Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8795 del 12/05/2020

Cassazione civile sez. lav., 12/05/2020, (ud. 08/01/2020, dep. 12/05/2020), n.8795

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11462/2016 proposto da:

I.N.A.I.L. – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI

INFORTUNI SUL LAVORO, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE 144,

presso lo studio degli Avvocati LORELLA FRASCONA’, GIANDOMENICO

CATALANO, che lo rappresentano e difendono;

– ricorrente –

contro

D.L.D., nella sua qualità di liquidatore della cessata

Ditta D.L. COSTRUZIONI S.R.L., elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA AL QUARTO MIGLIO 50, presso lo studio dell’avvocato ROSA

CARLO, rappresentato e difeso dall’avvocato ANTONIO TOMMASI;

– controricorrente –

e contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e

quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. – Società di

Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA N. 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati ANTONINO SGROI,

ESTER ADA SCIPLINO, CARLA D’ALOISIO, LELIO MARITATO, EMANUELE DE

ROSE, GIUSEPPE MATANO;

– resistenti con mandato –

avverso la sentenza n. 703/2015 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 27/10/2015 R.G.N. 240/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/01/2020 dal Consigliere Dott. DANIELA CALAFIORE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VISONA’ Stefano, che ha concluso per accoglimento;

udito l’Avvocato GIANDOMENICO CATALANO;

udito l’Avvocato GIANDOMENICO CATALANO per delega scritta Avvocato

LELIO MARITATO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Lucca ha accolto nei confronti dell’INAIL e dell’INPS anche quale mandatario di SCCI s.p.a. – l’opposizione a verbale di accertamento proposta dalla impresa edile D.L. Costruzioni s.r.l., relativo alle pretese degli Enti suddetti concernenti gli addebiti scaturiti dalla conclusione di un contratto di lavoro a tempo parziale, superiore al limite percentuale previsto dall’art. 78 CCNL del settore edilizia.

2. La Corte d’appello di Firenze, con sentenza n. 703 del 2015 resa ex art. 281 sexies c.p.c., ha rigettato le impugnazioni proposte dall’INPS e dall’INAIL avverso tale sentenza condividendo l’assunto del primo giudice in ordine alla questione della applicabilità dell’obbligo contributivo previsto dal D.L. n. 244 del 1995, art. 29, sulla retribuzione “virtuale” prevista per i lavoratori a tempo pieno anche nei confronti dei dipendenti assunti con contratto part time in violazione delle limitazioni percentuali.

3. La Corte territoriale ha precisato che la L. n. 341 del 1995, ha previsto per coloro che svolgono attività edile una retribuzione minima imponibile nei confronti del personale dipendente, rapportata ad un numero di ore settimanali non inferiore al normale orario di lavoro settimanale stabilito dal ccnl a livello nazionale e dai contratti integrativi (art. 29 L. cit.). L’INPS e l’Inail avevano ritenuto che i contratti part time stipulati in eccedenza rispetto al limite del 3% sui contratti a tempo pieno previsto dal ccnl, fossero soggetti alla regola della retribuzione virtuale. Tale orientamento, ad avviso della Corte territoriale, era però errato in quanto non teneva conto della natura meramente negoziale del contenuto della citata disposizione del ccnl, di per sè inidonea ad integrare il tessuto normativo sul quale si fonda l’obbligo contributivo pubblico senza che si potesse intendere conseguito, dalla mera inosservanza della percentuale fissata, un effetto di conversione del singolo contratto part time in uno a tempo pieno.

4. Avverso tale sentenza ricorre per cassazione l’INAIL sulla base di un unico articolato motivo, illustrato di memoria.

L’INPS ha depositato procura in calce alla copia notificata del ricorso. D.L.D., quale ex liquidatore della s.r.l. D.L. costruzioni, resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso l’INAIL deduce la violazione del D.L. n. 244 del 1995, art. 29, conv. in L. n. 341 del 1995 e dell’art. 97 del ccnl delle imprese artigiane stipulato in data 23 luglio 2008 e falsa applicazione del D.Lgs. n. 61 del 2000, art. 61, comma 3, artt. 8 e 9, violazione del D.L. n. 338 del 1989, art. 1, per avere la Corte di merito ritenuto che la violazione del limite massimo previsto dal contratto collettivo per il ricorso al part-time, non riverberandosi in alcuna ipotesi di nullità dei relativi contratti, non potesse far sì che i premi dovuti fossero rapportati alla corrispondente disciplina della retribuzione imponibile.

