Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8819 del 05/04/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. lav., 05/04/2017, (ud. 11/01/2017, dep.05/04/2017),  n. 8819

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20088 – 2014 proposto da:

P.G. C.F. (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’Avvocato

NYRANNE MOSHI, domiciliato in ROMA presso la Cancelleria della Corte

Suprema di Cassazione, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

FERROVIARIA ITALIANA S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli Avvocati

PAOLO TOSI e ANDREA UBERTI, domiciliata in ROMA presso la

Cancelleria della Corte Suprema di Cassazione, giusta delega in

atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1465/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 30/01/2014 R.G.N. 3020/12;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/01/2017 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE;

udito l’Avvocato IVAN ASSAEL per delega Avvocato NYRANNE MOSHI;

udito l’Avvocato FRANCO RAIMONDO BOCCIA per delega orale Avvocato

PAOLO TOSI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’Appello di Milano, con sentenza resa pubblica il 30/1/2014, confermava la pronuncia del Tribunale della stessa sede con cui era stata respinta la domanda proposta da P.G. nei confronti di Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. intesa a conseguire pronuncia di illegittimità del licenziamento intimatogli in data 6/7/2009.

Nel pervenire a tali conclusioni la Corte territoriale, in estrema sintesi, rimarcava la correttezza dell’iter argomentativo seguito dal giudice di prima istanza il quale aveva in premessa rilevato come al ricorrente, in qualità di responsabile del reparto tecnico e sicurezza nonchè direttore dei lavori da svolgersi presso lo scalo di Porta Romana, competesse la redazione del certificato di regolare esecuzione dei lavori nonchè la verifica di congruità dei corrispettivi rispetto alle opere eseguite. In tale prospettiva, elementi idonei a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario sotteso al rapporto di lavoro, erano stati ritenuti i comportamenti posti in essere dal lavoratore e consistiti nell’omissione della necessaria attività di controllo, nella predisposizione di stime su volumi non corretti e su tariffe non appropriate, nella accertata congruità di spese determinate sulla scorta di tariffe erronee in quanto sovradimensionate rispetto ai prezzi di mercato. L’entità dei descritti errori di valutazione, univocamente indirizzati a favorire la ditta appaltatrice, nella prospettazione del primo giudice come recepita dalla Corte distrettuale, qualificavano, quindi, in termini di dolo la condotta attorea, conferendo alla sanzione irrogata il carattere di proporzionalità rispetto alle mancanze ascritte.

Avverso tale decisione il P. interpone ricorso per cassazione affidato a sei motivi resistiti con controricorso dalla società intimata.

Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 416 c.p.c.. Si deduce che erroneamente i giudici del gravame avrebbero ritenuta come incontroversa la ricostruzione dei fatti allegata nel ricorso introduttivo, non facendo discendere da ciò la piena prova dei fatti non contestati e quindi la completa responsabilità del dirigente ing. C. per gli errori di calcolo ascritti ad esso ricorrente.

In particolare si deduce che, “stante la mancata contestazione dei fatti allegati in ricorso, la Corte avrebbe dovuto dedurre la piena prova del fatto che il ricorrente” si era “espressamente opposto alla richiesta del dirigente e che questi” gli aveva “imposto le modalità di calcolo dei volumi”.

2. Il motivo è privo di pregio.

E’ principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (vedi Cass. 11/1/2016 n. 195, Cass. 16/7/2010 n. 16698).

Orbene nello specifico, il ricorrente tende a pervenire, per il tramite del vizio di violazione di legge, ad una rivisitazione degli approdi ai quali è addivenuta la Corte di merito in ordine alla idoneità della condotta attorea a ledere il vincolo fiduciario, che risulta inibita nella presente sede di legittimità, alla luce dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella versione di testo applicabile ratione temporis, di cui alla novella del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134.

Deve considerarsi che il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per servizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

La parte ricorrente deve dunque indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso” (Cass. sez. un. 22/9/2014 n. 19881). Nella riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 è dunque scomparso ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata e, accanto al vizio di omissione (seppur cambiato d’ambito e di spessore), non sono più menzionati i vizi di insufficienza e contraddittorietà. Ciò a supporto della generale funzione nomofilattica della Corte di Cassazione, quale giudice dello ius constitutionis e non, se non nei limiti della violazione di legge, dello ius litigatoris.

In questa prospettiva, proseguono le Sezioni Unite, la scelta operata dal legislatore è quella di limitare la rilevanza del vizio di motivazione, quale oggetto dei sindacato di legittimità, alle fattispecie nelle quali esso si converte in violazione di legge: e ciò accade solo quando il vizio di motivazione sia così radicale da comportare, con riferimento a quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per “mancanza della motivazione”.

