Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8707 del 13/04/2010

Cassazione civile sez. III, 13/04/2010, (ud. 18/02/2010, dep. 13/04/2010), n.8707

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI NANNI Luigi Francesco – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere –

Dott. URBAN Giancarlo – Consigliere –

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 14044/2006 proposto da:

C.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE MAZZINI 142, presso lo studio dell’avvocato PETRALIA

Francesco, che la rappresenta e difende giusta delega a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA SALUTE;

– intimato –

sul ricorso 17744/2006 proposto da:

MINISTERO DELLA SALUTE in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui è difeso per legge;

– ricorrente –

contro

C.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI

142, presso lo studio dell’avvocato PETRALIA FRANCESCO, che la

rappresenta e difende giusta delega a margine del ricorso principale;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 482/2005 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

Sezione Quarta Civile, emessa il 22/12/2004, depositata il

22/03/2005, R.G.N. 308/2004;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

18/02/2010 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito l’Avvocato VINCENZO ALBERTO PENNISI per delega dell’Avvocato

FRANCESCO PETRALIA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale

e l’assorbimento del ricorso incidentale.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

C.E. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Torino il Ministero della Salute esponendo: di essere stata ricoverata, nel (OMISSIS), presso l’ospedale civile di (OMISSIS) e di essere stata sottoposta ad intervento chirurgico nel corso del quale le erano state trasfuse tre sacche di sangue; che dopo le dimissioni, nel mese di (OMISSIS), era stata nuovamente sottoposta a ricovero per alterazione dei parametri epatici e che in tale occasione le era stata diagnosticata la presenza di epatite non A e non B; che nell’autunno del (OMISSIS) la C., a seguito di ulteriori esami epatici, era venuta a conoscenza di aver contratto un’epatopatia cronica da HCV positivo; che in data (OMISSIS) aveva presentato una richiesta di indennizzo ai sensi della L. n. 210 del 1992; che il (OMISSIS) era stata sottoposta a visita dalla Commissione Medica Ospedaliera di (OMISSIS) e che in tale occasione era stato accertato il nesso di causalità tra le trasfusioni delle sacche di sangue effettuate nel (OMISSIS) e l’insorgenza della grave malattia contratta; che il ministero convenuto era responsabile per omessa vigilanza sull’attività di distribuzione dei derivati dal sangue; che era prospettabile un danno biologico non inferiore ad un terzo del valore della persona quantificabile nella misura di L. 200.000.000, nonchè un danno morale equivalente alla metà del danno biologico, per un importo complessivo di L. 300.000.000.

Parte attrice concludeva chiedendo la condanna del ministero convenuto al pagamento dell’anzidetta somma previo riconoscimento di una provvisionale.

Parte convenuta eccepiva l’inammissibilità delle richieste avversarie stante l’avvenuta presentazione della richiesta di indennizzo e la prescrizione del diritto dedotto in giudizio per il decorso del tempo; deduceva che i test di diagnosi del virus HCV risalivano al (OMISSIS) e che pertanto gli stessi erano indisponibili all’epoca dell’avvenuto contagio della C., con conseguente non configurabilità di una responsabilità dell’amministrazione; escludeva l’imputabilità all’amministrazione stessa di una responsabilità ex art. 2049 e 2050 c.c..

In corso di causa era disposta una consulenza tecnica d’ufficio.

Con sentenza del 12.6.2002 il Tribunale rigettava le domande attrici e disponeva l’integrale compensazione delle spese di causa.

Con atto notificato in data 10.2.2004 C.E. proponeva appello avverso la citata sentenza chiedendo che previa rinnovazione della ctu medico-legale e previo riconoscimento di una provvisionale ex art. 278 c.p.c., fossero accolte le domande già formulate in primo grado.

Parte appellata, costituitasi in giudizio, chiedeva il rigetto dell’appello.

Proponeva ricorso per cassazione C.E. con tre motivi.

La Corte d’appello rigettava l’appello proposto da C..

Resisteva con controricorso il Ministero della salute che presentava ricorso incidentale tardivo condizionato con due motivi.

