Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8671 del 12/04/2010

Cassazione civile sez. II, 12/04/2010, (ud. 10/03/2010, dep. 12/04/2010), n.8671

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ELEFANTE Antonino – Presidente –

Dott. PICCIALLI Luigi – rel. Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.F. C.F. (OMISSIS), M.S. C.F.

(OMISSIS), C.V. C.F. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA SAN GIOVANNI BOSCO 74,

presso lo studio dell’avvocato VANADIA WALTER, che li rappresenta e

difende;

– ricorrenti –

contro

M.E. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA S ANSELMO 13, presso lo studio dell’avvocato FELICI

ALBERTO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3621/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 01/09/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/03/2010 dal Consigliere Dott. LUIGI PICCIALLI;

udito l’Avvocato WALTER VANADIA difensore del ricorrente, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’avvocato ALBERTO FELICI difensore del controricorrente che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per il rigetto del ricorso

con condanna alle spese.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 23.6.97 M.E. citò il fratello M.A. al giudizio del Tribunale di Velletri, al fine di sentirsi dichiarare comproprietaria al 50% con lo stesso di un locale sito in (OMISSIS), di cui lamentava l’abusivo utilizzo esclusivo da parte del medesimo, che vi aveva apportato delle modifiche, di cui chiedeva l’eliminazione, oltre al risarcimento dei danni in misura di L. cento milioni.

Si costituiva il convenuto e resisteva alla domanda, chiedendo in riconvenzionale la condanna dell’attrice al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c..

All’esito della disposta consulenza tecnica il tribunale adito, con sentenza del 13.1.01 accolse la domanda principale, salvo che sulla richiesta di risarcimento dei danni, e rigettò la riconvenzionale.

Il soccombente propose appello, cui resistette l’appellata; deceduto l’appellante, il giudizio interrotto fu riassunto dagli eredi del medesimo, C.V., M.S. e M.F., e deciso con sentenza del 4/, pubblicata il 1.9.2004 della Corte d’Appello, con il rigetto del gravame e la condanna degli eredi dell’appellante alle spese del grado.

La corte suddetta, confermando l’accertamento del primo giudice basato sulla consulenza tecnica e sulla disamina dei titoli, rilevava che a seguito della divisione, con atto del 26.9.89, dei beni provenienti dalla successione paterna apertasi il 24.3.81, i contendenti germani M. avevano conseguito ciascuno un lotto corrispondente alla propria quota, mentre altre parti del compendio immobiliare, un androne, un terreno adiacente ed una unità immobiliare a piano terra erano rimaste indivise; ques’ultima, oggetto del contendere, diversamente da quanto sostenuto dagli appellanti, tenuto conto della tipologia oggetti va, delle caratteristiche funzionali e delle sua ubicazione autonoma rispetto al fabbricato, non poteva considerarsi, agli effetti dell’art. 1117 c.c., un “andito di disimpegno condominiale”, tale da seguire le sorti, quale pertinenza comune, delle quote dell’adiacente edificio che, a seguito dei successivi passaggi ( M.E. aveva infatti venduto le parti assegnatile nella divisione ad un terzo, tale S., il quale le aveva poi rivendute ad M. A.), si sarebbe concentrato nella esclusiva integrale proprietà del convenuto. Il controverso immobile costituiva, invece, un cespite immobiliare del tutto indipendente, proveniente dall’eredità paterna e rimasto indiviso tra gli eredi, non risultando dall’atto di divisione che i germani M. avessero inteso assegnargli una funzione accessoria all’edificio attiguo.

Avverso tale sentenza i soccombenti hanno proposto ricorso per Cassazione affidato a tre motivi, cui ha resistito l’intimata con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso viene dedotta “omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia …” essenzialmente censurandosi la considerazione, da parte della corte di merito, ai fini dell’esclusione della natura originariamente condominiale del locale contro verso, del dato documentale rinveniente dall’atto di divisione, da cui avrebbe dovuto desumersi che le parti intesero espressamente attribuire a quella porzione immobiliare una funzione di “disimpegno”, testualmente affermata ed ammessa, anche se sostanzialmente e contraddittoriamente esclusa, sul piano pratico – funzionale, dai giudici di merito, sulla base di una confusione concettuale ed una assiomatica equiparazione tra le nozioni di disimpegno ed androne.

La suddetta istituita destinazione, precedentemente insussistente, rispondeva al precipuo scopo di destinare quella porzione immobiliare a servizio comune, per non comprometterne la concreta fruibilità, rispetto alle due quote del fabbricato adiacente attribuite a ciascuno dei condividenti;sicchè, in dipendenza dell’istituito rapporto di accessorietà, a seguito del successivo acquisto anche dell’altra quota di fabbricato da parte del convenuto, tutti i diritti proporzionali su quel bene si sarebbero concentrati in proprietà del medesimo.