Pertanto, l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità quale violazione di legge costituzionalmente rilevante attiene solo all’esistenza della motivazione in sè, e si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”.

3. Nello specifico va rimarcato come la Corte distrettuale abbia argomentato in ordine alla gravità del comportamento assunto dal ricorrente il quale, nella qualità di responsabile del reparto tecnico e sicurezza nonchè di direttore dei lavori, aveva il compito di redigere e sottoscrivere il certificato di regolare esecuzione dei lavori, nonchè di verificare la coerenza delle opere rispetto alle richieste del Project Manager e la congruità dei corrispettivi.

Le eventuali ragioni di urgenza addotte a motivo della sommarietà delle stime svolte – nella considerazione della Corte – non potevano giustificare scostamenti così macroscopici, quali quelli obiettivamente riscontrati in danno dell’azienda e a favore dell’appaltatore, tanto più che nella lettera di accompagnamento, fra le problematiche connesse alla demolizione, non vi era alcun cenno al fatto che la volumetria dei fabbricati da demolire avesse carattere provvisorio, nè che non fosse stato svolto alcun sopralluogo.

Da quanto sinora detto discende che “l’iter motivazionale percorso dai giudici dell’impugnazione, congruo e completo per quanto sinora detto, non risponde ai requisiti dell’assoluta omissione, della mera apparenza ovvero della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta, che avrebbero potuto giustificare l’esercizio del sindacato di legittimità (cfr. Cass. S.U. 7/4/2014, n. 8053), onde la relativa statuizione non resta scalfita dalle doglianze, formulate con approccio non consentito in questa sede di legittimità.

4. Con il secondo motivo è denunciata violazione dell’art. 2697 c.c. e art. 244 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5. Ci si duole della mancata ammissione della prova per testimoni su di un punto decisivo della controversia. Il ricorrente deduce l’allegazione di circostanze essenziali all’accertamento della estraneità ai fatti, giacchè dalla articolazione dei capitoli di prova si desumeva che l’ing. C. aveva richiesto una stima preliminare dei costi con preavviso inferiore ad un giorno, non consentendogli di effettuare il sopralluogo e la formulazione di diverse obiezioni sul metodo di lavoro impostogli.

5. La censura presenta le medesime carenze riscontrate in relazione al primo motivo.

La critica formulata, palesa profili di inammissibilità laddove si fonda sull’aliegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta esterna all’esatta interpretazione della norma, non congruamente veicolata per il tramite del vizio di violazione di legge, giacchè inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito (cfr. Cass. 11/1/2016 n. 195).

Sotto il profilo del vizio motivazionale, promiscuamente invocato unitamente alla censura proposta ex art. 360, comma 1, n. 3 in relazione alle circostanze oggetto del capitolato di prova – che si assume non siano state vagliate dalla Corte distrettuale – deve dedursi l’infondatezza della critica, avendo le circostanze che si assume siano state trascurate, rinvenuto un precipuo rilievo nell’iter motivazionale che innerva la pronuncia impugnata.

I giudici dell’impugnazione hanno infatti rimarcato come le eventuali ragioni di urgenza addotte a sostegno della sommarietà dei calcoli svolti, non integrassero una valida giustificazione per escludere la grave responsabilità del direttore dei lavori in ordine alle evidenti discrasie riscontrate fra le stime volumetriche del fabbricati da demolire rispetto al reale 1e fra i prezzi richiesti dalla ditta appaltatrice per la triturazione del materiale, ritenuti congrui, rispetto ai canoni previsti dal documento di collaudo tecnico amministrativo, inferiori del 30% rispetto al prezzo unitario indicato dal direttore.

La doglianza si palesa, dunque, priva di fondamento, essendo la decisione del tutto esaustiva e congrua, anche alla stregua dei rinnovati parametri introdotti dalla novella di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134.

5. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio. Deduce che la Corte distrettuale abbia tralasciato di considerare la decisiva circostanza, allegata in ricorso di primo grado, relativa alla mancata sospensione cautelare del P. il quale, a differenza degli altri dipendenti coinvolti nel procedimento disciplinare, aveva continuato a lavorare, con legittimo affidamento in ordine alla mancata considerazione, da parte aziendale, in termini di gravità, degli addebiti formulati. La Corte avrebbe omesso altresì di considerare che egli stesso, prima degli accertamenti disposti dalla direzione audit, aveva provveduto a bloccare l’emissione delle lettere d’ordine evitando che si verificasse un danno patrimoniale in capo alla datrice di lavoro. Il ricorrente lamenta altresì l’omessa considerazione di taluni dati documentali dai quali emergeva l’intervenuta alterazione, presumibilmente da parte del dirigente C., in danno di esso ricorrente, licenziato per fatti da lui non commessi.

