Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 870 del 16/01/2017

Cassazione civile, sez. VI, 16/01/2017, (ud. 17/11/2016, dep.16/01/2017),  n. 870

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26449/2015 proposto da:

V.A., V.G., V.D.,

V.V., V.M.T., V.B., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA DELLA BALDUINA 66, presso lo studio

dell’avvocato GIUSEPPE SPAGNUOLO, rappresentati e difesi

dall’avvocato PAOLA LANZARA;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il

17/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/11/2016 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA;

udito l’Avvocato.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 Con decreto 1.4.2015 la Corte d’Appello di Roma – davanti a cui era stato riassunto il procedimento per effetto della dichiarazione di incompetenza territoriale emessa dalla Corte d’Appello di Napoli precedentemente adita – ha rigettato le domande di equa riparazione proposte il 10.2.2010 da V.M.T., V., A., B., D. e G. in relazione alla durata irragionevole di tre giudizi pensionistici promossi, rispettivamente, nel 1959 dal proprio genitore Ve.Gi. e nel 1968 dalla vedova P.I. e definiti sfavorevolmente dalla Corte dei Conti sez. Giurisdizionale per la Campania con sentenza n. 475/2009 del 20.4.2009.

La Corte romana ha innanzitutto ritenuto che dei tre procedimenti interrotti, solo quello esperito da Ve.Gi. era stato riassunto e successivamente definito con la sentenza del 2009 sicchè doveva ritenersi che la domanda dei ricorrenti avesse ad oggetto solo il predetto procedimento.

Richiamando poi la giurisprudenza di legittimità che esclude l’indennizzabilità del periodo di svolgimento del processo presupposto anteriore al 1.8.1973, e ritenendo che i ricorrenti abbiano agito esclusivamente nella qualità di eredi, la Corte d’Appello ha rigettato la domanda riguardante la durata del procedimento promosso nel 1959 dal dante causa Ve.Gi., morto nel (OMISSIS).

2 Per la cassazione di tale decreto ricorrono i V. con due censure.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Con il primo motivo i ricorrenti denunziano erroneo apprezzamento dei fatti di causa e della documentazione probatoria in atti. Erronea ricostruzione della vicenda processuale relativa al procedimento svoltosi davanti alla Corte dei Conti. Violazione e falsa applicazione degli artt. 155 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Sostengono i ricorrenti che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte romana, la stessa Corte dei Conti, con la sentenza 475/2009 aveva dato atto della riassunzione anche dei ricorsi 37682/PG e 37686/PG proposti dalla signora P.I., per cui, con la predetta decisione non si chiuso solo il procedimento instaurato col ricorso del V. depositato il 15.2.1959. Evidenziano che la stessa Corte d’Appello aveva ordinato l’acquisizione del fascicolo 37682/PG riguardante appunto il ricorso della P.. In via subordinata e salve le censure di cui al successivo motivo, ritengono i ricorrenti che, avendo le loro domande ad oggetto anche i ricorsi proposti dalla P., ad essi sia dovuta l’equa riparazione quanto meno in relazione al periodo 1.8.1973-28.4.1978 (data del decesso della P.).

Il motivo è fondato.

La Corte d’Appello ha affermato che solo il ricorso giurisdizionale promosso nel 1959 da Ve.Gi. è stato oggetto di riassunzione e, successivamente, definito con sentenza 20.4.2009. Pertanto, ad avviso della Corte d’Appello la domanda dei ricorrenti doveva ritenersi limitata all’indennizzo per il ritardo del solo procedimento promosso dal V. e non anche ai ricorsi proposti da Immacolata P. nel 1968. Partendo da tale premessa e considerando che il dante causa (cioè Ve.Gi.) era deceduto (OMISSIS), la Corte ha quindi escluso l’indennizzabilità, iure hereditatis, del ritardo con riferimento al periodo di svolgimento del processo presupposto anteriore al 1.8.1973 (data a partire dalla quale è riconosciuta la facoltà del ricorso individuale alla Commissione, oggi CEDU, con possibilità di far valere la responsabilità dello Stato).

Una tale affermazione si rivela però erronea perchè dagli atti del procedimento ed in particolare dalla sentenza 475/2009 della Corte dei Conti risulta che la riassunzione aveva interessato anche i due procedimenti promossi dalla P. (n. 37682/PG e 37686/PG).

E la sollecitazione della Segreteria della Corte dei Conti in data 31.3.2008 faceva riferimento ai ricorsi della P., ad ulteriore riprova della precedente riassunzione.

La Corte d’Appello avrebbe dovuto avvedersi di tali risultanze processuali e trarne le debite conclusioni in tema di indennizzabilità.

In relazione a tale censura, il decreto va pertanto cassato con rinvio per nuovo esame.

