Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8708 del 04/04/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 04/04/2017, (ud. 14/12/2016, dep.04/04/2017),  n. 8708

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19920/2014 proposto da:

C.G. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CARLO POMA 4, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO CONTE, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MICHELE TONIATTI,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MITO S.R.L. P.I. (OMISSIS);

– intimata –

nonchè da:

MITO S.R.L. P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZALE CLODIO 14,

presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA ROMANA GRAZIANI,

rappresentata e difesa dall’avvocato PIA PERRICCI, giusta delega in

atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

C.G. C.F. (OMISSIS);

– intimato –

E SUL RICORSO SUCCESSIVO, SENZA NUMERO DI R.G. PROPOSTO DA:

MITO S.R.L. P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZALE CLODIO 14,

presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA ROMANA GRAZIANI,

rappresentata e difesa dall’avvocato PIA PERRICCI, giusta delega in

atti;

– ricorrente successivo –

contro

C.G. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CARLO POMA 4, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO CONTE, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MICHELE TONIATTI,

giusta delega in atti;

– controricorrente al ricorso successivo –

avverso la sentenza n. 1007/2013 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 30/01/2014 r.g.n. 318/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/12/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;

udito l’Avvocato ANDREA GRAZIANI per delega verbale Avvocato VIRGILIO

QUAGLIATO;

udito l’Avvocato ANDREA GRAZIANI per delega verbale Avvocato PERRICCI

PIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto ricorso

C.G., inammissibilità ricorso SOCIETA’ MITO S.R.L., assorbito il

ricorso incidentale.

Fatto

FATTI DEL PROCESSO

Con ricorso al Tribunale di Pesaro C.G. impugnava il licenziamento intimatogli in data 30.5.2011 dalla società MITO srl per mancato superamento del periodo di prova, deducendo che il contratto con il patto di prova era stato sottoscritto allorquando il rapporto di lavoro era già in corso;

chiedeva dichiararsi la nullità del patto e la illegittimità del licenziamento ed applicarsi la tutela L. n. 300 del 1970, ex art. 18.

Il Giudice del lavoro – con sentenza del 10.5.2013 (nr. 197/2013)- accoglieva integralmente la domanda.

Con sentenza del 28.11.2013 – 30.1.2014 (nr. 1007/2013) la Corte d’appello di Ancona, pronunziando sull’appello proposto dalla società MITO srl (ricorso del 24.5.2013), accoglieva parzialmente l’appello e limitava la condanna della società MITO srl al pagamento di venti mensilità della retribuzione globale di fatto, riducendone l’importo ad Euro 3.018,70 mensili.

La Corte territoriale rilevava che la società impugnava la sentenza per non avere escluso la risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso o la rinunzia del lavoratore alla impugnazione.

Sulla base delle stesse allegazioni della società doveva escludersi la esistenza del mutuo consenso, a tanto non rilevando nè l’affidamento al ragioniere dell’impresa dell’incarico di determinare l’importo di una mensilità di retribuzione e di redigere la lettera di licenziamento nè la firma immediata della comunicazione di licenziamento da parte del lavoratore “per accettazione”.

La sottoscrizione dell’atto di licenziamento “per accettazione” non aveva significato univoco neppure di rinunzia, ben potendo la espressione riferirsi alla comunicazione del documento e non ai suoi effetti.

La prova orale articolata dalla società per dimostrare che era stata corrisposta una mensilità aggiuntiva come incentivo alla rinunzia alla impugnazione era generica.

Era pacifico tra le parti che il risarcimento doveva essere parametrato su cinque mensilità della retribuzione globale di fatto, oltre alle quindici mensilità spettanti al lavoratore per effetto della opzione alternativa alla reintegra.

Non potevano invece riconoscersi le mensilità successive all’esercizio della opzione.

Per la Cassazione della sentenza hanno proposto autonomo ricorso il lavoratore, articolato in cinque motivi e la società MITO srl, articolato in un unico motivo, ricorsi iscritti in un unico procedimento.

Ciascuna delle parti di causa ha resistito con controricorso al ricorso avversario; la società MITO srl ha trascritto nel proprio controricorso il ricorso già notificato in via principale.

