Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8793 del 13/04/2010

Cassazione civile sez. III, 13/04/2010, (ud. 11/02/2010, dep. 13/04/2010), n.8793

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 10893-2009 proposto da:

C.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SAN

DOMENICO 20, presso lo studio dell’avvocato GRAZZINI GIUSEPPE, che lo

rappresenta e difende, giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

V.N., V.R., V.M. (quali eredi di V.

F.) – A.G., M.P. ed M.A. (in

rappresentazione di V.C.), MA.AM. e M.

M. (in rappresentazione di Vo.Ma.), M.G.

e MA.MA., tutti nella loro qualità di eredi di V.

F., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ROBERTO SCOTT 62,

presso lo studio dell’avvocato CAMPAGNA SANDRO, che li rappresenta e

difende, giusta delega a margine del controricorso;

– controricorrenti –

e contro

VO.FA., V.A. (quali eredi di V.F.);

– intimati –

avverso la sentenza n. 3242/2 0 08 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

28.5.08, depositata il 24/07/2008;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/02/2010 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE FRASCA.

E’ presente il P.G. in persona del Dott. ROSARIO GIOVANNI RUSSO.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

quanto segue:

p.1. C.F. ha proposto ricorso per cassazione contro V.N., R., Fa., A., M., Ma. e C., nonchè contro M.G. e Ma., quali eredi di V.F., avverso la sentenza del 24 luglio 2008, con cui la Corte d’Appello di Roma ha parzialmente riformato la sentenza resa in ter partes in primo grado dal Tribunale di Roma.

Al ricorso hanno resistito con congiunto controricorso V.N., R. e M., nonchè A.G., M.P. ed A. (in asserita “rappresentazione” di V.C.), Ma.

A. e M. (in asserita “rappresentazione” di V. M.) e M.G. e Ma., tutti nella loro qualità di eredi di V.F..

Non hanno svolto attività difensiva Vo.Fa. ed A..

p.2. Il ricorso è soggetto alla disciplina delle modifiche al processo di cassazione, disposte dal D.Lgs. n. 40 del 2006, che si applicano ai ricorsi proposti contro le sentenze ed i provvedimenti pubblicati a decorrere dal 2 marzo 2006 compreso, cioè dalla data di entrata in vigore del D.Lgs. (art. 27, comma 2 di tale D.Lgs.).

Essendosi ritenute sussistenti le condizioni per la decisione con il procedimento ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata redatta relazione alla stregua di tale norma, che è stata notificata agli avvocati delle parti e comunicata al Pubblico Ministero presso la Corte.

Le parti hanno depositato memoria. 1 resistenti hanno, inoltre depositato “atto di comunicazione di errore materiale”.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

quanto segue:

p.1. La relazione redatta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. ha avuto il seguente tenore:

“(…) 3. – Il ricorso appare inammissibile, in primo luogo perchè non ha rispettato il requisito di cui all’art. 366-bis c.p.c..

Esso si fonda su quattro motivi, articolati ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 ma l’illustrazione di ciascuno di essi non si conclude con la formulazione del quesito di diritto.

Nè l’assolvimento del detto requisito potrebbe dirsi effettuato – ancorchè il ricorso non assuma che essi sarebbero i quesiti di diritto – da quelli che, successivamente all’illustrazione di tutti i motivi e dopo la formulazione della richiesta di cassazione della sentenza impugnata con rinvio, con individuazione di quelli che dovrebbero essere i provvedimenti conseguenti del giudice di rinvio, vengono qualificati come “principi” in applicazione dei quali dovrebbero adottarsi i detti provvedimenti.

Tali “principi”, intatti, sono privi di alcuna indicazione che correli ognuno di essi ad uno dei quattro motivi, non potendo all’uopo certo bastare che siano numerati con le indicazioni 1), 2), 3) e 4) per raccordarli rispettivamente al primo, al secondo, al terzo ed al quarto motivo. Se si procedesse in questo senso lo si farebbe sulla base di un’attività frutto del lettore del ricorso, che non sarebbe giustificata da alcuna pur implicita indicazione in esso contenuta circa la modalità dell’eventuale raccordo e, dunque, sarebbe arbitraria. Al riguardo, è stato già chiarito che “La previsione di cui all’art. 366 – bis cod. proc. civ., là dove esige che l’esposizione del motivo si debba concludere con il quesito di diritto, non significa che il quesito debba topograficamente essere inserito alla fine della esposizione di ciascun motivo, essendo consentita la elencazione finale o conclusiva di tutti i quesiti, purchè, in tal caso, ciascuno di essi sia espressamente riferito al motivo, con richiamo numerico od alla rubrica delle violazioni addotte, oppure il collegamento al motivo sia inequivocabilmente evidenziato dalla esistenza di un rapporto di pertinenza esclusiva, in modo tale che esso sia agevolmente individuabile, senza necessità di una particolare analisi critica”. (Cass. (ord.) n. 5073 del 2008).

