Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8872 del 13/05/2020

Cassazione civile sez. III, 13/05/2020, (ud. 05/11/2019, dep. 13/05/2020), n.8872

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16833/2018 proposto da:

G.A., domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa per legge CLAUDIO

BALBONI, MAURO BERNARDINI;

– ricorrente –

contro

FINO 2 SECURITISATION SRL, e per essa quale mandataria, DOBANK SPA,

in persona del rappresentante delegato elettivamente domiciliata in

ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 86, presso lo studio dell’avvocato

FABIO ACCARDO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

UNICREDIT BANCA SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 819/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 21/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

05/11/2019 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

Fatto

RILEVATO

che:

1. G.A. propose opposizione avverso un decreto ingiuntivo emesso ad istanza della Cassa di Risparmio di Modena, in forza di una fideiussione prestata dall’opponente in favore della Fonderia M.: sostenne che il funzionario della banca, che l’aveva raggiunta presso i locali della fonderia (in cui ella lavorava come operaia), le aveva prospettato un’esposizione di 50 milioni di Lire e aggiunse di non essersi resa conto – in quanto ipovedente – di avere sottoscritto la fideiussione per un importo di 500 milioni di Lire. Il Tribunale di Modena confermò il decreto, ancorchè per una somma (di Euro 126.372,40) inferiore a quella in esso indicata. La Corte di Appello revocato il decreto, confermò la condanna della G. al pagamento della somma già ritenuta dovuta dal primo giudice. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della G. ed ha rinviato la causa alla Corte di Appello di Bologna affinchè esaminasse il profilo del dolo di cui sarebbe stata vittima la G. o – comunque – dell’errore in cui sarebbe incorsa in relazione all’importo oggetto della fideiussione.

La corte d’appello di Bologna, con la sentenza 819 del 22 marzo 2018 ha respinto sulla base delle prove orali e documentali le domande della G., sia quella di annullamento sia quella di nullità, posto che non vi sarebbe alcuna prova in atti della mancanza di corrispondenza tra il testo della garanzia rilasciata e la volontà della garante.

3. Avverso tale sentenza G.A. propone ricorso in Cassazione, sulla base di quattro motivi illustrati da memoria.

3.1. Resiste con controricorso la Dobank S.p.a.. L’intimata Unicredit Banca s.p.a. non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4.1. Con il primo motivo, la ricorrente lamenta, la sussistenza di sorpresa e inganno nel comportamento della banca – originaria Carimodena, Sig. F. – in rapporto alla tipologia e al contenuto dell’affare di cui è causa, al suo contesto extra bancario e alle condizioni soggettive della signora G., la violazione e falsa applicazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, artt. 1427-1429 e 1439 c.c., art. 132 c.p.c., comma 2 e art. 111 Cost., comma 6.

4.2. Con il secondo motivo, la ricorrente lamenta, la “sussistenza di sorpresa e inganno nel comportamento della banca – originaria Carimodena, Sig. F. – o quanto meno di errore in capo alla G., anche alla luce della

testimonianza B. e della sua dichiarazione extragiudiziale. Violazione di legge, motivazione irrimediabilmente contraddittoria art. 360 c.p.c., n. 3, in rapporto all’art. 116 e alle evidenze di causa)”.

Con i due motivi la G. si duole della ricostruzione fatta dal giudice del merito che non avrebbe preso in considerazione la miopia congenita della ricorrente ed il suo grado di istruzione quale semplice operaia. Non avrebbe valutato che l’incontro è avvenuto al di fuori della sede bancaria con documenti redatti già direttamente dalla banca di cui non è avvenuta lettura e che sono stati rilasciati in copia solo il giorno successivo alla firma. Lamenta altresì l’errata interpretazione che avrebbe fatto il giudice del merito della testimonianza resa dalla B. e della dichiarazione extragiudiziale da lei stessa rilasciata.

I due motivi, congiuntamente esaminati data la loro stretta connessione, sono manifestamente fondati.

Il giudice del rinvio era chiamato a riesaminare la vicenda alla luce (e nel rigoroso rispetto) del dictum di questa Corte che, con sentenza n. 1813 del 2016, aveva evidenziato come “la questione centrale sottoposta dalla ricorrente alla Corte di Appello (come già al “giudice di primo grado) non concernesse il fatto che ella non avesse voluto prestare la fideiussione, bensì la circostanza che aveva ritenuto di esporsi per 50 milioni di Lire e non si era resa conto di avere sottoscritto un impegno per 500 milioni.

A sostegno di tale linea difensiva, la signora G. aveva dedotto che, essendo gravemente ipovedente (e titolare di pensione per tale infermità), non aveva potuto leggere l’atto di fideiussione; che tale circostanza era risultata confermata dalle dichiarazioni della signora B., che aveva anche riferito come il funzionario della banca, benchè espressamente richiesto, non avesse rilasciato una copia del documento sottoscritto; che, per di più, dalla stessa relazione del F. (ossia di colui che aveva preparato l’atto e raccolto la firma), emergevano circostanze significative, quali il fatto che la G. era stata invitata a prestare la garanzia mentre si trovava intenta al lavoro presso la Fonderia e senza che, fosse stata assistita da alcuno e che, inoltre, lo stesso F. aveva fatto riferimento alla cifra di 50 milioni quale importo dell’effettiva esposizione.

