Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8770 del 30/03/2021

Cassazione civile sez. II, 30/03/2021, (ud. 13/01/2021, dep. 30/03/2021), n.8770

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 23583/17) proposto da:

COMUNE DI ROCCA DI MEZZO, (P.I.: (OMISSIS)), in persona del Sindaco

pro tempore, e N.E. (C.F.: (OMISSIS)), rappresentati e

difesi, in virtù di procura speciale apposta a margine del ricorso,

dall’Avv. Francesco Camerini, ed elettivamente domiciliati presso il

suo studio, in Roma, viale delle Milizie, n. 1;

– ricorrenti –

contro

AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DELL’AQUILA, in persona del Presidente

pro tempore, rappresentata e difesa, giusta procura speciale in

calce al controricorso, dagli Avv.ti Pierfrancesco De Nicola, e

Francesca Tempesta, ed elettivamente domiciliata presso lo studio

dell’Avv. Claudio Cataldi, in Roma, via di Ripetta, n. 22;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello dell’Aquila n. 332/2017

(depositata il 7 marzo 2017);

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13 gennaio 2021 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con ricorso depositato il 22 settembre 2016 il Comune di Rocca di Mezzo e il sig. N.E., in proprio (che all’epoca dei fatti ricopriva la carica di Sindaco di detto Comune), proponevano appello avverso la sentenza del Tribunale dell’Aquila n. 148/2016, che aveva rideterminato in Euro 20.000,00, l’importo della sanzione irrogata nei loro confronti ai sensi del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 133, comma 1 (c.d. T.U. sull’ambiente), in parziale accoglimento dell’opposizione avverso l’ordinanza-ingiunzione emessa il 17 maggio 2013 dalla Provincia dell’Aquila per il superamento dei valori limite di emissione accertato il 19 agosto 2008, a seguito di sopralluogo effettuato dai tecnici dell’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (ARTA) sull’impianto di depurazione del citato Comune, da cui era scaturito che tutti i reflui provenienti dalla rete fognaria comunale defluivano nel corpo idrico superficiale denominato “(OMISSIS)”, senza subire alcun trattamento depurativo.

La Corte di appello dell’Aquila, nella costituzione dell’ente appellato, rigettava il gravame, affermando l’infondatezza dei proposti motivi circa la dedotta nullità dell’impugnata ordinanza asseritamente basata su accertamenti effettuati da organo incompetente ed emessa dalla Provincia dell’Aquila, anch’essa da ritenersi incompetente in materia (pure con riguardo all’emanazione di provvedimenti sanzionatori).

In particolare, la Corte abruzzese ha confermato la sussistenza della competenza dell’ARTA (istituita con il D.L. n. 496 del 1994, conv. dalla L. n. 61 del 1994), per effetto dell’assegnazione alla stessa di specifici compiti in materia di vigilanza dell’attività comportanti inquinamento ad opera della L.R. n. 64 del 1998, art. 5, ed avuto riguardo al disposto del D.Lgs. n. 156 del 2006, art. 135, comma 2, che attribuisce poteri di sorveglianza e di accertamento degli illeciti in materia di inquinamento delle acque al Comando dei Carabinieri per la tutela dell’ambiente, con facoltà di intervento del Corpo forestale e degli altri organi di polizia.

Quanto all’eccepita incompetenza della Provincia dell’Aquila, il giudice di appello ne ha ravvisato l’inconsistenza alla stregua del legittimo esercizio del potere sanzionatorio in questione in capo all’ente provinciale sulla base della delega conferitagli dalla Regione con la L.R. 29 luglio 2010, n. 31, vigente all’epoca dell’emanazione dell’ordinanza-ingiunzione oggetto di opposizione.

2. Avverso la suddetta sentenza di appello hanno congiuntamente proposto ricorso per cassazione, riferito a quattro motivi, il Comune di Rocca di Mezzo e N.E., resistito con controricorso dall’Amministrazione provinciale dell’Aquila.

La difesa dei ricorrenti ha anche depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo i ricorrenti hanno denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 135, comma 2, nonchè del D.Lgs. n. 112 del 1998 e della L.R. Abruzzo n. 64 del 1998, deducendo che l’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (ARTA) non poteva ritenersi compresa nel novero dei soggetti aventi competenza per la sorveglianza e l’accertamento degli illeciti in materia di tutela delle acque (nella fattispecie del corso d’acqua pubblica denominato (OMISSIS)).

2. Con il secondo mezzo i ricorrenti hanno prospettato – avuto riguardo sempre all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione, “ratione temporis”, del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 135, comma 1, artt. 170 e 175, ribadendo che, nel caso di specie ed avuto riguardo al momento dell’accertamento effettuato dall’ARTA nel 2008, la competenza ad emettere la conseguente ordinanza-ingiunzione sarebbe spettata alla Regione, poichè solo con la successiva L.R. n. 31 del 2010, era stata nuovamente conferita la delega al riguardo alla Provincia.

3. Con la terza censura i ricorrenti hanno dedotto – con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 133, comma 1, avendo la sentenza impugnata assunto come presupposto un fatto non contestato (nè dedotto in sede difensiva), dalla Provincia, con la conseguente applicazione eccessiva della sanzione irrogata in una misura pari ai 2/3 del massimo, pur essendosi trattato – come era pacifico – di un episodio isolato e senza tener conto della situazione degli scarichi fognari e del depuratore del capoluogo.

4. Con la quarta doglianza i ricorrenti hanno denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – l’omesso esame circa un punto decisivo per il giudizio che era stato oggetto di discussione tra le parti, con riguardo all’aspetto riportato nel terzo motivo, consistito nel non aver preso in considerazione le modalità e l’episodicità dello scarico accertato ai fini della concreta commisurazione della sanzione, rilevandosi in generale al riguardo la decisività della sola circostanza che trattavasi di “scarichi posti nelle aree protette”.

5. Rileva il collegio che il primo motivo è infondato e deve, perciò, essere rigettato.

Va, invero, osservato che, alla stregua del riportato quadro normativo (e, specificamente, della previsione generale di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 135, comma 2 e di quella dettagliata di cui del D.L. n. 496 del 1993, artt. 1 e 3, conv. dalla L. n. 61 del 1994, con successiva emanazione della L.R. Abruzzo n. 64 del 1998) non è dubitabile che l’attività preventiva e di accertamento degli illeciti in materia ambientale competeva anche all’Agenzia regionale per la Tutela dell’ambiente. Ad essa, infatti, risulta univocamente conferita – dal complesso normativo di riferimento adeguatamente richiamato nell’impugnata sentenza – la competenza (e, quindi, la relativa legittimazione accertativa) ad effettuare il controllo dei fattori fisici, geologici, chimici e biologici in materia di rifiuti, inquinamento acustico, di qualità dell’aria, delle acque e del suolo e, specificamente e conseguentemente, a svolgere funzioni tecniche di controllo sul rispetto delle norme vigenti in campo ambientale.

6. Anche la seconda censura è destituita di fondamento e va respinta.

Occorre, innanzitutto, dare atto che la pacifica giurisprudenza di questa Corte formatasi in materia riconosce, in via generale, la legittimità del potere delle Regioni di delegare alle Province l’attività di irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie per le violazioni in materia di inquinamento idrico.

Si imponeva, perciò, nel caso di specie, verificare se tale potestà delegatoria da parte della Regione Abruzzo era stata esercitata in favore della Provincia dell’Aquila in base al contesto temporale normativo concretamente applicabile nel caso di specie (come contestato dal Comune opponente, ora ricorrente).

Orbene, se è pur vero che con il D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 135, la competenza era stata attribuita alle Regioni (e alle Province autonome) e che con la L.R. Abruzzo n. 1 del 2003, la competenza era stata assegnata alle Province che ne erano rimaste titolari fino all’entrata in vigore del citato D.Lgs. n. 152 del 2006, solo con la successiva L.R. Abruzzo n. 31 del 2010, era stata espressamente prevista la delegabilità del potere dalla Regione alle Province, la quale, ad avviso dei ricorrenti, non sarebbe stata quindi esercitabile all’atto dell’accertamento della violazione, realizzato nel 2008.

Senonchè, come correttamente rilevato nell’impugnata sentenza, la legittimazione dell’ente competente ad emettere l’ordinanza-ingiunzione sanzionatoria e, quindi, anche l’esercitabilità dei relativi poteri delegatori va verificata non con riferimento al momento dell’accertamento (legittimamente eseguito da agenti dell’ARTA) ma con riguardo a quello in cui la potestà sanzionatoria amministrativa viene ad essere concretamente esercitata e ciò, nella fattispecie, è avvenuto con l’emissione dell’ordinanza-ingiunzione in data 17 maggio 2013, ovvero allorquando – avuto riguardo all’attuazione della citata L.R. n. 31 del 2010 – la delega da parte della Regione alla Provincia dell’Aquila era già stata legittimamente posta in essere (sulla legittimità, in generale, delle Regioni della possibilità di delegare alle Province l’attività di irrogazione delle sanzioni amministrative in materia di illeciti concernenti lo scarico di acque reflue v., da ultimo, Cass. n. 3269/2020 e, più in generale, sulla delegabilità di tale attività dalle Regioni alle Province, Cass. n. 1739/2020).

7. Il terzo e quarto motivo sono esaminabili congiuntamente siccome all’evidenza tra loro connessi (afferendo a contestazioni sulla quantificazione della sanzione).

Anch’essi sono privi di fondamento e vanno disattesi.

Va, infatti, rilevato che, per un verso, la Corte di appello ha dato adeguatamente conto che, nel caso esaminato, non avrebbero potuto trovare applicazione le previsioni contenute in un regolamento provinciale approvato successivamente alla consumazione dell’illecito (così rimanendo applicabile la sanzione contemplata nella misura da calcolarsi in base al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 133, comma 1) e, per altro verso, ha rilevato la congruità della sanzione sulla scorta della natura dell’illecito, risultato commesso in area protetta, così non omettendo la valutazione della relativa circostanza (oltretutto non contestata nella sua oggettività).

8. In definitiva, alla stregua delle ragioni complessivamente svolte, il ricorso deve essere respinto, con la conseguente condanna dei ricorrenti, in solido fra loro, al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo.

Infine, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei medesimi ricorrenti con vincolo solidale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido fra loro, al pagamento dei compensi del presente giudizio, che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre contributo forfettario, iva e cpa nella misura e sulle voci come legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti in solido, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2021

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