C.G. ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Preliminarmente la Corte dà atto che il ricorso autonomo della società MITO risulta tardivo (la sentenza impugnata è stata pubblicata il 30.1.2014; il ricorso è datato ed è stato notificato il 31.7.2014); deve tuttavia procedersi all’esame delle censure sub specie di ricorso incidentale tardivo, in quanto riprodotte dalla società nel controricorso avverso il ricorso del lavoratore, che è stato tempestivamente notificato.

Secondo l’ordine di pregiudizialità deve essere esaminato prioritariamente il ricorso della società MITO; esso afferisce alla statuizione sul mutuo consenso e sulla rinunzia alla impugnazione del licenziamento, pregiudiziale rispetto alla statuizione sul risarcimento del danno che è oggetto del ricorso del lavoratore.

Con l’unico motivo la società MITO srl ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione dell’art. 2113 c.c., e dell’art. 2697 c.c., nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Ha lamentato la carenza della motivazione della sentenza gravata sul punto della natura disponibile del diritto alla impugnazione del licenziamento ed assunto che l’atto abdicativo doveva essere individuato nella sottoscrizione del lavoratore, in calce alla lettera di licenziamento, “per accettazione”.

La società aveva chiesto di provare l’accordo intervenuto per una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro in corrispettivo di una mensilità netta aggiuntiva di retribuzione laddove la Corte di merito aveva da un lato affermato la carenza di prova della transazione, dall’altro negato la ammissione della prova testimoniale tendente ad acquisire al processo i patti sottostanti.

I capitoli della prova non ammessi – (ed in particolare il capitolo 4, trascritto in ricorso) – avrebbero dimostrato che le parti di causa si erano recate congiuntamente dal ragioniere aziendale specificando essere intervenuto un accordo per lo scioglimento del contratto di lavoro.

Il motivo è inammissibile.

Il giudizio di accertamento della volontà del lavoratore (sia nel senso della risoluzione o transazione del rapporto di lavoro sia nel senso della rinunzia alla impugnazione del licenziamento), attiene al fatto storico ed è sindacabile in questa sede di legittimità esclusivamente sotto il profilo del vizio della motivazione.

La fattispecie di causa è regolata ratione temporis dall’art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, applicabile ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato dall’11 settembre 2012 (D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2).

A tenore della citata disposizione allorquando la sentenza d’appello conferma la decisione di primo grado per le stesse ragioni inerenti alle questioni di fatto il ricorso per Cassazione può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui all’art. 360, comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4; il vizio di motivazione non è dunque deducibile in caso di impugnativa di pronuncia c.d. doppia conforme, come nella presente vicenda processuale.

Analoghi rilievi di inammissibilità valgono quanto al dedotto vizio di violazione dell’art. 2113 c.c., e dell’art. 2697 c.c..

Le censure mosse sotto il profilo della disponibilità del diritto di impugnazione del licenziamento e della conseguente inapplicabilità delle preclusioni di cui all’art. 2113 c.c., restano del tutto inconferenti al decisum giacchè il giudice del merito ha escluso la volontà concreta del lavoratore di disporre del diritto e non già la sua astratta disponibilità.

Neppure coglie nel segno la censura formulata in relazione all’art. 2697 c.c..

Nella fattispecie il motivo non denunzia la erronea attribuzione dell’onere della prova ma intende sottoporre a revisione il giudizio del giudice del merito sulla rilevanza dei capitoli di prova articolati.

La mancata ammissione del mezzo istruttorio per difetto di rilevanza, inerendo ai fatti materiali da provare in causa, costituisce un giudizio di fatto, sindacabile davanti a questa Corte nei limiti dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. SU nr. 8078/2012), con conseguente preclusione, ex art. 348 ter c.p.c., alla deducibilità della censura, per quanto sin qui osservato.

Deve dunque procedersi all’esame del ricorso del lavoratore, relativo alla statuizione di quantificazione del danno.