La sentenza non dà conto dello specifico esame di questo profilo (costituente il fulcro della difesa della G.), essendosi limitata a valorizzare il dato – pacifico – dell’importo indicato nell’atto fideiussorio e il fatto che la ricorrente aveva sottoscritto anche una dichiarazione in cui dava atto di essere a conoscenza della grave esposizione del debitore principale, così pervenendo alla conclusione che la fideiussione era stata sottoscritta dopo che la predetta si era determinata a prestarla ed “era del tutto consapevole degli effetti pregiudizievoli dell’atto nei suoi confronti”.

Con ciò, è risultato tuttavia omesso l’esame del fatto effèttinamente controverso, costituto dall’errore in cui sarebbe incorsa la G., che – secondo la sua prospettazione – sarebbe stata indotta a ritenere di prestare la fideiussione fino all’importo di 50 milioni di Lire e non avrebbe potuto verificare l’effettivo contenuto del documento per non averlo potuto leggere, in quanto gravemente ipovedente e in quanto era stata vittima di un “effetto sorpresa”, che non le aveva consentito di comprendere gli effettivi termini dell’impegno assunto.

E’ stato così del tutto pretermesso l’esame del profilo del dolo di cui sarebbe stata vittima la G. o – comunque – dell’errore in cui sarebbe incorsa e ciò – si badi – non in relazione alla volontà di prestare la fideiussione, ma in ordine all’importo per cui la garante intendeva prestarla.

Nè può ritenersi che tale profilo sia stato considerato laddove la Corte ha affermato che la G. era del tutto consapevole dei rischi che andava ad assumere, dal momento che la consapevolezza del rischio insito nella prestazione della garanzia non fornisce elementi univoci in ordine all’effettivo importo per cui si era inteso assumere l’impegno fideiussorio”.

Di tale ampia ed inequivoca motivazione, si legge, nella sentenza oggi impugnata, soltanto una sintesi, manifestamente (e poco comprensibilmente) incompleta, che indurrà poi il giudice del rinvio a rigettare nuovamente il ricorso sulla base degli elementi che seguono:

a) L’esistenza di un primo documento, redatto a macchina, consiste in una dichiarazione della signora G. del 22.5.1991;

b) L’esistenza di un secondo documento, consistente in un rapporto interno alla Banca, a firma del funzionario F.;

c) L’esistenza di una dichiarazione olografa della signora B. – priva di data – che viene definita come “parzialmente diversa”, contenutisticamente “rispetto alle dichiarazioni rese all’udienza del 6 aprile 1995”. Il contenuto di tale dichiarazione era il seguente: “il signor F. fece firmare alcuni fogli, preciso 2, alla signora G. assicurandole che non avrebbe dovuto preoccuparsi perchè, nella peggiore delle ipotesi, avrebbe dovuto pagare al massimo 50 milioni di Lire. Nè lo nè la signora G. abbiamo letto la fideiussione, nè ce l’ha letta il signor F.. Quest’ultimo si è portato via i documenti formati senza rilasciarcene una copia, assicurando la signora G. che il massimo scoperto era di 50 milioni. Solo dopo averli letti ci siamo resi conto di quanto la signora avesse firmato”.

1) La mancanza di data di tale scrittura, come tale “non collocabile temporalmente”, senza “che vi sia prova che essa sia stata redatta nell’immediatezza dei fatti”.

2) Il “netto contrasto” della scrittura con la versione resa dalla stessa B. in sede di deposizione testimoniale.

3) La conseguente (al netto contrasto dichiarativo di cui sopra, sub 5) “necessaria svalutazione” di tale dichiarazione, inidonea alla dimostrazione del dolo o dell’errore sull’ammontare massimo della garanzia.

Osserva il collegio, preliminarmente, che “il netto contrasto” di cui sopra sub 5 emergerebbe dalle seguenti dichiarazioni rese dalla signora B.:

– A domanda circa la veridicità della circostanza per cui fu verbalmente garantito alla signora G. che non sarebbe capitato nulla, che la Cassa di risparmio non avrebbe mai agito nei suoi confronti e che in ogni modo la garanzia prestata comportava un impegno non superiore ai 50 milioni di Lire, la teste B. risponde: “non ricordo in quanto ero sconvolta dalla morte di mio marito”;

– Alla domanda sulla circostanza per cui la signora G., affetta da grave miopia congenita, e perciò non in grado di leggere la clausola miniaturizzata della fideiussione, avesse firmato un foglio di garanzia che era stato in realtà lasciato in bianco quanto all’importo da garantire, senza che del contenuto del foglio fosse stata data integrale lettura da parte del funzionario, la teste B. risponde: “non ricordo. Ricordo vagamente che il funzionario lesse due fogli alla signora G. che, essendo miope, non poteva provvedervi personalmente. Non ricordo nient’altro e niente sulle cifre.