Tale destinazione sarebbe stata indebitamente esclusa, sulla base di acritico recepimento del parere del consulente tecnico, la cui omessa valutazione delle obiettive risultanze documentali e della originaria situazione dei luoghi antecedente all’accorpamento, sarebbe stata vanamente dedotta ai giudici di appello, che avrebbero anche ritenuto irrilevanti le ulteriori prove al riguardo richieste.

Il motivo non merita accoglimento, risolvendosi nella mera riproposizione della tesi di merito, sulla base di una lettura delle risultanze processuali divergente da quella compiuta dai precedenti giudici, senza evidenziarne alcuna effettiva carenza o illogicità testualmente rilevabile dal contesto della decisione, i cui essenziali cardini argomentativi sono stati esposti in narrativa.

Rilevato che i richiami alle non accolte ”istanze istruttorie legittimamente propostegli ed intese a comprovare la vera funzione e destinazione del disimpegno de quo” e la doglianza di “mancato esame di tutte le risultanze documentali” e dei relativi allegati, da parte del c.t.u. e della corte di merito, risultano prive del requisito dell’autosufficienza, non consentendo, così come (genericamente) proposteci vagliare la rilevanza e decisività di tali richieste e critiche in funzione della tesi assertivamente proposta, non resta che esaminare il modulo argomentativo adottato dal giudice di merito, che nella sua intrinseca coerenza logica – a tanto limitandosi il compito del giudice di legittimità cui sia stato denunciato il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non estensibile al raffronto comparativo con quello diverso proposto dal ricorrente – risulta indenne dalle esposte censure.

I giudici di merito, infatti, hanno preso in esame la tesi degli odierni ricorrenti, secondo la quale il locale in contestazione, originariamente appartenente alla particella n. (OMISSIS), sarebbe stata dalle parti da quest’ultima scorporata e destinata a servizio di un attiguo fabbricato oggetto di divisione, quale parte comune del relativo complesso immobiliare, sì da pervenire successivamente, a seguito del concentramento delle quote in capo ad M.A., in proprietà esclusiva di quest’ultimo, ed hanno motivatamente ritenuto di non accoglierla, osservando che la stessa non trovava riscontro documentale, non essendovi nell’atto di divisione alcun elemento al riguardo conducente, nè nelle caratteristiche, oggettive ed ubicative del cespite conteso che, al di là della sua denominazione, non erano tali da ricondurlo al novero di quei beni che si presumono comuni ai sensi dell’art. 1117 c.c..

Una motivazione siffatta risulta, all’evidenza, sufficiente e logicamente coerente e, pertanto, incensurabile nella presente sede, nella quale non può farsi luogo ad un terzo grado di merito.

Con il secondo motivo si deduce “errata interpretazione ed applicazione delle norme processuali ed in particolare violazione dell’art. 184 c.p.c., anche in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5” per essersi, nel corso del procedimento di primo grado, “dato ingresso alle prove documentali introdotte dalla controparte agli atti del processo solo in sede di memoria istruttoria di replica”, poi utilizzate per respingere “la prova per interpello e per testi ritualmente introdotta dal M.A.”, violazione processuale non rilevata dalla Corte d’Appello, che avrebbe anche posto tale documentazione a base della propria decisione.

Il motivo di ricorso è inammissibile sia per genericità, per difetto di autosufficienza, non specificando quali documenti sarebbero stati irritualmente ammessi agli atti del processo ed utilizzati anche dai giudici di secondo grado, la cui motivazione, essenzialmente basata sulle risultanze della consulenza tecnica, non ne fa espressa menzione, sia per difetto di concreta rilevanza, poichè il giudizio della Corte si fonda, come si è detto, sugli accertamenti compiuti dal consulente, al quale era stato demandato l’esame, oltre che della situazione dei luoghi, anche dei titoli, sicchè non è dato comprendere come ed in quale misura la decisione possa aver tenuto conto anche di documentazione, diversa da quella esaminata dall’ausiliare, oggetto di tardiva produzione, nè in quale misura questa possa aver pregiudicato l’ammissione delle istanze istruttorie di parte appellante, il cui specifico contenuto ancora una volta non si precisa.