Valorizzando l’ultima precisazione di questa decisione si potrebbe, forse individuare un rapporto di pertinenza esclusiva immediata (cioè che prescinda dalla previa lettura del motivo) solo con riferimento al secondo ed al quarto principio, sotto il profilo che in essi sono evocate le norme di cui si denuncia la violazione nell’intestazione del secondo e del quarto motivo.

Indipendentemente dall’inosservanza dell’art. 366-bis c.p.c. ed ove essa fosse superabile (particolarmente quanto al secondo ed al quarto motivo), tutti i motivi dovrebbero essere considerati inammissibili per altre ragioni.

Il primo, perchè si duole che la Corte territoriale abbia negato accoglimento al motivo di appello con cui il qui ricorrente si era doluto che fosse stata negata (peraltro con ordinanza che aveva revocato la precedente ordinanza ammissiva) l’ammissibilità di una controprova testimoniale rispetto a quella dedotta dagli avversati, senza indicare quale fosse il suo oggetto, con conseguente inosservanza del principio di autosufficienza dell’esposizione del motivo di ricorso per cassazione.

Identica valutazione dovrebbe farsi quanto al secondo motivo, con cui, adducendo che al giudizio era applicabile l’art. 345 c.p.c., nella versione anteriore alla L. n. 353 del 1990, si imputa alla sentenza impugnata di non avere ammesso la controprova considerando che nel regime anteriore a quella legge erano ammesse nuove prove in appello.

Il terzo motivo dovrebbe dirsi inosservante dell’art. 366 c.p.c., n. 6, perchè non indica la sede in cui il capitolo di prova inammissibile cui si riferisce era stato dedotto e dove, quindi, sarebbe esaminabile.

Il quarto motivo afferendo all’ammissibilità delle prove avversarie (questa volta non meglio indicate) in ordine alla titolarità delle somme su un libretto al portatore nella disponibilità del qui ricorrente, impinge sia nel difetto di autosufficienza, sia nella specifica inosservanza dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

Il ricorso in conclusione sembra, dunque, doversi dichiarare inammissibile.

3.1. – Non essendo comprensibile il riferimento di alcuni resistenti all’agire in rappresentazione di parte del giudizio sarà necessario che essi ne diano spiegazione. In mancanza dovranno considerarsi privi di legittimazione a resistere”.

p.2. Il Collegio preliminarmente rileva che nella nota definita come “atto di comunicazione di errore materiale” i resistenti hanno precisato che nel controricorso vennero indicato per errore materiale come resistenti M.P. e A., che, invece, sono soggetti inesistenti, mentre si dovevano indicare V.P. ed A., eredi, in qualità di figli, di V.C., in unione con la madre A.G.. Si è, pure precisato che V.P. e A. risultano avere rilasciato la procura a margine del controricorso. Di tali precisazioni va preso atto e, pertanto, ai fini del presente giudizio, in assenza si contestazioni del ricorrente, si debbono identificare come parti i predetti in luogo di P. e M.A..

Nessuna precisazione si è fornita, invece, sul senso dell’espressione secondo cui Ma.Am. e M. avrebbero contraddetto “in rappresentazione di Vo.Ma.”. In particolare, tenuto conto che la rappresentazione è un istituto regolato dal codice civile, la formula riesce, se intesa come riferita a tale istituto, inidonea giustificare la legittimazione a contraddire dei predetti. Il controricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile quanto ad essi.

p.2.1. Il Collegio condivide le argomentazioni e le conclusioni della relazione, le quali non sono efficacemente criticate dal ricorrente nella sue memoria.

Infatti: a) nessuna specifica replica è svolta risguardo ai rilievi svolti dalla relazione in ordine alla mancata correlazione dei “principi” ai quesiti; b) quanto al rilievo di autosufficienza il ricorrente, nel dedurre riguardo ad esso con riferimento al primo motivo, non considera che il relativo principio esige che i capitoli di prova testimoniale su cui si incentra il motivo debbano essere trascritti, mentre alla pagina sette del ricorso, come del resto ripete la memoria, si fa riferimento alla deduzione probatoria di parte attrice senza trascriverla e senza indicare dove venne articolata (si dice genericamente che “la difesa attrice chiedeva in primo grado di provare per test, etc.”) e si indica solo l’udienza (del 25 settembre 1996) in cui venne dedotta la prova contraria, onde non è esatto dire che “si indicava con precisione anche ove lo stesso poteva essere riscontrato”; viceversa, nel dedurre a proposito del terzo motivo, si riferisce il contenuto del capitolo avversario a prova diretta, ma continua a non indicarsi dove esso venne dedotto, di modo che la relativa indicazione, espressione del principio di autosufficienza, non risulta fornita (e nemmeno lo risulta in altre parti del ricorso).

p.2.2. Il ricorso è conclusivamente dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo a favore dei resistenti, ad eccezione di Ma.Am. e M., riguardo ai quali il controricorso è inammissibile, per come si è detto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Dichiara inammissibile il controricorso e, quindi la costituzione di Ma.Am. e M.. Condanna il ricorrente alla rifusione agli altri resistenti delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in euro duemilaseicento, di cui duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 11 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2010

 

 

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