Preliminarmente la Corte rileva che in ordine al capo della sentenza sul risarcimento del danno non sussiste la preclusione, di cui all’art. 348 ter c.p.c., alla deducibilità in questa sede del vizio di motivazione, poichè vi è diversità dell’accertamento nei due gradi di merito: il giudice del primo grado aveva integralmente accolto la domanda del lavoratore (sia quanto al numero della mensilità riconosciute che all’importo della singola mensilità); sul punto vi è stato parziale accoglimento dell’appello della società MITO.

Il primo, il secondo ed il terzo motivo attengono alla determinazione del numero di mensilità riconosciute al lavoratore a titolo risarcitorio, il quarto ed il quinto all’importo della mensilità di retribuzione, dato di base del calcolo.

1. Con il primo motivo il C. ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn 3 e 5 – violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, (nel testo anteriore alla L. n. 92 del 2012) nonchè omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.

Ha censurato la sentenza per avere affermato essere “pacifico” tra le parti che il risarcimento del danno doveva essere parametrato a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto (oltre alle 15 spettanti per effetto della opzione sostitutiva della reintegra) laddove il danno avrebbe dovuto essere liquidato nella misura delle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento – il 31.5.2011 – alla data di comunicazione dell’esercizio della opzione – il 31.5.2013 – per un totale di 24 mensilità di retribuzione.

Il motivo, nella parte in cui denunzia un vizio della motivazione, è fondato.

Nel caso di licenziamento illegittimo, l’accertamento, in concreto, del danno subito dal lavoratore nel periodo anteriore alla sentenza che ne ordina la reintegrazione – (ed eccedente quello presunto in misura pari all’importo di cinque mensilità) costituisce tipica indagine di fatto riservata al giudice del merito (cfr Cassazione civile, sez. lav., 11/02/1983, n. 1079).

La Corte di merito così motiva sul punto:

“E’ poi pacifico tra le parti che il risarcimento debba essere parametrato su cinque mensilità della retribuzione globale di fatto”.

In tal senso la Corte di merito omette di considerare il fatto-risultante dal documento 1 del fascicolo di secondo grado del C. (comunicazione inviata dal C. via mail alla società MITO srl) – che il lavoratore aveva comunicato la opzione il 31.5.2013, chiedendo al datore di lavoro l’importo delle retribuzioni maturate dal licenziamento alla comunicazione della opzione ed il fatto, pure risultante dal documento, che tra la data del licenziamento e quella della opzione erano decorse 24 mensilità.

Omette, ancora, di considerare il contenuto delle note autorizzate depositate dal C. nel giudizio di secondo grado in data 8.11.2013, con le quali egli chiedeva l’importo di tutte le retribuzioni maturate dalla data del licenziamento alla data dell’esercizio della opzione (ferma ogni questione sull’aliunde perceptum).

Il fatto non esaminato è potenzialmente decisivo, giacchè in contrasto con la affermata condotta di non contestazione delle parti circa il numero delle retribuzioni cui parametrare il danno.

2. Con il secondo motivo il C. ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.

Ha indicato quale fatto non esaminato la tardività della allegazione da parte della società MITO srl dell’aliunde perceptum, per essere stati introdotti solo nel grado di appello i fatti a fondamento della difesa.

Il motivo è inammissibile.

Il giudice del merito ha omesso qualsivoglia pronunzia sull’aliunde perceptum; le censure sollevate restano, dunque, estranee ai contenuti della statuizione impugnata.

Il ricorso per cassazione è un mezzo di impugnazione a critica vincolata, il cui oggetto è limitato, da un lato, dalle precise statuizioni della sentenza, dall’altro dagli specifici motivi di impugnazione; da ciò la inammissibilità di ogni censura che si fondi su una ricostruzione del fatto diversa da quella accolta in sentenza e, più in generale, su statuizioni non rinvenibili nella decisione.

3. Con il terzo motivo il lavoratore ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione o falsa applicazione dell’art. 18 c.c., comma 5, nel testo antecedente alla riforma ex L. n. 92 del 2012.

La censura afferisce al mancato riconoscimento delle retribuzioni decorrenti dalla comunicazione della opzione sostitutiva della reintegra all’effettivo pagamento delle 15 mensilità della indennità sostitutiva.

Il motivo è infondato.