Con il terzo motivo si deduce “violazione e falsa applicazione degli artt. 1117, 1102 c.c., errori, carenze ed omissioni interpretative e motivazionali su punti decisivi in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, “anzitutto censurandosi l’affermazione della corte territoriale che “il locale de qua non rientra in nessuna delle parti comuni ex art. 1117 c.c.” non avendo mai rivestito la funzione oggettiva di andito di disimpegno. Poichè tale espressa definizione era contenuta nell’atto di divisione, la tipologia del locale avrebbe dovuto indurre a ritenerlo assimilabile a quelle parti dell’edificio di cui il citato art. 1117 c.c., detta una presunzione di comunione, vale a dire a “i portoni d’ingresso, i vestiboli, gli anditi, i portieri cortili e i genere tutte le parti dell’edificio necessarie all’uso comune”; tanto in considerazione della sua collocazione, su cortile comune, tra le due proprietà individuali generate dalla divisione, delle limitate dimensioni e dall’attribuita funzione di mantenere disimpegnate le proprietà individuali. In subordine e sotto un secondo profilo si censura la ritenuta violazione, da parte dei giudici del merito, del principio di cui all’art. 1102 c.c., in tema di uso della cosa comune, sostenendosi che in concreto l’uso da parte del convenuto del locale in contestazione, ove ancora comune, sebbene più intenso, non sarebbe stato tale da pregiudicare le concorrenti facoltà di godimento dell’altra comunista, non avendo, nei fatti, l’installazione nello stesso di impianti tecnologici comportato “alcuna privazione reale nel compossesso”.

A tal proposito l’obbligo di ripristino avrebbe potuto, al più, limitarsi ad una parte della muratura al fine di tale uso realizzatala la corte di merito, limitandosi sul punto a “far proprie le considerazioni svolte al riguardo dal c.t.u.”, avrebbe del tutto omesso di analizzare l’eccezione al riguardo sollevata da parte convenuta.

Il motivo, sotto il primo dei dedotti profilasi riconnette al primo mezzo d’impugnazione e, riproponendone, sostanzialmente le medesime doglianze, sia pur nella diversa ottica della violazione di norme di diritto, non può che condividerne la reiezione.

Escluso, invero, che l’indagine di merito compiuta dalla corte territoriale, al fine di accertare la sussistenza della dedotta operazione di scorporo – accorpamento, da un complesso immobiliare all’altro, del locale in questione, sia sulla scorta dei titoli, sia alla stregua di eventuali modificazioni convenzionalmente impresse alla situazione dei luoghi, risulti inficiata dalle carenze ed illogicità denunciate nel primo motivo, non si vede come la stessa possa essere incorsa nella violazione o falsa applicazione dell’art. 1117 c.c., nel non ritenere la natura comune (dalla divisione del 1989 fino al più volte menzionato accentramento delle due quote condominiali in capo al convenuto) del locale de quo, posto che la premessa essenziale per poter applicare la presunzione di cui alla disposizione sarebbe stata quella dell’ inclusione, sia materiale, sia giuridica, nell’ambito di quel condominio, e non la semplice contiguità ed accessibilità anche dallo stesso. Ed a tanto non risultava sufficiente il mero dato nominarla definizione del locale quale “disimpegno” che nel contesto complessivo di una precedente situazione, caratterizzata dall’appartenenza ad unico proprietario non poteva ritenersi univocamente significativa dell’asservimento solo si fabbricato (poi diviso nell’atto del 1989), e non anche agli altri cespiti (rimasti indivisi nella suddetta circostanza), tanto meno ove si consideri che lo stesso aveva una propria autonomia catastale e che con i relativi dati fu menzionato, quale unità non oggetto della parziale divisione ereditaria, nel citato atto del 1989.

Neppure sotto il secondo profilo il motivo merita accoglimento, avendo la Corte d’Appello, con adeguata ed incensurabile valutazione di merito, basata non solo sulla relazione del c.t.u., ma anche sul diretto esame dei rilievi fotografici, tenuto conto al fine della ritenuta violazione del principio di cui all’art. 1102 c.c., secondo il quale ciascun partecipante alla comunione non può estendere il proprio godimento in misura tale da pregiudicare quello analogamente spettante agli altri, della notevole invasività degli interventi praticati nel locale da parte del convenutogli da comportarne la sostanziale annessione di fatto, a servizio esclusivo, del ristorante esercitato nell’attiguo locale a piano terra. Un uso di tal genere, per le ridotte dimensioni dell’immobile e la natura delle opere nello stesso realizzate, consistenti in impianti tecnologici e relativa muratura, correttamente è stato ritenuto tale da snaturarne non solo la destinazione (di andito d’accesso ad altre parti dell’originaria unica proprietà M., diverse dal fabbricato diviso e rimaste in comune), degradandola a quella di un mero volume tecnico accessorio all’attiguo fabbricato del convenutola anche da impedire ogni possibilità di godimento, conforme all’originaria funzionerà parte dell’altra proprietaria, di fatto vanificata dalla presenza delle invasive strutture.

Il ricorso va conclusivamente respinto, con conseguente condanna dei ricorrenti alle spese.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso, in favore della resistente, delle spese del giudizio, che liquida in complessivi Euro 2.700, 00 di cui Euro 200,00 per esborsi.

Così deciso in Roma, il 10 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 aprile 2010

 

 

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