In qual misura, secondo quale procedimento logico-deduttivo e logico-comparativo tali dichiarazioni, dal contenuto del tutto agnostico rispetto alle circostanze sottoposte alla teste, possano definirsi “in netto contrasto” con il contenuto della scrittura ritualmente prodotta in sede di giudizio di merito, non è dato comprendere.

Ne è dato comprendere (la Corte d’appello non lo spiega) la rilevanza della duplice circostanza della mancanza di data apposta alla scrittura proveniente dalla B., e della eventuale non immediatezza del suo rilascio rispetto ai fatti contestati.

Così come non è dato comprendere il procedimento logico induttivo e logico deduttivo (che governa la prova indiziaria) seguito dalla Corte, volto che risultano, per altro verso, del tutto ignorati i fatti storici (pur puntualmente indicati da questa Corte come rilevanti ai fini del decidere) costituiti:

a) Dalla accertata ipovedenza della garante, tale da impedirle di leggere il contenuto del documento sottoposto alla sua firma.

b) Dalla sua qualifica di semplice operaia della ditta a favore della quale aveva prestato fideiussione.

L’insieme delle suindicate emergenze probatorie avrebbe condotto (e dovrebbe condurre) a ben diverso esito processuale se la Corte territoriale, nel valutarle comparativamente, avesse evitato di commettere un primo, inspiegabile error procedendi, sub specie dell’errore di sussunzione per comparazione, nel ritenere un (del tutto inesistente) “netto contrasto” tra fonti di prova (le dichiarazioni della teste in sede di audizione risultano, oggettivamente, del tutto neutre, oltre che del tutto inidonee a smentire il contenuto di una prova documentale non impugnata di falso); ed avesse poi valutato, altrettanto oggettivamente, le decisive circostanze della ipovedenza della garante e della sua qualifica di semplice operaia (circostanza, quest’ultima, che rendeva già di per se del tutto inverosimile un impegno fideiussorio per un importo del tutto incompatibile con le sue capacità economiche).

La Corte omette del tutto, pertanto, di affrontare specificatamente il tema del vizio della volontà dedotto dalla G. ed in particolare la circostanza che la ricorrente aveva ritenuto di esporsi per 50 milioni di Lire e non si era resa conto di aver sottoscritto un impegno per 500 milioni. La sentenza di annullamento del primo giudizio aveva espressamente rimarcato come non fosse stato punto esaminato, sulla base di tutte le circostanze sinora evidenziate, il fatto controverso, costituito dall’evidente errore in cui era incorsa la G., indotta a ritenere di prestare la fideiussione fino all’importo di 50 milioni di Lire senza poter verificare l’effettivo contenuto del documento per non averlo potuto leggere in quanto ipovedente e in quanto era stata vittima di un effetto a sorpresa, che non le aveva consentito di comprendere gli effettivi termini dell’impegno assunto – ciò che rende del tutto irrilevante, e svalutato, il contenuto dei primi due documenti esaminati dal giudice di merito.

La corte territoriale ha, pertanto, ricostruito la vicenda in modo del tutto incoerente e contraddittorio, in spregio dei canoni normativi dettati in tema di prova presuntiva.

Non emerge dalla motivazione della sentenza che sia stato in alcun modo esaminato in modo approfondito il tema indicato dalla sentenza di rinvio di questa Corte, volta che in nessun passaggio della motivazione viene affrontato specificatamente il tema del vizio della volontà dedotto dalla G. ed in particolare la circostanza che la stessa aveva ritenuto di esporsi per 50 milioni di Lire e non si era resa conto di aver sottoscritto un impegno per 500 milioni anche perchè ipovedente.

La motivazione della sentenza deve ritenersi, pertanto, assolutamente assente, rientrando così nelle ipotesi di “motivazione apparente”, di “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” previste da Cass. S.U. 8053 – 8054/2014.

4.3. Con il terzo motivo, la ricorrente lamenta la nullità della fideiussione per difetto di causa. Falsa applicazione di norme di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in rapporto all’art. 1325 c.c., n. 2, artt. 1418 e 1421 c.c.. Denuncia la nullità della fideiussione per difetto di causa.

4.4. Con il quarto motivo la ricorrente ha denunciato la violazione della sentenza impugnata ex art. 360 c.p.c., n. 3, in rapporto alle norme di cui alla direttiva CEE n. 577/1985, poi recepita con il D.Lgs. n. 50 del 1992, per contrarietà alle norme e principi di diritto comunitario che tutelano il consumatore nei confronti del professionista, in particolare quelle riguardanti i contratti negoziati fuori dai locali commerciali.

Il terzo e quarto motivo sono, allo stato del procedimento, assorbiti dall’accoglimento dei primi due motivi.

5. Pertanto la Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti il terzo e quarto, cassa la sentenza impugnata come in motivazione e rinvia alla Corte di appello di Bologna in diversa composizione anche per le spese di questo giudizio.

P.Q.M.

la Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti il terzo e quarto, cassa la sentenza impugnata come in motivazione e rinvia alla Corte di appello di Bologna in diversa composizione anche per le spese di questo giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 5 maggio 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2020

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