Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8747 del 13/04/2010

Cassazione civile sez. lav., 13/04/2010, (ud. 10/02/2010, dep. 13/04/2010), n.8747

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – Consigliere –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. BALLETTI Bruno – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 22036/2006 proposto da:

M.C., L.A., L.M., tutti nella

qualità di eredi di L.G., elettivamente domiciliati

in ROMA, VIA CAVOUR 221, presso lo studio degli avvocati FABBRINI

FABIO e SPEDALIERE LEOPOLDO, che le rappresentano e difendono giusta

mandato a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

AUSONIA CROCIERE S.P.A. (ora in liquidazione), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

CALABRIA 56, presso lo studio degli avvocati D’AMATO GIOVANNI, GRISPO

CARLO, D’AMATO ANTONIO, che la rappresentano e difendono giusta

mandato a margine del controricorso;

– F.A.T.A. – FONDO ASSICURATIVO TRA AGRICOLTORI – ASSICURAZIONI

S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BAIAMONTI 10, presso lo studio

dell’avvocato CALDORO MARIA FRANCESCA, rappresentata e difesa

dall’avvocato MAGALDI RENATO, giusta mandato a margine del

controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4419/2005 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 21/09/2005 r.g.n. 173/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/02/2010 dal Consigliere Dott. BALLETTI Bruno;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso ex art. 414 c.p.c. dinanzi al Tribunale – giudice del lavoro di Torre Annunziata M.C., L.A. e L.M. – nella loro qualità di eredi di L. G. convenivano in giudizio la s.p.a. AUSONIA CROCIERE e la s.p.a. F.A.T.A. Assicurazioni per ottenere il pagamento della somma di L. 50.000.000, quale indennizzo (ex art. 20 c.c.n.l. applicabile nella specie) per il ritiro del libretto di navigazione spettante al loro dante causa lavoratore marittimo da ultimo imbarcato in nave della s.p.a. AUSONIA CROCIERE e sbarcato per malattia il 29 ottobre/15 novembre 1996 -. Si costituivano in giudizio le società convenute che eccepivano l’improcedibilità e l’inammissibilità della domanda e, comunque, ne chiedevano l’integrale rigetto per il sopravvenire della malattia in epoca successiva allo sbarco e, quindi, alle risoluzioni del rapporto.

L’adito Giudice del lavoro – con sentenza del 17 maggio 2002 – dichiarava improcedibile la domanda ritenendo il ricorso introduttivo carente all’esposizione degli elementi di fatto e di diritto e – a seguito di appello di parte soccombente e ricostituitosi il contraddittorio – la Corte di appello di Napoli, con sentenza del 21 settembre 2005, rigettava l’appello compensando le spese del grado.

Per la cassazione di tale sentenza gli Eredi di L.G. – ut supra – propongono ricorso assistito da un unico complesso motivo. Le intimate s.p.a. AUSONIA CROCIERE (in liquidazione) e F.A.T.A. s.p.a. resistono con controricorso. La s.p.a. F.A.T.A ha, anche, depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 – Con l’unico complesso motivo di ricorso i ricorrenti – denunciando “violazione dell’art. 14 e del punto 11 dell’elenco delle patologie incompatibili con i servizi marittimi ex R.D.L. n. 1733 del 1933, e della L. n. 6581 del 1967, art. 21” – ritengono che la decisione impugnata sia “viziata dell’omessa valutazione delle norme di legge indicate in epigrafe che regolano il rapporto di lavoro nautico” e rilevano, a censura della cennata sentenza, che “è giuridicamente corretto ritenere che il ritiro del libretto di navigazione, ai fini dell’acquisizione del diritto all’indennizzo previsto dalla contrattazione di categoria, è fattispecie che si perfeziona fin dall’adozione del verbale di permanente inidoneità adottato dalla Commissione medica permanente di primo grado”.

2 – Debbono, anzitutto, essere respinte le eccezioni di inammissibilità dell’originario ricorso introduttivo (motivato dalla “mancata indicazione e dalla mancata produzione in giudizio del c.c.n.l. di categoria” e della “mancata esposizione dei fatti”), in quanto la Corte di appello ha ritenuto le relative questioni “assorbite” dalla decisione sul “merito” a conferma della loro infondatezza mentre, ove fossero state considerate accoglibili, il carattere sicuramente preliminare delle stesse avrebbero precluso la decisione nel senso dianzi indicata.

