Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8863 del 13/05/2020

Cassazione civile sez. I, 13/05/2020, (ud. 05/03/2020, dep. 13/05/2020), n.8863

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAZZICONE Loredana – Presidente –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 8224/2019 proposto da:

B.Y., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso

la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’Avvocato Michele Carotta, giusta procura speciale allegata al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi 12,

presso l’Avvocatura generale dello Stato, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA depositato il 1/2/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

5/3/2020 dal Cons. Dott. Alberto Pazzi.

Fatto

RILEVATO

che:

1. con decreto in data 15 novembre 2018 il Tribunale di Venezia rigettava il ricorso proposto da B.Y., cittadino del (OMISSIS), avverso il provvedimento di diniego di protezione internazionale emesso dalla locale Commissione territoriale al fine di domandare il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 2 e 14 e del diritto alla protezione umanitaria;

il Tribunale in particolare: i) rilevava che la vicenda narrata non era inquadrabile in un pericolo di persecuzione; ii) riteneva che le dichiarazioni del migrante (il quale aveva raccontato di essersi allontanato dal suo paese dopo aver accidentalmente causato un incendio nei fondi limitrofi al suo ed al fine di sfuggire al desiderio di vendetta dei vicini, che erano arrivati a minacciarlo di morte) non fossero credibili e comunque non rappresentassero una minaccia attuale; iii) osservava come non emergesse alcun elemento idoneo a integrare i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria;

2. per la cassazione di tale decreto ha proposto ricorso B.Y. prospettando tre motivi di doglianza;

il Ministero dell’Interno si è costituito al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c., al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

3.1 il primo motivo di ricorso denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la nullità e l’erroneità della sentenza impugnata per violazione o falsa applicazione dei principi che regolano l’onere della prova in tema di riconoscimento dello status di rifugiato, in quanto il Tribunale si sarebbe limitato a ritenere insufficienti e contraddittorie le dichiarazioni e le prove portate dal ricorrente a sostegno delle proprie richieste pretendendo uno sforzo probatorio irragionevole, tenuto conto della distanza geografica e culturale che separa l’Italia dalla realtà senegalese, e senza dare alcun contributo all’attività di indagine e informazione riguardante la vicenda narrata;

3.2 il motivo è inammissibile;

il Tribunale, nel valutare la richiesta di riconoscimento del diritto al rifugio, ha tralasciato ogni considerazione in merito alla veridicità delle dichiarazioni del migrante, limitandosi a rilevare che la vicenda narrata dal ricorrente “non era inquadrabile in un pericolo di persecuzione sulla base di una specifica condizione soggettiva legata a ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale” (pag. 3);

la critica in esame è del tutto scollegata dalle ragioni offerte dal collegio di merito e si attarda a contestare argomenti offerti sotto il diverso profilo della protezione sussidiaria;

ne discende la sua inammissibilità, dato che la proposizione di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), (Cass. 20910/2017);

4.1 il secondo motivo di ricorso assume la nullità della sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, a causa dell’utilizzo di criteri erronei e/o illegittimi nella valutazione dei fatti rappresentati nella documentazione e nelle dichiarazioni rese dal richiedente asilo ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria o umanitaria: il Tribunale non avrebbe considerato che il Senegal è uno Stato ad alto tasso di giustizia privata, dove l’accesso alla giurisdizione ordinaria risulta difficoltoso e improponibile; sarebbe stato pertanto necessario valorizzare il rischio effettivo del migrante di subire un grave danno, senza effettuare alcun accertamento sulla storia o la vicenda pregressa;

in ogni caso sussistevano – in tesi di parte ricorrente – i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria;

4.2 il motivo risulta, nel suo complesso, inammissibile;

i giudici di merito hanno ritenuto che non potesse essere riconosciuta la protezione sussidiaria sia perchè il racconto del migrante non era credibile, mancando così la dimostrazione del ricorrere dei presupposti per l’applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, sia perchè in ogni caso il pericolo prospettato non era più attuale, dato che i fatti risalivano al 2015 e la famiglia del migrante non aveva subito alcuna specifica conseguenza, pur continuando a vivere nel medesimo contesto;

nessuna censura è stata sollevata rispetto a questo secondo ordine di argomenti;

il che comporta l’inammissibilità del ricorso;

infatti, ove la statuizione sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l’omessa impugnazione di una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, in nessun caso potrebbe produrre l’annullamento della decisione (Cass. 9752/2017); il Tribunale ha poi accertato, in fatto, l’inesistenza di ragioni di carattere umanitario tali da consentire il riconoscimento della forma di protezione residuale in questione;

a fronte di questo accertamento il mezzo si limita a deduzioni astratte e di principio, che non scalfiscono la ratio decidendi e si limitano a sollecitare una nuova valutazione, nel merito, della domanda;

5.1 il terzo motivo di ricorso lamenta il difetto assoluto di motivazione della sentenza impugnata, il cui contenuto sarebbe apparente e incomprensibile perchè scollegato con la vicenda storica personale del migrante: il Tribunale si sarebbe attardato ad esaminare il livello di violenza del Casamance fornendo argomenti stravaganti rispetto al thema decidendum e alla vicenda personale a cui doveva porre attenzione;

5.2 il motivo è inammissibile;

il collegio di merito, chiamato a vagliare la domanda di protezione sussidiaria presentata D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), si è interrogato in merito all’esistenza nel paese di origine di un conflitto armato generalizzato e a tal fine ha fatto riferimento alle condizioni esistenti nella regione del Casamance, quale unica zona del Senegal dove poteva ipotizzarsi che esistesse una simile condizione;

si tratta quindi di argomenti correlati alla domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria presentata dal migrante e sviluppati al fine di vagliarne la fondatezza;

la critica in esame risulta quindi inammissibile, non incontrando la ratio decidendi posta a fondamento della pronuncia impugnata (Cass. 19989/2017);

6. in forza dei motivi sopra illustrati il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile;

la costituzione dell’amministrazione intimata al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c., ed al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, non celebrata, esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 5 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2020

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