Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8768 del 30/03/2021

Cassazione civile sez. II, 30/03/2021, (ud. 12/01/2021, dep. 30/03/2021), n.8768

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7477/2016 proposto da:

P.D.G., rappresentato e difeso dagli Avvocati GIORGIO

RAZETO, GIUSEPPE GREPPI, e NICOLO’ PAOLETTI, ed elettivamente

domiciliato presso lo studio di quest’ultimo in ROMA, VIA BARNABA

TORTOLINI 34;

– ricorrente –

contro

F.L., e FO.FL., rappresentati e difesi dagli

Avvocati STEFANO MASTROLILLI, e CARLO TRAVERSO, ed elettivamente

domiciliati presso lo studio del primo, in ROMA, VIA FRANCESCO DENZA

15;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1642/2015 della CORTE d’APPELLO di TORINO,

depositata il 16/09/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/01/2021 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

F.L. e FO.FL. adivano il Tribunale di Alessandria, sezione distaccata di Novi Ligure, esponendo: a) di essersi resi promissari acquirenti di un terreno sito nel Comune di (OMISSIS), nel quale era prevista la realizzazione di un edificio di civile abitazione all’epoca non ancora iniziata, sottoscrivendo nel gennaio 2000 un contratto preliminare di compravendita con P.D.G., con cui, quale costruttore del fabbricato da edificare, era stato concluso un capitolato speciale di appalto; b) che, prima dell’ultimazione dell’immobile avvenuta nell’estate (OMISSIS), nel dicembre 2000 era stato rogato l’atto di vendita; c) che nel (OMISSIS) si erano manifestati fenomeni di muffa e di umidità nei vani di entrambi i piani e che nel corso del (OMISSIS) erano comparse crepe, fessurazioni e cavillature sia all’esterno che all’interno; d) che il costruttore e venditore, reso edotto di tali inconvenienti, nell’autunno (OMISSIS) aveva attuato alcuni interventi finalizzati a eliminare il problema delle muffe, senza preoccuparsi di rimediare alle crepe e alle cavillature, che consentivano all’acqua di penetrare nelle strutture murarie. Chiedevano la condanna del convenuto a corrispondere i costi per gli interventi necessari a porre rimedio ai lamentati vizi, nonchè a risarcire gli ulteriori danni cagionati.

Si costituiva P.D.G., eccependo la genericità delle allegazioni degli attori ed evidenziando che, dopo il rogito notarile, aveva provveduto unicamente alla realizzazione degli intonaci, essendo le ulteriori opere impiantistiche e di finitura state affidate ad altre imprese; sosteneva che, per puro spirito conciliativo, aveva collocato delle fasce di coibentazione lungo il perimetro dell’edificio allo scopo di risolvere il problema della muffa e dell’umidità, senza peraltro alcun risultato; rimarcava che il proprio tecnico aveva ricondotto l’insorgenza del fenomeno a fattori del tutto estranei al suo operato; nel merito eccepiva, relativamente ai vizi dell’intonaco, l’intervenuta decadenza dal diritto di garanzia accordato dagli artt. 1667 e 1669 c.c. e altresì la medesima preclusione ai sensi della L. n. 10 del 1991, art. 36; ricusava ogni sua responsabilità e chiedeva il rigetto delle domande attoree.

Previa assunzione di A.T.P. seguito da ispezione dei luoghi, nonchè dalla deposizione di alcuni testi e dall’interrogatorio delle parti, con sentenza n. 23/2012, depositata in data 29.2.2012, il Tribunale di Alessandria, sezione distaccata di Novi Ligure, condannava il convenuto a pagare la somma di Euro 23.000,00, maggiorata della rivalutazione dal 2006 e degli interessi legali sulla somma rivalutata e le spese di lite, comprese quelle relative all’ATP, con accollo al medesimo delle spese di CTU.

Avverso detta sentenza proponevano appello F.L. e Fo.Fl., censurandola nella parte in cui aveva loro accordato un credito risarcitorio inferiore all’ammontare dei danni concretamente subiti, sostenendo l’indispensabilità dei costi sostenuti per interventi rivelatisi risolutivi. Chiedevano la condanna dell’impresa individuale P.D.G. al pagamento della somma di Euro 69.520,00, oltre al risarcimento di ulteriori danni da liquidarsi in via equitativa ex art. 1226 c.c..

Si costituiva P.D.G. chiedendo il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza impugnata.