Al riguardo l’interpretazione operata dal giudice di appello in merito al contenuto e all’ampiezza della domanda giudiziale e della relativa impugnativa è assoggettabile al controllo di legittimità limitatamente alla valutazione della logicità e congruità della motivazione e, a tale proposito, il sindacato della Corte di cassazione comporta l’identificazione della volontà della parte in relazione alle finalità dalla medesima perseguite, in un ambito in cui, in vista del predetto controllo, tale volontà si ricostruisce in base a criteri ermeneutici assimilabili a quelli propri del negozio, diversamente dall’interpretazione riferibile ad atti processuali provenienti dal giudice, ove la volontà dell’autore è irrilevante e l’unico criterio esegetico applicabile è quello della funzione obiettivamente assunta dall’atto giudiziale (cfr. Cass. n. 17947/2006). In particolare, in sede di legittimità, occorre tenere distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda o di impugnativa, o la pronuncia su domanda e su impugnativa non proposta, dal caso in cui si censuri l’interpretazione data dal giudice di merito alla domanda stessa: solo nel primo caso si verte propriamente in tema di violazione dell’art. 112 c.p.c. per mancanza della necessaria corrispondenza tra chiesto e pronunciato, prospettandosi che il giudice di merito sia incorso in un error in procedendo, in relazione al quale la Corte di cassazione ha il potere- dovere di procedere all’esame diretto degli atti giudiziari onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiestale; nel caso in cui venga invece in contestazione l’interpretazione del contenuto o dell’ampiezza della domanda, tali attività integrano un tipico accertamento in fatto, insindacabile in cassazione salvo che sotto il profilo della correttezza della motivazione della decisione impugnata sul punto (Cass. n. 16596/2005). Più specificatamente, rientra nella nozione di error in procedendo, a fronte del quale la Corte di cassazione ha il potere- dovere di procedere all’esame diretto degli atti onde acquisire gli elementi necessari ai fini della richiesta pronuncia, la censura di omesso esame della domanda e di pronuncia su domanda non proposta, ma non la censura di erronea interpretazione del contenuto o dell’ampiezza della domanda, nè la censura di omessa, contraddittoria o insufficiente motivazione; tuttavia, qualora la censura relativa alla motivazione lamenti un vizio procedurale in cui sia incorso il giudice di merito (una sorta di error in procedendo indiretto, o di secondo grado), ciò consente alla Corte di cassazione l’esame degli atti del giudizio di merito, al limitato fine di verificare che l’errore procedurale in cui sia eventualmente incorso il giudice di merito si sia tradotto in un vizio di motivazione (Cass. n. 9471/2004): vizio – per questo dianzi considerato – nella specie, inesistente.

3 – Passando, quindi, alla valutazione del ricorso, si rimarca che la Corte territoriale ha dato, dell’art. 56 del c.c.n.l., una inter- pretazione strettamente letterale che non tiene conto della comune intenzione delle parti sociali, nè del senso che risulta dalla lettura complessiva del contratto, quale è dato desumere anche dalle disposizioni del R.D.L. 14 dicembre 1933, n. 1773, con cui il testo contrattuale deve essere coordinato. Osserva al riguardo il Collegio che la ratio del citato art. 36 c.c.n.l. è chiaramente quella di assicurare al personale marittimo non più in grado di essere imbarcato, per malattia o infortunio, una indennità aggiuntiva di (all’epoca) L. 50 milioni. A questi fini la norma richiede, come necessaria condizione, il definitivo ritiro del libretto di navigazione al marittimo ad opera delle Commissioni mediche previste dal menzionato D. n. 1773 del 1933.

La Corte di appello, peraltro, ha interpretato l’ultima parte della norma in questione (“il ritiro definitivo del libretto di navigazione deve essere disposto dalla Commissione medica di secondo grado”) in modo strettamente letterale ed ha ritenuto che il ritiro del libretto disposto dalla Commissione medica di primo grado, ancorchè divenuto definitivo per omessa, tardiva o altrimenti inammissibile impugnazione della decisione di primo grado, escluda il diritto alla indennità in questione.