6. Il motivo non merita accoglimento.

Ricorre infatti il vizio di omesso esame di un fatto decisivo e controverso di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (nel testo attualmente vigente, ali esito delle modiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv. in L. n. 134 del 2012), quando venga preclusa alla parte la possibilità di assolvere l’onere probatorio su lei gravante, sulla base di motivazioni apparenti o perplesse (vedi ex multis Cass. 22/6/2016 n. 12884).

E stato altresì ritenuto che la censura in sede di legittimità ai sensi della citata disposizione, è inammissibile qualora il motivo di ricorso per l’omesso esame di elementi istruttori non si risolva nella prospettazione di un vizio di omesso esame di un fatto decisivo ove il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (vedi Cass. 9/7/2015 n. 14324).

Con riferimento specifico al mancato esame di un documento, questa Corte ha poi affermato il principio per cui può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui determini l’omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, segnatamente, quando il documento non esaminato offra la prova di circostanze cE tale portata da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di fondamento (vedi Cass. 28/9/2016 n. 19150).

Orbene, nello specifico, le circostanze che si deduce siano state ingiustamente trascurate dai giudici dell’impugnazione, non si ritiene possano rivestire quel valore idoneo a determinare direttamente un diverso esito del giudizio (vedi in motivazione, Cass. 17/7/2014, n. 16356).

La Corte distrettuale, ha invero, comunque preso in considerazione i fatti storici, rilevanti in causa, ancorchè non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie, facendo discendere dal peculiare ruolo direttivo rivestito dal ricorrente all’interno della compagine aziendale e dalla entità degli errori di valutazione commessi, la gravità della lesione Atl vincolo fiduciario sotteso al rapporto di lavoro inter partes, onde la pronuncia resiste, anche sotto tale profilo, alla censura all’esame.

7. Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2106 c.c. e della L. n. 300 del 1970, art. 7. Si lamenta, in sintesi, che la Corte di merito abbia vulnerato il principio di proporzionalità della sanzione rispetto alle mancanze ascritte laddove, pur riconoscendo che gli errori commessi dal direttore fossero stati in parte indotti dal dirigente ing. C., non ne ha conseguentemente valutato in termini attenutati, la responsabilità. La Corte avrebbe omesso, altresì, di valutare la storia professionale del ricorrente, mai connotata da alcuna contestazione disciplinare, così come le conseguenze reali della vicenda, prive di un effettivo pregiudizio per la società datoriale.

8. Il motivo è privo di pregio.

Secondo una consolidata ricostruzione giurisprudenziale della nozione di giusta causa nell’ambito del licenziamento disciplinare, per stabilire in concreto l’esistenza di una giusta causa (che deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro ed in particolare di quello fiduciario) occorre valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi ed all’intensità dell’elemento intenzionale, dall’altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, stabilendo se la lesione dell’elemento fiduciario su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro sia in concreto tale da giustificare o meno la massima sanzione disciplinare (vedi ex plurimis, Cass. 25/5/2016 n. 10842, Cass. 26/4/2012 n. 6498, Cass. 8/9/2006 n. 19270).

Vertendosi in tema di applicazione di una clausola generale, va rimarcato che la stessa richiede di essere concretizzata dall’interprete tramite valorizzazione dei fattori esterni e dei principi tacitamente richiamati dalla norma, quindi mediante specificazioni che hanno natura giuridica, mentre l’accertamento della ricorrenza concreta degli elementi del parametro normativo, si pone sul diverso piano del giudizio di fatto, demandato al giudice di merito, che deve essere svolto in base agli specifici elementi oggettivi e soggettivi della fattispecie concreta, quali il tipo di mansioni affidate al lavoratore, il carattere doloso o colposo dell’infrazione, le circostanze di luogo e di tempo, le probabilità di reiterazione dell’illecito, il disvalore ambientale della condotta quale modello diseducativo per gli altri dipendenti, ed è incensurabile in cassazione per vizi di motivazione.

Nello specifico la qualificazione giuridica dei fatti e, nella specie, il giudizio di sussunzione dei fatti contestali nell’ambito della clausola generale della giusta causa è stato, dunque, effettuato dai giudici dell’impugnazione in sintonia con i principi elaborati da questa Corte. Nè le censure illustrate dalla parte ricorrente sono idonee a segnalare un vizio di motivazione ai sensi e per gli effetti del richiamato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo applicabile ratione temporis.

