ritenuto provato l’ordine di un numero di cravatte superiore a quello originariamente pattuito in base ad una serie di elementi, tra cui le dichiarazioni degli stessi opponenti; che gli appellanti non avevano contestato specificamente tali elementi, limitandosi a sostenere l’irrilevanza, ai fini della prova, delle fatture e dei documenti di trasporto.

Nè i ricorrenti riportano nel ricorso le specifiche contestazioni che avrebbero mosso, in sede di appello, nei confronti degli elementi valutati dalla Corte territoriale ai fini della decisione, con conseguente difetto di autosufficienza della censura con cui si afferma che la sentenza di appello avrebbe omesso di considerare tali contestazioni.

4.2. Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1560 c.c..

Poichè l’accordo sottoscritto tra le parti sarebbe da inquadrarsi nel contratto di somministrazione, si applicherebbe l’art. 1560 c.c., comma 2 e pertanto un’eventuale richiesta di cravatte in quantità ulteriore rispetto al limite minimo stabilito nel contratto sottoscritto tra le parti in data 10.12.2007, sarebbe dovuta provenire esclusivamente dal legale rappresentante della WFU, tramite atto scritto.

L’ordine suppletivo non potrebbe essere provato nè dalle fatture prodotte in sede monitoria, nè dei documenti di trasporto, nè dalla corrispondenza di posta elettronica intercorsa tra le segreterie della WFU e della Confetti D..

Le nuove richieste di spedizione riguardavano cravatte rimaste invendute e ritornate al deposito della Confetti D., e quindi facevano capo sempre alle iniziali 10.000 unità.

Del resto, come riconosciuto dallo stesso Tribunale, sarebbe stato assurdo ordinare nuove cravatte, quando varie migliaia erano tornate invendute e ancora giacevano nel magazzino dell’opposto.

Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza, poichè i ricorrenti non riportano il testo del contratto sottoscritto tra le parti, con la conseguenza che a questa Corte è precluso verificare la correttezza della interpretazione giuridica proposta dai ricorrenti (ovvero la qualificazione dello stesso contratto quale contratto di somministrazione) e, quindi, l’applicabilità della norma di cui si lamenta la violazione.

5. In conclusione, il ricorso deve essere respinto. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2020

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