La questione posta è stata definitivamente risolta dalle Sezioni Unite di questa Corte (sent. 27/08/2014, n. 18353), nel senso che ove il lavoratore (nel regime della L. n. 300 del 1970, art. 18, anteriore alle modifiche introdotte con la L. 28 giugno 2012, n. 92) opti per l’indennità sostitutiva della reintegrazione, avvalendosi della facoltà prevista dal quinto comma, il rapporto di lavoro si estingue con la comunicazione al datore di lavoro di tale scelta, senza che debba intervenire il pagamento dell’indennità.

La sentenza impugnata ha correttamente applicato l’indicato principio di diritto.

4. Con il quarto motivo il lavoratore ha lamentato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 – violazione e falsa applicazione degli artt. 167, 416 e 345 c.p.c., nonchè omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.

Il motivo investe la determinazione dell’importo mensile della retribuzione globale di fatto.

Il ricorrente ha dedotto la violazione delle regole processuali sulla allegazione e contestazione dei fatti e dell’art. 345 c.p.c., esponendo che l’importo della retribuzione mensile era stato contestato dal datore di lavoro soltanto con l’atto d’ appello e non con la memoria difensiva del primo grado nè nell’intero corso di quel giudizio.

Ha censurato comunque la mancanza di motivazione sul punto. Il motivo è infondato.

La non contestazione dei fatti costituisce un elemento di prova liberamente valutabile dal giudice e non già una prova legale.

Il giudice dell’appello, essendo stato nuovamente investito dell’accertamento del fatto, con uno specifico motivo di impugnazione, non era dunque vincolato dalla condotta processuale del convenuto nel corso del primo grado di giudizio ma poteva compiere la valutazione discrezionale cui era chiamato sulla base di tutto il materiale probatorio ritualmente acquisito; la parte ricorrente non muove alcuna censura relativamente alla acquisizione delle buste paga, poste dal giudice dell’appello a fondamento della decisione.

Non è invece pertinente il richiamo al divieto di nova in appello ex art. 345 c.p.c., che si riferisce alla introduzione nel processo di nuove domande e nuove eccezioni e non già all’esame dei mezzi di prova relativi ad una domanda ritualmente introdotta.

5. Con il quinto motivo il C. ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 – violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, nel testo vigente anteriormente alla L. n. 92 del 2012, difetto di motivazione ed omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.

Ha dedotto che la nozione di retribuzione globale di fatto recepita dalla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, comprendeva tutte le somme dovute a titolo non occasionale al lavoratore ed ha lamentato che la Corte di merito, pur ribadendo tale principio, aveva poi omesso di esaminare la voce “elemento aggiuntivo paga lorda”, riconosciuta mensilmente al lavoratore, che risultava da tutte le buste paga emesse dal datore di lavoro e prodotte in causa (doc. 20 del fascicolo di primo grado). La Corte d’appello aveva totalmente omesso di pronunziarsi sul punto.

La denunzia del vizio di motivazione è fondata.

La Corte di merito nell’accogliere il motivo di appello della società MITO srl relativo all’importo della retribuzione globale di fatto mensile, omette di considerare il fatto, risultante dal documento 20 della produzione del C. nel primo grado, della percezione da parte del lavoratore in busta paga di un “elemento aggiuntivo paga lorda”, fatto controverso- in quanto oggetto del secondo motivo d’appello e ribadito dal C. con la memoria difensiva del giudizio di appello (alla pagina 24) – e potenzialmente decisivo del quantum del risarcimento.

La sentenza impugnata deve essere pertanto cassata in accoglimento del primo e del quinto motivo del ricorso di C.G. e gli atti rinviati ad altro giudice, che si individua nella Corte di Appello di Bologna, affinchè provveda ad un nuovo accertamento del fatto immune dai rilevati vizi di motivazione.

Il giudice del rinvio provvederà anche alla disciplina delle spese di questo grado.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, (che ha aggiunto il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte della ricorrente MITO srl, il cui ricorso è stato integralmente respinto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione rigettata.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso della società MITO srl. Accoglie il primo ed il quinto motivo del ricorso di C.G.. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia – anche per le spese – alla Corte d’appello di Bologna.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso incidentale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 aprile 2017

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