2. Col secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: con riferimento alla ritenuta proposizione della domanda solo iure hereditatis e non anche iure proprio, si rimprovera alla Corte d’Appello di avere fondato il proprio convincimento sulla scorta della indicazione contenuta nelle intestazioni dei ricorsi, mentre invece dal tenore degli stessi emergeva con estrema chiarezza la volontà di conseguire l’equa riparazione anche iure proprio. I ricorrenti si soffermano quindi nell’indicazione degli elementi che deporrebbero in tal senso evidenziando anche la condotta processuale del Ministero (che non aveva sollevato eccezioni sulla specifica questione).

La Corte d’Appello, ad avviso dei ricorrenti, sarebbe pertanto incorsa in un vero e proprio error in procedendo con la conseguente violazione dell’art. 112 c.p.c.. Richiamano infine i ricorrenti i criteri interpretativi dettati per i contratti (artt. 1362 e 1363 c.c.) che avrebbero dovuto ispirare la Corte d’Appello nella ricostruzione delle domande.

Questo motivo è privo di fondamento.

Secondo un generale principio di diritto costantemente affermato da questa Corte, nel giudizio di legittimità, va tenuta distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda da quella in cui si censuri l’interpretazione che ne ha dato il giudice del merito. Nel primo caso, si verte in tema di violazione dell’articolo 112 c.p.c. e si pone un problema di natura processuale per la soluzione del quale la Corte di cassazione ha il potere-dovere di procedere all’esame diretto degli atti, onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiesta. Nel secondo caso, invece, poichè l’interpretazione della domanda e l’individuazione del suo contenuto integrano un tipico accertamento di fatto riservato, come tale, al giudice del merito, in sede di legittimità va solo effettuato il controllo della correttezza della motivazione che sorregge sul punto la decisione impugnata (Sez. 3, Sentenza n. 7932 del 18/05/2012 Rv. 622562; Sez. 1, Sentenza n. 15603 del 07/07/2006 Rv. 592485; Sez. 3, Sentenza n. 16596 del 05/08/2005 Rv. 584751).

Nel caso di specie, i ricorrenti, pur richiamando formalmente la violazione dell’art. 112 c.p.c. e l’omesso esame della domanda, si dolgono in sostanza dell’interpretazione datane dalla Corte di merito e lo si desume chiaramente sia dalla critica all’elemento (l’intestazione dei ricorsi) utilizzato dalla Corte d’Appello per giustificare la limitazione del contenuto delle domande al pregiudizio relativo alla qualità di eredi, sia dallo specifico richiamo ai canoni ermeneutici che avrebbero dovuto essere utilizzati per pervenire ad una corretta decisione (tenore dei ricorsi, esame del comportamento processuale delle parti ed applicazione delle regole codicistiche stabilite per l’interpretazione dei contratti).

Del resto, come appare evidente dalla lettura del decreto impugnato, il giudice di merito non ha affatto omesso di provvedere sulla pretesa iure proprio dei V. regolarmente avanzata, ma – nel compimento dell’attività interpretativa della domanda, rientrante certamente nelle prerogative ad esso riservate – l’ha considerata semplicemente non proposta, affermando al riguardo che “gli odierni ricorrenti hanno agito esclusivamente nella qualità di eredi”.

Il problema si sposta allora sul diverso piano dell’interpretazione della domanda e sull’individuazione del suo contenuto e, dunque, in base all’esposto principio, sulla correttezza della motivazione, ma il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, qui non è dedotto, come si evince sia dal mancata riferimento normativo che dall’impostazione della censura.

Solo per completezza, va infine rilevato che il richiamo alle regole sull’interpretazione dei contratti (artt. 1362 e 1363 c.c.), pure contenuto nella censura in esame, è fuori luogo perchè, come ripetutamente affermato da questa Corte, ai fini dell’interpretazione delle domande giudiziali non sono utilizzabili le norme sull’interpretazione del contratto, in quanto, rispetto alle attività giudiziali, non si pone una questione di individuazione della comune intenzione delle parti e la stessa soggettiva intenzione della parte rileva solo nei limiti in cui sia stata esplicitata in modo tale da consentire alla controparte di cogliere l’effettivo contenuto dell’atto e di poter svolgere un’adeguata difesa (v. tra le varie, Sez. 3, Sentenza n. 25853 del 09/12/2014 Rv. 633517; Sez. 1, Sentenza n. 24847 del 24/11/2011 Rv. 620455; Sez. 3, Sentenza n. 4754 del 09/03/2004 Rv. 570889).

In conclusione, il decreto impugnato va cassato solo in relazione al motivo accolto (il primo) con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma che riesaminerà la questione indennitaria iure hereditatis considerando i vari ricorsi riassunti e regolerà, infine, le spese del giudizio di legittimità.

PQM

accoglie il primo motivo di ricorso e rigetta il secondo; cassa il decreto impugnato in relazione al motivo accolto con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma.

Così deciso in Roma, il 17 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 16 gennaio 2017

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