Espletata ulteriore CTU, con sentenza n. 1642/2015, depositata in data 16.9.2015, la Corte d’Appello di Torino accoglieva l’appello principale e condannava P.D.G. al pagamento della somma di Euro 69.520,00, oltre rivalutazione monetaria e interessi al saggio legale sulla somma rivalutata; condannava altresì l’appellato al pagamento della somma di Euro 4.000,00 in favore di ciascuno degli appellati; condannava l’appellato alle spese di lite dei due gradi di giudizio (rideterminando quelle di primo grado e adeguandole all’entità economica e pecuniaria del decisum) e alle spese della CTU del grado di appello. In particolare, la Corte territoriale riteneva di disattendere le considerazioni del CTU, secondo il quale i lavori eseguiti erano del tutto diversi e molto più costosi rispetto a quelli individuati dal medesimo nel giudizio di primo grado (in luogo del suggerito cappotto esterno con materiali isolanti era stata realizzata una vera e propria controparete, eseguita con materiale analogo a quello esistente, Gasbeton), accogliendo invece le considerazioni del CTP degli appellanti.

Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione P.D.G. sulla base di due motivi, illustrati da memoria. Resistono F.L. e Fo.Fl. con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione degli artt. 1668,1223,1175 e 1375 c.c. e dei principi generali di proporzionalità, buona fede e correttezza, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; nullità della sentenza ex art. 132 e 161 c.p.c., per motivazione manifestamente illogica, inesistente e/o apparente, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4”; ciò, poichè dalla sentenza impugnata (pagg. 5 e segg.) risulta che il CTU nella perizia di primo grado, poi confermata in appello, aveva individuato come soluzione tecnica perfettamente idonea all’eliminazione dei vizi quella di realizzare un cappotto esterno con pannelli isolanti. Laddove gli appellanti avevano invece optato per una soluzione completamente diversa da quella individuata dal CTU (realizzazione di una vera e propria controparete che aumentava lo spessore complessivo).

1.1. – Il motivo è inammissibile.

1.2. – In primo luogo, va rilevato che, in materia di ricorso per cassazione, la formulazione (in un singolo motivo) di più profili di doglianza costituisce ragione d’inammissibilità quando non è possibile ricondurre tali diversi profili a specifici ed individuabili motivi di impugnazione, poichè le doglianze, anche se cumulate, devono essere formulate in modo tale da consentire un loro esame separato, come se fossero articolate in motivi diversi, senza impropriamente rimettere al giudice il compito (non suo) di isolare le singole censure teoricamente proponibili, al fine di ricondurle a uno dei mezzi d’impugnazione consentiti, prima di decidere su di esse (Cass. n. 6734 del 2020; Cass. n. 26790 del 2018). Pertanto, nella enunciazione del motivo di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei ed incompatibili, facenti riferimento (come nella specie) alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, non essendo consentita la prospettazione e la analisi di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto (che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma) ovvero quello del vizio di motivazione (che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione) (cfr. anche Cass. n. 26874 del 2018; conf. Cass. n. 19443 del 2011).

Ma anche a voler ritenere ammissibile il ricorso, il quale cumuli in un unico motivo le censure di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, allorchè esso comunque evidenzi specificamente la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie ed i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (cfr. Cass. sez. un. 9100 del 2015; Cass. n. 8915 del 2018), la ragione di inammissibilità, nella specie, va ravvisata nella mancata specificità del profilo riguardante l’asserito vizio di violazione e falsa applicazione di legge, così come riferito congiuntamente a plurime disposizioni del codice civile.

1.3. – Il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa. Viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis alla fattispecie). Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. n. 24054 del 2017; ex plurimis, Cass. n. 24155 del 2017; Cass. n. 195 del 2016; Cass. n. 26110 del 2016).

Risulta, quindi, inammissibile la deduzione di errori di diritto individuati (come nella specie) per mezzo della mera indicazione delle norme pretesamente violate, ma non dimostrati per mezzo di una circostanziata critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (Cass. n. 11501 del 2006; Cass. n. 828 del 2007; Cass. n. 5353 del 2007; Cass. n. 10295 del 2007; Cass. 2831 del 2009; Cass. n. 24298 del 2016).

1.4. – Quanto poi al profilo attinente alle censure riferite alla violazione del parametro di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, costituisce principio consolidato di questa Corte che il novellato paradigma (applicabile ratione temporis nella formulazione adottata dal D.L. n. 83 del 2012, convertito dalla L. n. 134 del 2012) consente di denunciare in cassazione – oltre all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, e cioè, in definitiva, quando tale anomalia si esaurisca nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione – solo il vizio dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, ove esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. sez. un. 8053 del 2014; cfr. Cass. n. 14014 del 2017; Cass. n. 9253 del 2017).

Nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente incidentale avrebbe dunque dovuto specificamente e contestualmente indicare oltre al “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017). Ma, nei motivi in esame, della enucleazione e della configurazione della sussistenza (e compresenza) di siffatti presupposti (sostanziali e non meramente formali), onde potersi ritualmente riferire al parametro di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non v’è alcuna idonea e specifica indicazione.

1.5. – Infine, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, nella impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, con riguardo all’art. 112 c.p.c., purchè il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorchè sostenga (come nella specie) che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge (Cass., sez. un., n. 17931 del 2013; Cass. n. 24553 del 2013; Cass. n. 10862 del 2018).

Non è ravvisabile alcuna omissione della motivazione, poichè il convincimento del giudice risulta motivatamente emesso (anche se contestato dai ricorrenti).

1.6. – Sotto altro profilo, va rilevato che l’apprezzamento del giudice di merito, nel porre a fondamento della propria decisione una argomentazione, tratta dalla analisi di fonti di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (ex plurimis, Cass. n. 9275 del 2018; Cass. n. 5939 del 2018; Cass. n. 16056 del 2016; Cass. n. 15927 del 2016). Spettano dunque al giudice del merito l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, il controllo dell’attendibilità e della concludenza delle prove, la scelta tra le risultanze probatorie di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, nonchè la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio convincimento, per cui è insindacabile, in sede di legittimità, il “peso probatorio” di alcune testimonianze rispetto ad altre, in base al quale il Giudice di secondo grado sia pervenuto a un giudizio logicamente motivato, diverso da quello formulato dal primo Giudice (Cass. n. 1359 del 2014; Cass. n. 16716 del 2013; Cass. n. 1554 del 2004).

1.7. – Detto questo in termini generali (ex plurimis, Cass. n. 9275 del 2018; Cass. n. 5939 del 2018; Cass. n. 16056 del 2016; Cass. n. 15927 del 2016), va soggiunto che quanto detto vale anche riguardo alla parte, per infirmare una motivazione della sentenza che recepisca le conclusioni di una relazione di consulenza tecnica d’ufficio (Cass. n. 11482 del 2016; Cass. n. 19427 del 2017).

Sicchè le conclusioni assunte dal consulente tecnico sarebbero impugnabili con ricorso per cassazione solamente qualora le censure ad esse relative siano state tempestivamente prospettate avanti al giudice del merito, alla stregua di quanto si evinca dalla sentenza impugnata ovvero dell’atto del procedimento di merito – da specificamente indicarsi da parte del ricorrente – ove le stesse risultino essere state formulate, e vengano espressamente indicate nel motivo di ricorso, in modo che al giudice di legittimità risultino consentito il controllo ex actis della relativa veridicità nonchè la valutazione della decisività della questione (Cass. n. 2707 del 2004; Cass. n. 7696 del 2006; Cass. n. 12532 del 2011; Cass. n. 20636 del 2013).

Nella specie, però, il ricorrente non ha specificato nel ricorso almeno detti punti salienti onde consentirne la valutazione in termini di decisività e di rilevanza, offrendo viceversa (nel contesto di un magmatico richiamo ai fatti di causa) solo detta mera disamina dei vari passaggi della acquisizione dei riscontri peritali, corredata da notazioni critiche, che si risolve nella prospettazione di un sindacato di merito (a tesi contrapposte) inammissibile in sede di legittimità (cfr. Cass. n. 24948 del 2018).

La sentenza impugnata ha preso in esame le risultanze della consulenza tecnica e tutti gli elementi acquisiti alla causa e, con motivazione analitica, adeguata ed esente da vizi logici e da errori di diritto, ha ritenuto di dissentire dalle conclusioni della stessa sulla base di motivate argomentazioni. Deve precisarsi, infatti, che il giudice di appello non ha sostituito le argomentazioni tecniche svolte nella relazione di consulenza con altre tratte da proprie personali cognizioni tecniche, ciò che comunque non gli sarebbe precluso in base al principio judex peritus peritorum tuttora vigente nel nostro ordinamento; in virtù del quale è consentito al giudice di merito disattendere le argomentazioni tecniche svolte nella propria relazione dal consulente tecnico d’ufficio, e ciò sia quando le motivazioni stesse siano intimamente contraddittorie, sia quando il giudice (come nella fattispecie) sostituisca ad esse altre argomentazioni, tratte da proprie personali cognizioni tecniche. Laddove in ambedue i casi, l’unico onere incontrato dal giudice è quello di un’adeguata motivazione, esente da vizi logici ed errori di diritto (Cass. n. 17757 del 2014; Cass. n. 5148 del 2011).

