Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8630 del 03/04/2017


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Cassazione civile, sez. I, 03/04/2017, (ud. 03/02/2017, dep.03/04/2017),  n. 8630

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25198/2012 proposto da:

Consorzio Valle Crati (c.f. (OMISSIS)), in persona del presidente del

C.d.A. pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma, Via Ugo

Ojetti n. 114, presso l’avvocato Caputo Francesco Antonio, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Barba Gregorio e

Strazziiiii Filomena, giusta procura a margine dei ricorso;

– ricorrente –

contro

Comune di Cosenza, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in Roma, Via della Giuliana n. 32, presso l’avvocato

Presta Tonino, rappresentato e difeso dagli avvocati Rosselli

Agostino e Lucio Sconza, giusta procura speciale per la discussione

orale autenticata dal Segretario Generale del Comune avv.

G.F. il (OMISSIS);

– resistente –

avverso la sentenza n. 858/2011 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 01/09/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/02/2017 dal Cons. Dott. VALITUTTI ANTONIO;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato Gregorio Barba che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per il controricorrente, l’Avvocato Agostino Rosselli che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale SALVATO

Luigi, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con atto di citazione notificato il 28 febbraio 2006, il Consorzio Valle Crati conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Cosenza, il Comune della stessa città, chiedendone la condanna al pagamento della somma di Euro 4.421.853,89, oltre accessori di legge, a titolo di contributi per il servizio di trattamento dei rifiuti solidi e liquidi urbani, per il periodo dal 1997 al 2000. Il Tribunale adito, con sentenza n. 306/2009, rigettava la domanda.

2. La Corte di Appello di Catanzaro, con sentenza n. 858/2011, depositata settembre 2011, rigettava, del pari, il gravame proposto dal Consorzio Valle Crati avverso la decisione di prime cure. La Corte territoriale riteneva, invero, che l’azione contrattuale proposta dall’ente nei confronti del Comune di Cosenza fosse affetta da nullità per mancanza di un contratto redatto in forma scritta ad substantiam, che l’azione di arricchimento senza causa ex art. 2041 c.c., fosse inammissibile per difetto di sussidiarietà, e che l’azione surrogatoria ex art. 2900 c.c., fosse da considerarsi tardiva, poichè proposta solo nella memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5.

3. Per la cassazione di tale sentenza ha, quindi, proposto ricorso il Consorzio Valle Crati, affidato a cinque motivi, illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.. L’intimato Comune di Cosenza non ha svolto attività difensiva, ma ha depositato procura speciale per la discussione orale, ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1, ultimo periodo.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo e secondo motivo di ricorso il Consorzio Valle Crati denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 99 e 112 c.p.c., artt. 1321, 1325, 1362 e 1418 c.c. e della L. 8 giugno 1990, n. 142, artt. 23 e 25, nonchè l’insufficiente motivazione su punti decisivi della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 (nel testo applicabile ratione temporis).

1.1. Il ricorrente censura l’impugnata sentenza nella parte in cui ha dichiarato inammissibile l’azione contrattuale proposta dal Consorzio Valle Crati, sul presupposto della mancanza di un contratto redatto in forma scritta ad substantiam, trattandosi di enti pubblici, senza tenere conto del fatto che tale azione sarebbe stata fondata sull’esistenza ed il contenuto degli atti convenzionali intercorsi tra le parti (Convenzione consortile e Statuto), “escludenti la necessità di ulteriori contratti scritti” (p. 19 del ricorso), giacchè negli stessi sarebbe “rinvenibile la compiuta disciplina delle rispettive posizioni debitorie e creditorie”, ivi compresa la “determinazione dei contributi ordinari e di esercizio a carico dei Comuni consorziati” (pp. 13-14). Senza dire che la sussistenza e l’entità del credito vantato dal Consorzio nei confronti del consorziato Comune di Cosenza, per il servizio di trattamento dei rifiuti solidi e liquidi urbani, risulterebbe dai diversi riconoscimenti del debito, operati dal predetto Comune nella nota sindacale del 25 novembre 1998, nonchè dall’avvenuto pagamento di una serie di fatture relative al periodo in contestazione (1997-2000) (pp. 15-16).

Di più, la Corte territoriale – ad avviso del ricorrente – avrebbe del tutto erroneamente escluso che il giudice di primo grado avesse omesso di pronunciarsi sulle domande di pagamento dei canoni per il servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani e di raccolta differenziata dei contenitori di plastica per liquidi, oltre che sulla domanda di risarcimento dei danni subiti. E ciò, sebbene la stessa Corte avesse riconosciuto che la materia del contendere era stata identificata in primo grado solo con riferimento alla domanda di pagamento del servizio di smaltimento delle acque reflue.