C.E. resisteva con controricorso avverso il ricorso incidentale tardivo condizionato.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I ricorsi devono essere previamente riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

Con il primo e terzo motivo del ricorso principale, che per la loro stretta connessione devono essere congiuntamente esaminati, parte ricorrente rispettivamente denuncia: 1) “violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360, comma 1, n. 3, in relazione agli artt. 204 9 e 2050 c.c.”; 3) “violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un punto decisivo del giudizio;

– esercizio di attività pericolose ex art. 2050 c.c.;

– esistenza di nesso causale”.

Lamenta parte ricorrente che nè il Giudice di primo grado, nè quello di appello hanno ritenuto applicabile, nei confronti del Ministero della salute, il disposto dell’art. 2043 c.c., in luogo dell’art. 2050 c.c., con le conseguenti implicazioni in tema di onere della prova. E segnala che a sostegno della tesi dell’applicabilità della seconda disposizione depongono, oltre l’intrinseca pericolosità dell’attività di controllo sulla raccolta e distribuzione degli emoderivati, sia la L. 14 luglio 1967, n. 592, sia la L. 10 febbraio 1977, n. 1133, sia la L. 4 maggio 1990, n. 107.

In conclusione parte ricorrente contesta al Ministero della salute di non aver posto in essere tutte le possibili precauzioni per evitare il contagio ed il diffondersi per via delle trasfusioni di virus che, pur non essendo all’epoca individuati con precisione, venivano indicati come “non A e non B”.

I motivi sono infondati.

Anche se la pratica terapeutica della trasfusione di sangue e dell’uso di emoderivati è senz’altro caratterizzata da pericolosità, non può ritenersi ugualmente pericolosa la relativa attività del Ministero della salute. Essa infatti attiene alla sfera non direttamente gestionale, ma piuttosto di supervisione e controllo.

La pericolosità della pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati non rende dunque ugualmente pericolosa l’attività ministeriale, la cui funzione apicale è solo quella di controllare e vigilare a tutela della salute pubblica.

Nè gli interventi per la distribuzione e ripartizione del plasma tra le strutture sanitarie o le autorizzazioni per l’importazione del plasma possono considerarsi elementi di conferma di un’attività in senso lato imprenditoriale, in quanto si tratta di incombenze meramente complementari e funzionali all’organizzazione di un settore essenziale per la collettività.

La responsabilità del Ministero della Salute per i danni conseguenti ad infezioni da HIV e da epatite, contratte da soggetti emotrasfusi, per l’omessa vigilanza esercitata dall’Amministrazione sulla sostanza ematica negli interventi trasfusionali e sugli emoderivati appare invece riconducibile all’art. 2043 c.c. (Cass., SS. UU. 11.1.2008, n. 576; Cass, 1 febbraio 1995, n. 1138; Cass., 20 luglio 1993, n. 8069;

Cass., 27 gennaio 1997, n. 814).

Per le medesime ragioni ritiene questa Corte che debba essere esclusa anche una responsabilità del Ministero ex art. 2049 c.c., non potendo il Ministero stesso rispondere degli eventuali fatti dannosi delle strutture sanitarie, in quanto manca un rapporto di preposizione tra il Ministero e le persone giuridiche pubbliche (Asl, Aziende ospedaliere), tutte dotate di piena autonomia, capacità e responsabilità.

Con il secondo motivo parte ricorrente denuncia “violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione all’art. 2043 c.c.”.

Lamenta C.E. che la Corte territoriale ha escluso la responsabilità del Ministero ai sensi dell’art. 2043 c.c., per l’attività di gestione, normazione, distribuzione e controllo degli emoderivati ed in relazione al danno ingiusto da lei stessa subito.

Indice di tale responsabilità sono invece, secondo la ricorrente, diverse disposizioni di legge ed in particolare: la L. n. 592 del 1967 (art. 1, art. 21); il D.P.R. n. 1256 del 1971 (artt. 2, 3, 103 e 112; la L. n. 519 del 1973; il D.M. 18 giugno 1971 (artt. 1 e 106);

il D.M. 15 settembre 1972 (art. 1); la L. 23 dicembre 1978, n. 833 (artt. 6 e 4); il D.L. n. 443 del 1987, conv. con L. n. 531 del 1987.