Tale interpretazione non può essere condivisa (cfr. Cass. n. 14944/2000 (dalla controricorrente s.p.a. F.A.T.A. impropriamente addotta, in sede di memoria ex art. 378 c.p.c., a sostegno della tesi contraria)). La norma collettiva, nella parte in cui si riferisce – come presupposto per il pagamento dell’indennità – al definitivo ritiro del libretto di navigazione, fa chiaramente riferimento al procedimento disciplinato dal R.D.L. n. 1773 del 1933 per l’accertamento della idoneità fisica del lavoratore al servizio di navigazione. Orbene, l’art. 14 primo comma del citato regio decreto testualmente così dispone: “il giudizio emesso dalla commissione di secondo grado e quello emesso dalla commissione di primo grado, ove non sia stato interposto ricorso nei termini di cui all’art. 5, sono a tutti gli effetti definitivi sia nei riguardi della continuazione della professione marittima, sia in quelli del conseguimento delle previdenze di invalidità e vecchiaia, ove l’interessato si trovi nelle altre condizioni richieste dalle leggi speciali su tali materie”. Dunque, nel sistema delineato dalla legge, il giudizio definitivo non è solo quello della Commissione medica di secondo grado, ma anche quello della Commissione medica di primo grado, nei casi in cui non sia stato interposto ricorso ovvero, va ragionevolmente aggiunto, nei casi in cui il ricorso sia stato proposto tardivamente o sia per altri motivi inammissibile o irricevibile. Di conseguenza deve ritenersi che l’art. 56 c.c.n.l., quando dispone che “il ritiro definitivo del libretto di navigazione deve essere disposto dalla Commissione medica di secondo grado”, intende riferirsi alla normalità dei casi, in cui è intervenuta una decisione di merito della Commissione di secondo grado. Ma non intende certo escludere l’ipotesi (peraltro normativamente prevista) in cui la decisione definitiva sia quella adottata dalla Commissione medica di primo grado, o perchè impugnata irregolarmente, o perchè sussiste l’impossibilità di una impugnazione ovvero che la stessa non possa certo venire proseguita per la morte del lavoratore interessato.

Una diversa interpretazione, infatti, oltre a porre la norma contrattuale in contrasto con la citata norma di legge, sarebbe del tutto irragionevole, non essendo dato ravvisare il fondamento logico e razionale del diniego di indennizzo al marittimo che abbia inteso accettare la decisione della commissione di primo grado o che abbia irregolarmente ricorso contro la predetta, ovvero che non possa proseguire nell’impugnativa proposta. Nella specie, si evince dalla sentenza impugnata, la Commissione medica permanente di primo grado ha dichiarato in data 13 febbraio 1998 il dante causa degli odierni ricorrenti “permanentemente inidoneo alla navigazione” ed ha disposto il ritiro del libretto di navigazione di detto lavoratore; mentre il successivo ricorso del L. alla Commissione Medico Centrale in data 1 aprile 1998 non avrebbe potuto comunque provocare la successiva legittima della Commissione di secondo grado a causa della morte del lavoratore già avvenuta il 1 luglio 1998 e, pertanto non poteva, in ogni caso, legittimare siffatta procedura certamente “illegittima” perchè conclusasi nei confronti di una parte già deceduta.

Di conseguenza la Corte di appello, opinando diversamente, è chiaramente incorsa nella violazione delle norme di legge e contrattuali summenzionate, per cui la relativa sentenza deve essere cassata e la causa va rinviata – per un nuovo esame e pure per il regolamento delle spese del giudizio di legittimità – ad altro Giudice, designato in dispositivo, che si adeguerà al seguente principio di diritto: “in tema di personale marittimo non più in grado di essere imbarcato, l’art. 56 c.c.n.l., quando dispone, ai fini del riconoscimento di una indennità aggiuntiva, che “il ritiro definitivo del libretto di navigazione deve essere disposto dalla Commissione medica di secondo grado”, intende riferirsi alle normalità dei casi, in cui è intervenuta una decisione di merito di tale Commissione, ma non esclude l’ipotesi (normativamente prevista dal R.D. n. 1773 del 1933, art. 14) in cui la decisione definitiva sia quella adottata dalla Commissione medica di primo grado, o perchè non impugnata, o perchè impugnata irritualmente o fuori termine, ovvero perchè sussiste l’impossibilità di proporre impugnazione o che la stessa non possa essere ritualmente proseguita per la morte del lavoratore già dichiarato permanentemente inidoneo alla navigazione dalle Commissione di primo grado”.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 10 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2010

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