1.8. – E’ allora facile rilevare che le censure formulate nel motivo in esame si sostanziano nella sollecitazione ad effettuare una nuova valutazione di risultanze di fatto emerse nel corso del procedimento, cosi mostrando la ricorrente di anelare ad una impropria trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, giudizio di merito, nel quale ridiscutere tanto il contenuto di fatti e vicende processuali, quanto ancora gli apprezzamenti espressi dalla Corte di merito non condivisi e per ciò solo censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni ai propri desiderata; quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa possano ancora legittimamente porsi dinanzi al giudice di legittimità (Cass. n. 5939 del 2018).

Come questa Corte ha più volte sottolineato, compito della Cassazione non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata, nè quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dal giudice del merito (cfr. Cass. n. 3267 del 2008), dovendo invece il giudice di legittimità limitarsi a controllare se costui abbia dato conto delle ragioni della sua decisione e se il ragionamento probatorio, da esso reso manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato, si sia mantenuto entro i limiti del ragionevole e del plausibile; ciò che nel caso di specie è dato riscontrare (cfr. Cass. n. 9275 del 2018), giacchè la valutazione del materiale probatorio (in particolare del corredo testimoniale) operata dalla Corte d’appello è sorretta da argomentazioni logiche e coerenti tra loro, con motivazione sufficiente e non contraddittoria.

2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione dell’art. 91 c.p.c. e dei parametri di legge stabiliti con D.M., sulla condanna alle spese di lite, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; violazione degli artt. 112 e 342 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, giacchè ove la Suprema Corte accogliesse il precedente motivo, dovrà essere rideterminata anche l’entità della condanna alle spese dei due gradi di giudizio. così violando i principi della soccombenza e la rideterminazione delle spese di lite del primo grado in quanto l’entità di esse deve essere rapportata alla condanna in questo stabilita.

2.1. – Il motivo è inammissibile.

2.2. – E’ principio consolidato quello per cui “il giudice di appello, allorchè riformi in tutto o in parte la sentenza impugnata, deve procedere d’ufficio, quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, ad un nuovo regolamento delle spese processuali, il cui onere va attribuito e ripartito tenendo presente l’esito complessivo della lite poichè la valutazione della soccombenza opera, ai fini della liquidazione delle spese, in base ad un criterio unitario e globale (cfr. Cass. n. 6259 del 2015).

Il criterio della soccombenza di cui all’art. 91 c.p.c., al fine della determinazione dell’onere delle spese processuali, non si fraziona secondo l’esito delle varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente all’esito finale della lite (ex multis, Cass. n. 6369 del 2013: Cass. n. 19880 del 2011; Cass. n. 14778 del 2004), per cui, conseguentemente, quante volte il giudice d’appello abbia riformato anche solo parzialmente la sentenza, deve procedere anche d’ufficio ad un nuovo regolamento pure delle spese del primo grado (ex coeteris, Cass. n. 18837 del 2010; Cass. n. 12963 del 2007; Cass. n. 7846 del 2006); sicchè viola il principio di cui all’art. 91 c.p.c., il giudice di merito che ritenga la parte soccombente in un grado di giudizio e, invece, vincitrice in un altro grado (cfr. Cass. n. 6259 del 2014).

Tali criteri ovviamente attengono anche alla eventuale statuizione relativa alla compensazione di cui all’art. 92 c.p.c.. Ad essi la Corte d’appello non s’è nella specie conformata là dove, senza alcuna statuizione relativa alle spese del primo grado, che il Tribunale aveva compensato per la metà ponendo l’altra metà a carico dei convenuti, ha compensato per un quarto le spese del secondo grado ponendo i restanti tre quarti a carico dell’appellante (attore in primo grado), il cui gravame pure aveva in qualche misura accolto, anche se solo parzialmente in relazione alle complessive doglianze.

3. – Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso Condanna il ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti delle spese del presente grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 7.500,00 di cui Euro 200,00 per rimborso spese vive, oltre al rimborso forfettario spese generali, in misura del 15%, ed accessori di legge. Ex D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, della Corte Suprema di Cassazione, il 12 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2021

 

 

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