Si tratta di disposizioni che, a vario titolo, attribuiscono al Ministero della salute ed all’Istituto Superiore di Sanità il potere di emanare direttive per la raccolta, preparazione, conservazione e distribuzione del sangue per uso trasfusionale, nonchè per la preparazione dei suoi derivati, per l’esercizio della relativa vigilanza, per l’importazione e l’esportazione del sangue e dei suoi derivati.

A questa stregua si deve allora ritenere che, anche prima dell’entrata in vigore della L. 4 maggio 1990, n. 107, contenente la disciplina per le attività trasfusionali e la produzione di emoderivati, sussistesse, a carico del Ministero, un obbligo di controllo, di emanazione di direttive e di vigilanza in materia di sangue umano e di suoi derivati.

L’omissione da parte del suddetto Ministero di attività funzionali alla realizzazione dello scopo per il quale l’ordinamento gli attribuisce il potere di tutela della salute pubblica espone il Ministero stesso a responsabilità extracontrattuale quando, come nella fattispecie per cui è causa, dalla violazione del dovere di vigilanza nell’interesse pubblico siano derivate violazioni dei diritti soggettivi dei terzi (Cass., SS.UU., 11.1.2008, n. 576).

Per le predette ragioni il motivo deve essere accolto.

Con il primo motivo del ricorso incidentale tardivo condizionato si denuncia “violazione e falsa applicazione di legge in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 – art. 2947 c.c.”.

Il Ministero sostiene la prescrizione del diritto vantato dalla C. in quanto, a suo avviso, dall’avvenuto contagio alla domanda di risarcimento del danno, sarebbero trascorsi più di cinque anni ed aggiunge che la Corte d’Appello fa risalire il dies a quo alla data del verbale della Commissione Medica Ospedaliera di (OMISSIS).

Il motivo è infondato in quanto con esso non si critica la ratio decidendi dell’impugnata sentenza che si fonda sull’avvenuta interruzione della prescrizione. Afferma infatti la Corte d’Appello che il diritto dedotto in giudizio non si è prescritto proprio per via dell’interruzione della prescrizione effettuata con la lettera di richiesta di danni risalente al (OMISSIS) e della successiva instaurazione del procedimento giudiziale risalente al (OMISSIS). Nè la conoscenza del contagio da epatite da parte della C. si potrebbe far risalire ad epoca antecedente al (OMISSIS), data di accertamento del virus HCV, in quanto il termine di prescrizione quinquennale decorre, a norma dell’art. 2935 c.c. e art. 2947 c.c., comma 1, non dal giorno in cui il terzo accerta la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita, o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche (Cass., SS.UU., 11.1.2008, n. 576).

Con il secondo motivo del ricorso incidentale si denuncia “violazione e falsa applicazione di legge in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 – artt. 2730 e 2735 c.c.”.

Sostiene parte ricorrente incidentale che la Corte d’Appello ha attribuito al verbale della C.M.O. gli effetti di una confessione stragiudiziale e che la relativa sentenza sarebbe errata in quanto il suddetto verbale costituisce una mera valutazione tecnica, priva dei caratteri di cui all’art. 2730 c.c., dalla quale non possono derivare gli effetti di cui all’art. 2735 c.c..

Il motivo è infondato.

La Corte d’Appello non ha infatti qualificato la certificazione della C.M.O. quale confessione stragiudiziale e la questione è comunque nuova non essendo stata sollevata negli altri gradi del giudizio.

Va peraltro rilevato che nell’impugnata sentenza, con valutazione di merito insindacabile in sede di legittimità in quanto adeguatamente motivata, si è affermato come costituisca un dato di indubbia valenza probatoria il riconoscimento, contenuto nella missiva del Ministero del 20.1.2000, della provenienza del sangue trasfuso alla C. da donatore infetto da HCV. In conclusione, riuniti i ricorsi, tutte le ragioni che precedono inducono a rigettare il primo ed il terzo motivo del ricorso principale; ad accogliere il secondo motivo del medesimo ricorso con conseguente cassazione, in relazione ad esso, dell’impugnata sentenza e con conseguente rinvio alla Corte d’Appello di Torino, in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del processo di cassazione; a rigettare i due motivi del ricorso incidentale.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta il primo ed il terzo motivo del ricorso principale. Accoglie il secondo motivo. Rigetta il ricorso incidentale. Cassa in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’Appello di Torino in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2010

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