2. Ad avviso dell’Istituto ricorrente, infatti, la causa petendi della propria pretesa risiederebbe esclusivamente nella corretta interpretazione del combinato disposto del cit. D.L. n. 244 del 1995, art. 29 e della norma contrattuale collettiva che fa divieto alle imprese di assumere operai a tempo parziale per una percentuale superiore al 3% del totale dei lavoratori occupati a tempo indeterminato, senza che all’uopo assuma rilievo la validità o meno dei contratti part-time stipulati dall’azienda.

3. Preliminarmente, alla luce del rilievo mosso da D.L.D., quale ex liquidatore ed ex socio della D.L. Costruzioni s.r.l. in relazione alla propria legittimazione processuale, che sarebbe impedita dalla avvenuta cancellazione della società nel gennaio 2015 e, quindi dopo l’introduzione del giudizio ma prima della pronuncia della Corte d’appello impugnata, va chiarito che la circostanza è comunque inidonea ad incidere sulla legittimazione dello stesso ex socio, poichè non configura una condizione da cui dipende la possibilità di proseguire, nei suoi confronti, l’azione originariamente intrapresa dal creditore sociale verso la società.

3.1. Sulla questione, come è noto, le Sezioni Unite, con le sentenze nn. 6070 e 6072 del 12 marzo 2013, hanno ritenuto che in una simile evenienza si realizza una forma di “successione” da parte degli ex soci rispetto ai rapporti creditori e debitori già facenti capo alla società con la precisazione emersa in sede tributaria, peraltro, che la circostanza che i soci abbiano goduto o meno di un qualche riparto, non è dirimente neppure ai fini dell’interesse ad agire del creditore (v. anche Cass. n. 1713 del 24/01/2018; Cass. n. 9672 del 19/04/2018; Cass. n. 14446 del 05/06/2018 e, da ultimo, Cass. n. 897 del 16/01/2019).

Si è, sul punto, precisato che, come già osservato dalle stesse Sezioni Unite prima citate (che hanno riconosciuto che la circostanza si potrebbe riflettere sul requisito dell’interesse ad agire, ma hanno ammonito che il creditore potrebbe avere comunque interesse all’accertamento del proprio diritto), anche la mera possibilità di sopravvenienze attive o, semplicemente, la possibile esistenza di beni e diritti non contemplati nel bilancio non consentono di escludere l’interesse del creditore a procurarsi un titolo nei confronti dei soci, in considerazione della natura dinamica dell’interesse ad agire, che rifugge da considerazioni statiche allo stato degli atti.

4. Il motivo del ricorso è fondato.

5. Va premesso che, secondo la giurisprudenza di questa Corte consolidatasi dopo Cass. S.U. n. 11199 del 2002, l’importo della retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali non può essere inferiore all’importo del c.d. “minimale contributivo”, ossia all’importo di quella retribuzione che ai lavoratori di un determinato settore dovrebbe essere corrisposta in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale.

6. Tale regola è espressione del principio di autonomia del rapporto contributivo rispetto all’obbligazione retributiva, in virtù del quale l’obbligo contributivo ben può essere parametrato ad un importo superiore rispetto a quanto effettivamente corrisposto dal datore di lavoro, e – com’è stato recentemente ribadito (cfr. Cass. n. 15120 del 2019) – la sua operatività concerne non soltanto l’ammontare della retribuzione c.d. contributiva, ma altresì l’orario di lavoro da prendere a parametro, che dev’essere l’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva (o dal contratto individuale, se superiore): è infatti evidente che, se ai lavoratori venissero retribuite meno ore di quelle previste dal normale orario di lavoro e la contribuzione dovuta venisse modulata su tale minore retribuzione, non vi potrebbe essere il rispetto del minimale contributivo nei termini dianzi ricordati e ne verrebbe vulnerata la stessa idoneità del prelievo a soddisfare le esigenze previdenziali e assistenziali per le quali è stato istituito (v. in tal senso Corte Cost. n. 342 del 1992).