Va infatti richiamato quanto già dedotto in relazione alle pregresse critiche, con riferimento alla esaustività e correttezza delle argomentazioni adottate dalla Corte di merito, laddove da un canto ha rimarcato l’evidenza oggettiva del calcolo dei volumi di fabbricato da demolire elaborato in misura quasi doppia rispetto al reale (103,451 mc. anzichè 56.000) ed il giudizio di congruità del prezzo della triturazione, superiore del 30% rispetto a quello definito in sede di collaudo; dall’altro ha argomentato in ordine alla dolosità del comportamento assunto dal ricorrente, desumibile dalla natura macroscopica dei prospettati errori di valutazione non compatibili con la omessa segnalazione anche ai superiori gerarchici delle indebite pressioni esercitate dal dirigente C., evidenziando il disvalore ambientale della condotta quale modello diseducativo per gli altri dipendenti, considerato il ruolo direttivo rivestito nell’ambito dell’assetto organizzativo aziendale, in quanto Responsabile di Reparto.

Nè, ai fini qui considerati, si palesa decisiva la circostanza che si assume trascurata da parte dei giudici del gravame, relativa al comportamento immune da censure osservato dal ricorrente nel corso della propria vita professionale giacchè, come affermato da questa Corte in taluni suoi arresti, la gravità della condotta, sia sotto il profilo soggettivo che oggettivo, consente di escludere che nella determinazione della sanzione da irrogare il datore di lavoro possa prendere in considerazione quale elemento decisivo, la mancanza di precedenti disciplinari (vedi in motivazione, Cass. 21/3/2008 n. 7634).

9. Con la quinta censura si denuncia violazione degli artt. 52 e seguenti del c.c.n.l. attività ferroviarie del 16/4/2003, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Si deduce che la sanzione espulsiva irrogata risultava sproporzionata rispetto ai fatti contestati e adottata in violazione dei principi sanciti al riguardo dal codice civile e specificati dalle disposizioni contrattuali collettive in relazione alle quali la sentenza impugnata non aveva esplicato alcuna motivazione. Si ribadisce che la condotta oggetto di contestazione, era qualificata da un elemento psicologico di natura colposa che non avrebbe giustificato l’irrogazione della massima sanzione disciplinare, senza preavviso, in base alle previsioni pattizie di natura collettiva. Si critica la sentenza impugnata per aver omesso ogni riferimento alla circostanza, desumibile dagli atti, che nessun danno patrimoniale era stato prodotto a carico della società appaltante, e che, in ogni caso, l’inosservanza di leggi o regolamenti produttiva di danno potenziale per l’azienda, integrava un comportamento espressamente sanzionato dall’art. 56 c.c.n.l. di settore con la mera sospensione.

10. La doglianza appare innanzitutto connotata da profili di inammissibilità, ove si consideri il principio affermato da questa Corte secondo cui, qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata nè indicata nelle conclusioni ivi epigrafate, il ricorrente che riproponga tale questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (vedi ex plutimis, Cass. 22/4/2016 n. 8206).

La critica, peraltro, ancora una volta, tende comunque a pervenire ad una rinnovata valutazione dell’accertamento in fatto operato dai giudici del mento la cui ricostruzione e valutazione dei fatti, censurabile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, solo nella ipotesi di “omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti”, ipotesi che, per quanto sinora detto, resta esclusa nella fattispecie qui scrutinata.

11. Con il sesto motivo è denunciata violazione e falsa interpretazione dell’art. 342 c.p.c.. Si lamenta che la Corte distrettuale abbia dichiarato inammissibili gli ulteriori motivi di appello relativi alla violazione dei principi di tempestività della contestazione disciplinare in quanto mancanti del requisito della specificità, perchè meramente riproduttivi degli argomenti sviluppati in primo grado e sui quali il primo giudice si era già pronunciato. Si richiama la giurisprudenza di legittimità secondo cui non è necessario che gli errori attribuiti alla sentenza impugnata siano evidenziati con nuove argomentazioni e si rimarca che ai sensi dell’art. 61 c.c.n.l. di settore, “la contestazione degli addebiti deve essere tempestiva e non deve andare oltre il termine di 30 giorni, salvo esigenze istruttorie che in questo caso non si rinvengono”.

12. Anche detto ultimo motivo va disatteso.

Non può tralasciarsi di considerare il difetto di specificità che lo connota, giacche non viene riportato il tenore della sentenza di primo grado, nè il contenuto dell’atto di appello, elementi tutti coessenziali alla verifica nella presente sede, della congruità e specificità delle critiche mosse, già esclusa dai giudici del gravame.

In definitiva, sotto tutti i profili delineati, il ricorso non si palesa meritevole di accoglimento.

Consegue la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di legittimità in favore della Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. nella misura in dispositivo liquidata.

Infine si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15%, ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 aprile 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA