Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8800 del 12/05/2020

Cassazione civile sez. lav., 12/05/2020, (ud. 15/01/2020, dep. 12/05/2020), n.8800

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano P. – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25970-2016 proposto da:

TELECOM ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUIGI GIUSEPPE

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati FRANCO RAIMONDO

BOCCIA, ENZO MORRICO e ROBERTO ROMEI;

– ricorrente –

contro

B.L., C.R., CA.CL., tutti

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA GIOVANNI NICOTERA 29, presso

lo studio dell’avvocato GIORGIO PIRANI, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato SILVIA PARASCANDOLO;

– controricorrenti –

e contro

S.G., M.L., G.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1150/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 16/05/2016, R.G.N. 6096/2011.

Fatto

RILEVATO

CHE:

con sentenza in data 16 maggio 2016, la Corte d’appello di Roma rigettava l’appello proposto da Telecom Italia s.p.a. avverso la sentenza di primo grado, di reiezione della sua opposizione al decreto dello stesso Tribunale che le aveva ingiunto il pagamento di somme, in favore dei dipendenti C.R., S.G., B.L., Ca.Cl., M.L. e G.S., per retribuzioni maturate e non pagate nel periodo 2007/08, sul presupposto dell’illegittimità del trasferimento del ramo di azienda dalla predetta società a Hewlett Packard Distributed Computing Service (HP – DCS) s.r.l., accertata da sentenza del Tribunale di Roma del 31 gennaio 2007, che l’aveva pure condannata alla loro reintegrazione in servizio;

avverso tale sentenza la società, con atto notificato il 10 novembre 2016, ricorreva per cassazione con tre motivi, cui C.R., B.L. e C.C. resistevano con unico controricorso; gli altri lavoratori, pure ritualmente intimati, non svolgevano difese.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. in via preliminare, occorre dare atto della “rinuncia agli atti, ai diritti e all’azione” in data 9 gennaio 2020 di Telecom Italia s.p.a. nei confronti di Ca.Cl., G.S. e S.G. per intervenuta conciliazione, comportante la cessazione della materia del contendere tra le parti (indipendentemente dalla loro accettazione, non risultante: Cass. 23 luglio 2019, n. 19845), con la compensazione delle spese del giudizio tra le stesse;

2. la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1206,1208 e 1217 c.c., per inesistenza di una valida costituzione in mora, erroneamente ritenuta dalla Corte territoriale, da parte dei lavoratori, per indisponibilità della prestazione lavorativa da loro offerta alla società cedente già datrice, in quanto nello stesso periodo resa in favore della cessionaria HP – DCS s.r.l., in quanto suoi dipendenti (primo motivo); violazione e falsa applicazione degli artt. 1206,1207,1217,1223,1256,1453 e 1463 c.c., per avere la Corte territoriale, nonostante la sopravvenuta impossibilità dei lavoratori (dopo la costituzione in mora della società già datrice cedente il ramo d’azienda) di rendere per fatto a loro imputabile la prestazione, in quanto assolta contemporaneamente in favore della società cessionaria, erroneamente ritenuto il loro diritto di esigere la retribuzione, con inapplicabilità, avendo escluso la natura risarcitoria dell’eventuale credito, dei principi di compensatio lucri cum damno, nella specificazione dell’aliunde perceptum, pari alle retribuzioni percepite (con irrilevanza dell’operata distinzione tra i periodi anteriore e successivo alla pronuncia di nullità della cessione d’azienda, ai fini della diversa natura dei diritti dei lavoratori in essa coinvolti: di natura risarcitoria il primo, siccome direttamente dipendente dall’illecito della datrice cedente; di natura retributiva il secondo, per la ricostituzione del vincolo contrattuale per effetto della sentenza di nullità) (secondo motivo); violazione e falsa applicazione dell’art. 614bis c.p.c., per avere la Corte territoriale erroneamente ritenuto essere la “doppia retribuzione” l’unico mezzo per assicurare l’adempimento datoriale di un obbligo di fare infungibile, come tale incoercibile, anche dopo l’introduzione con la norma denunciata di misure di coercizione indiretta, peraltro espressamente non applicabile ai rapporti di lavoro (terzo motivo);

3. essi, congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono infondati;

3.1. questa Corte ha risolto la questione relativa alla natura, se retributiva ovvero risarcitoria, dei crediti che i lavoratori abbiano ingiunto in pagamento a Telecom Italia s.p.a., a titolo di emolumenti loro dovuti per effetto del mancato ripristino del rapporto da parte della società predetta (nonostante l’ordine del Tribunale con la citata sentenza di accertamento di illegittimità della cessione del ramo d’azienda) con decorrenza dalla messa in mora da parte dei lavoratori medesimi, nel senso della natura retributiva e non più risarcitoria (come invece secondo un indirizzo precedente: Cass. 17 luglio 2008 n. 19740; Cass. 9 settembre 2014 n. 18955; Cass. 25 giugno 2018, n. 16694), sulla scorta dell’insegnamento posto recentemente dalle Sezioni unite civili di questa Corte (sentenza 7 febbraio 2018, n. 2990): con la conseguente indetraibilità di quanto percepito dai lavoratori a titolo di retribuzione per l’attività prestata alle dipendenze della predetta società, già cessionaria del ramo d’azienda; sicchè, essa ha ritenuto che, in caso di cessione di ramo d’azienda, ove su domanda del lavoratore ceduto venga giudizialmente accertato che non ricorrono i presupposti di cui all’art. 2112 c.c., il pagamento delle retribuzioni da parte del cessionario, che abbia utilizzato la prestazione del lavoratore successivamente a detto accertamento ed alla messa a disposizione delle energie lavorative in favore dell’alienante da parte del lavoratore, non produca effetto estintivo, in tutto o in parte, dell’obbligazione retributiva gravante sul cedente che rifiuti, senza giustificazione, la controprestazione lavorativa (Cass. 3 luglio 2019, n. 17784; Cass. 7 agosto 2019, n. 21158);

3.2. essa ha pure chiarito “come soltanto un legittimo trasferimento d’azienda comporti la continuità di un rapporto di lavoro che resta unico ed immutato, nei suoi elementi oggettivi, esclusivamente nella misura in cui ricorrano i presupposti di cui all’art. 2112 c.c. che, in deroga all’art. 1406 c.c., consente la sostituzione del contraente senza consenso del ceduto”; essendo “evidente che l’unicità del rapporto venga meno, qualora… il trasferimento sia dichiarato invalido, stante l’instaurazione di un diverso e nuovo rapporto di lavoro con il soggetto (già, e non più, cessionario) alle cui dipendenze il lavoratore “continui” di fatto a lavorare”; e che “l’unicità del rapporto presupponga la legittimità della vicenda traslativa regolata dall’art. 2112 c.c. Sicchè, accertatane l’invalidità, il rapporto con il destinatario della cessione è instaurato in via di mero fatto, tanto che le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con il cedente (sebbene quiescente per l’illegittima cessione fino alla declaratoria giudiziale)”. E pertanto, “il trasferimento del medesimo rapporto si determina solo quando si perfeziona una fattispecie traslativa conforme al modello legale; diversamente, nel caso di invalidità della cessione (per mancanza dei requisiti richiesti dall’art. 2112 c.c.) e di inconfigurabilità di una cessione negoziale (per mancanza del consenso della parte ceduta quale elemento costitutivo della cessione), quel rapporto di lavoro non si trasferisce e resta nella titolarità dell’originario cedente”. Ed è infine decisivo osservare come “a fronte di una duplicità di rapporti (uno, de iure, ripristinato nei confronti dell’originario datore di lavoro, tenuto alla corresponsione delle retribuzioni maturate dalla costituzione in mora del lavoratore; l’altro, di fatto, nei confronti del soggetto, già cessionario, effettivo utilizzatore della prestazione lavorativa)… accanto ad una prestazione materialmente resa in favore del soggetto con il quale il lavoratore, illegittimamente trasferito con la cessione di ramo d’azienda, abbia instaurato un rapporto di lavoro di fatto, ve ne sia un’altra giuridicamente resa in favore dell’originario datore, con il quale il rapporto di lavoro è stato de iure (anche se non de facto, per rifiuto ingiustificato del predetto) ripristinato, non meno rilevante sul piano del diritto”. E’ così indubbio che “al dipendente la retribuzione spetti tanto se la prestazione di lavoro sia effettivamente eseguita, sia se il datore di lavoro versi in una situazione di mora accipiendi nei suoi confronti (Cass. 23 novembre 2006, n. 24886; Cass. 23 luglio 2008, n. 20316)”; perchè “una volta offerta la prestazione lavorativa al datore di lavoro giudizialmente dichiarato tale, il rifiuto di questi rende giuridicamente equiparabile la messa a disposizione delle energie lavorative del dipendente alla utilizzazione effettiva, con la conseguenza che il datore di lavoro ha l’obbligo di pagare la controprestazione retributiva” (Cass. 3 luglio 2019, n. 17784, sub p.ti 6.2., 6.3. in motivazione);