7. E’ in questo quadro generale che va collocata la disposizione di cui al cit. D.L. n. 244 del 1995, art. 29, secondo il quale, per quanto qui rileva, i datori di lavoro esercenti attività edile “sono tenuti ad assolvere la contribuzione previdenziale ed assistenziale su di una retribuzione commisurata ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario normale di lavoro stabilito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale e dai contratti integrativi territoriali di attuazione, con esclusione delle assenze per malattia, infortuni, scioperi, sospensione o riduzione dell’attività lavorativa con intervento della cassa integrazione guadagni, di altri eventi indennizzati e degli eventi per i quali il trattamento economico è assolto mediante accantonamento presso le casse edili”, nonchè di altri “individuati con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro del tesoro, sentite le organizzazioni sindacali predette”.

8. Come è stato tempestivamente chiarito da Cass. n. 5233 del 2007, che ha precisato la portata delle affermazioni precedentemente rese al riguardo da Cass. n. 1301 del 2006, la previsione dell’art. 29, cit., che incide sulla misura della retribuzione-parametro a fini contributivi, non costituisce, analogamente ai minimali previsti da altre disposizioni di legge (tra i quali quello di cui al D.L. n. 338 del 1989, art. 1, conv. con L. n. 389 del 1989), una vera e propria fonte di obbligazione retributiva autonoma, sia pure ai soli fini previdenziali, ma incide esclusivamente sulla misura della retribuzione che il lavoratore riceve (o comunque avrebbe diritto di ricevere) in dipendenza del rapporto di lavoro, per verificarne, agli stessi fini, il rispetto del minimale di retribuzione (e quindi di contribuzione) imponibile.

9. In altri termini, la retribuzione che il lavoratore riceve o comunque ha diritto di ricevere in dipendenza dei rapporto di lavoro costituisce pur sempre il presupposto indefettibile per conformarne, se necessario, la misura ai minimali, e l’effetto della disposizione legislativa consiste precisamente nell’elevarla, se inferiore, fino al raggiungimento del minimale contributivo, sia pure ai soli fini previdenziali. Prova ne sia che il minimale contributivo di cui al cit. D.L. n. 244 del 1995, art. 29, non trova applicazione soltanto nelle ipotesi in cui non sia dovuta, in dipendenza del rapporto di lavoro, nè alcuna prestazione lavorativa, nè alcuna retribuzione-corrispettivo, ossia nei casi di sospensione del sinallagma funzionale del contratto di lavoro: e ciò sia che si versi nelle ipotesi tipiche di cui all’art. 29, cit. (e cioè di assenze per malattia, infortuni, scioperi, sospensione o riduzione dell’attività lavorativa con intervento della cassa integrazione guadagni, nonchè per altri eventi indennizzati ed eventi per i quali il trattamento economico è assolto mediante accantonamento presso le casse edili, oltre quelle poi previste dal D.M. 16 dicembre 1996), sia che occorra qualcuna di quelle ulteriori e innominate ipotesi di sospensione “necessitata” ascrivibili all’interpretazione estensiva che della disposizione cit. ha dato questa Corte, al fine di evitare disparità di trattamento tra imprese edili soggette o meno all’intervento della cassa integrazione guadagni (così Cass. n. 5233 del 2007, già cit., cui hanno dato continuità, tra le tante, Cass. nn. 9805 del 2011 e 11337 del 2018), purchè le une o le altre siano state previamente comunicate agli enti previdenziali, ai fini degli opportuni controlli.

10. Così ricostruita la fattispecie normativa, ne deriva che è necessario scindere quoad effectum le due ipotesi che essa implicitamente prevede: da un lato, l’ipotesi di sospensione dell’attività, in relazione alla quale, se non vi è permanenza dell’obbligo della retribuzione-corrispettivo, non vi è nemmeno obbligo di pagamento del minimale; dall’altro, l’ipotesi di riduzione dell’attività, nella quale, sussistendo una retribuzione, seppure parziale, esprime tutto il suo vigore la regola del minimale e della tassatività delle ipotesi di esclusione (così, testualmente, Cass. n. 5233 del 2007, più volte cit.).

11. Ciò posto, reputa il Collegio che la vicenda in esame, in cui si controverte della legittimità della pretesa dell’INAIL di parametrare sulla retribuzione imponibile per l’orario normale contrattuale i premi dovuti sulle retribuzioni corrisposte ai lavoratori assunti a part-time in eccedenza rispetto al limite del 3% previsto dal contratto collettivo applicabile, debba essere ricondotta alla seconda delle due ipotesi dianzi esposte.

12. Nel sistema del minimale contributivo che si è fin qui delineato, la funzione cui la cennata disposizione contrattuale collettiva assolve non è, a ben vedere, quella di porre limiti all’autonomia negoziale delle parti private, ma piuttosto quella di individuare il complessivo valore economico delle retribuzioni imponibili di una data impresa, commisurando (anche) quelle eccedenti il divieto di assumere a part-time oltre il limite del 3% della forza-lavoro occupata al valore della retribuzione dovuta per l’orario normale di lavoro: è infatti evidente che, facendo divieto alle imprese di assumere operai a tempo parziale per una percentuale superiore al 3% del totale dei lavoratori occupati a tempo indeterminato, il contratto collettivo individua ad un tempo nella retribuzione dovuta per l’orario normale di lavoro la misura del compenso spettante ai lavoratori assunti a part-time oltre tale limite e dunque incrementa pro tanto il valore complessivo delle retribuzioni imponibili ai fini del calcolo del minimale contributivo, che – come s’è già detto – è calcolo che prescinde dalla circostanza che esse siano effettivamente corrisposte ai lavoratori occupati.

13. Sotto questo profilo, risulta affatto inconferente il richiamo operato nella sentenza impugnata alla giurisprudenza di questa Corte in tema di part-time irregolare, secondo il quale solo in caso di contratto di part-time nullo, ma che abbia avuto nondimeno esecuzione, dovrebbe applicarsi il regime ordinario di contribuzione che prevede anche i minimali giornalieri di retribuzione imponibile ai fini contributivi (così Cass. S.U. n. 12269 del 2004), giacchè la commisurazione dell’imponibile contributivo alla retribuzione normale non deriva qui da (nè necessita di) una fattispecie di nullità del contratto di lavoro part-time stipulato inter partes, ma costituisce semplicemente la conseguenza della previsione contrattuale collettiva circa il valore economico complessivo delle retribuzioni imponibili dell’impresa edile, che – a termini del D.L. n. 244 del 1995, art. 29 – può essere suscettibile di abbattimento solo nei casi di (legittima) sospensione e non già in quelli di riduzione dell’attività lavorativa, in cui, permanendo il sinallagma funzionale del rapporto e sussistendo una retribuzione, sia pur parziale, la regola del minimale e della tassatività delle ipotesi di esclusione riprende appieno il suo vigore.

14. Argomentare diversamente, invero, equivarrebbe non soltanto a misconoscere la portata del principio di autonomia del rapporto contributivo rispetto all’obbligazione retributiva (che, come si è dianzi ricordato, concerne non soltanto l’ammontare della retribuzione c.d. contributiva, ma altresì l’orario di lavoro da prendere a parametro, che dev’essere l’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva o quello superiore previsto dal contratto individuale), ma soprattutto a scambiare per un’ipotesi di sospensione del sinallagma funzionale del contratto quella che, a tutti gli effetti, è soltanto un’ipotesi di riduzione dell’attività lavorativa normalmente dovuta per contratto, la quale – giusta la previsione del cit. D.L. n. 244 del 1995, art. 29 – in tanto può modificare la misura delle obbligazioni contributive dell’impresa in quanto sia contenuta nel limite previsto dalla contrattazione collettiva.

15. Pertanto, non essendosi i giudici di merito attenuti all’anzidetto principio di diritto, la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata per nuovo esame alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione, cui demanda anche la regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2020

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