3.3. ancora, essa ha argomentato la ritualità della costituzione in mora, chiarendone la differenza tra obbligazioni fungibili e infungibili (come la prestazione lavorativa), così V, fondando l’obbligo dell’impresa già cedente di pagare la retribuzione e non di risarcire un danno, escludendo quindi la possibilità di estinzione della sua obbligazione dal pagamento della retribuzione da parte dell’impresa destinataria della cessione: con interpretazione costituzionalmente orientata, nel solco della sentenza Corte Cost. 11 novembre 2011 n. 303 (ribadita da Cass. s.u. n. 2990/2018, la cui interpretazione ha trovato conferma in Corte Cost. n. 29/2019); pure infine argomentando nel senso del “l’inevitabile approdo di un coerente percorso logico-giuridico di effettività del dictum giurisdizionale, nella sua soggezione esclusivamente alla legge (art. 101 Cot., comma 2), che non ammette svuotamenti di tutela per la mancanza di ogni deterrente idoneo ad indurre il datore di lavoro a riprendere il prestatore a lavorare ovvero affievolimenti della forza cogente della pronuncia giudiziale che risulterebbe in concreto priva di efficacia per il protrarsi dell’inosservanza senza reali conseguenze. Ciò senza avallare alcuna indebita duplicazione di retribuzione, nè tanto meno veicolare strumenti di coercizione indiretta (neppure applicandosi, per espressa previsione, alle controversie di lavoro subordinato pubblico e privato ed ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, regolati dall’art. 409 c.p.c., l’art. 614bis c.p.c.) finalizzati ad una tutela satisfattoria a fronte di un esercizio improprio delle prerogative datoriali”(Cass. 3 luglio 2019, n. 17784, sub p.ti da 6.2. a 7.1.; sub 8. in motivazione; Cass. 7 agosto 2019, n. 21158);

4. pertanto il ricorso deve essere rigettato, con la compensazione delle spese del giudizio tra le parti, per la novità della soluzione adottata dalla giurisprudenza di legittimità, in epoca successiva alla proposizione del ricorso e raddoppio del contributo unificato, ove spettante nella ricorrenza dei presupposti processuali (conformemente alle indicazioni di Cass. s.u. 20 settembre 2019, n. 23535).

P.Q.M.

La Corte dichiara cessata la materia del contendere tra Telecom Italia s.p.a. e Ca.Cl., G.S. e S.G. e compensate tra le parti le spese del giudizio;

rigetta il ricorso e dichiara compensate le spese del giudizio tra la società e gli altri lavoratori.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 15 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2020

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