1.2. Le censure sono inammissibili.

1.2.1. La Corte di Appello ha, invero, ritenuto che la domanda contrattuale proposta dal Consorzio appellante fosse nulla mancando un contratto scritto tra il Consorzio ed il Comune di Cosenza, con riferimento alle prestazioni oggetto di lite, ed ha rilevato che “i criteri di determinazione” erano “stati stabiliti nella convenzione per il convogliamento, lo smaltimento dei liquami civili dei comuni consorziati (…) cui l’ente convenuto non ha aderito, per come è pacifico tra le parti”. Sicchè sarebbe mancata – a differenza degli altri consorziati – una specifica convenzione per la regolamentazione delle obbligazioni tra il Consorzio ed il predetto Comune (p. 7 della sentenza di appello). La Corte territoriale ha, di conseguenza, affermato che anche in relazione alle domande di pagamento dei canoni per il servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, di raccolta differenziata dei contenitori di plastica per liquidi, e di risarcimento dei danni subiti difetterebbe la forma scritta, non avendo il Comune di Cosenza aderito alla predetta convenzione stipulata tra il Consorzio e gli altri Comuni.

Ebbene tale ratio decidendi dell’impugnata sentenza non è stata in alcun modo impugnata dall’istante, le cui censure si incentrano esclusivamente sulla deduzione del mancato compiuto esame della Convenzione Consortile e dello Statuto da parte del giudice di appello, atti a monte della successiva convenzione regolativa del rapporto.

Ne consegue che le censure, così come articolate dal ricorrente, non cogliendo sul punto in discussione la ratio decidendi dell’impugnata sentenza, fondata sulla mancata adesione del Comune di Cosenza alla convenzione che prevedeva in concreto le obbligazioni relative alla prestazione dei servizi in questione, difettano dei requisiti della specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, richiesti dal disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 (cfr. ex plurimis, Cass. 25/09/2009, n. 20652; Cass. 17/07/2007, n. 15952; Cass. 06/06/2006, n. 13259).

1.2.2. Nè giova alla tesi del Consorzio Valle Crati il riferimento a pretesi riconoscimenti del debito per cui è causa. Ed invero, il riconoscimento di un debito fuori bilancio, ai sensi del D.Lgs. 25 febbraio 1995, n. 77, art. 37, costituisce un procedimento discrezionale che consente all’ente locale, di far salvi nel proprio interesse, gli impegni di spesa in precedenza assunti tramite specifica obbligazione, ancorchè sprovvista di copertura contabile, ma non ha la funzione di introdurre una sanatoria per i contratti nulli o, comunque, invalidi – come quelli conclusi senza il rispetto della forma scritta “ad substantiam” – nè di apportare una deroga al regime di inammissibilità dell’azione di indebito arricchimento di cui al D.L. 2 marzo 1989, n. 66, art. 23, convertito, con modificazioni, nella L. 24 aprile 1989, n. 144 e successive modifiche (Cass. 27/4/2011, n. 9412; Cass. 12/11/2013, n. 25373; Cass. 27/1/2015, n. 1510).

1.3. I mezzi in esame vanno, pertanto, disattesi.

2. Con il terzo motivo di ricorso, il Consorzio Valle Crati denuncia la violazione degli artt. 2041 e 2041 c.c., D.L. 2 marzo 1989, n. 66, art. 23, convertito dalla L. 24 aprile 1989, n. 144, D.Lgs. 25 febbraio 1995, n. 77, artt. 27 e 35, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, artt. 191 e 183, art. 113 c.p.c., comma 1, artt. 115, 116 c.p.c., art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè l’insufficiente motivazione su punti decisivi della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 (nel testo applicabile ratione temporis).

2.1. Si duole il ricorrente del fatto che la Corte di Appello abbia ritenuto inammissibile l’azione di arricchimento senza causa ex art. 2041 c.c., proposta dal Consorzio Valle Crati nei confronti dl Comune di Cosenza, sul presupposto che – in caso di mancata previa acquisizione dell’impegno contabile registrato nel competente capitolo di bilancio e dell’attestazione della relativa copertura finanziaria, che presuppongono la sussistenza di un contratto validamente concluso per iscritto – sussisterebbe la responsabilità dei funzionari che hanno consentito l’effettuazione della prestazione da parte del Consorzio. E ciò, sebbene, ai sensi del D.Lgs. n. 77 del 1995, art. 27, l’approvazione del bilancio varrebbe “a costituire impegno di spesa sui relativi stanziamenti per le spese dovute” (p. 25). La Corte di merito avrebbe dovuto, perciò, emettere l’ordine di esibizione dei bilanci di previsione, approvati dal Consiglio Comunale di Cosenza, dai quali si sarebbero potuti desumere gli stanziamenti di spesa relativi ai servizi in questione, per gli anni dal 1997 al 2000.

2.2. La doglianza è infondata.

2.2.1. Va osservato, infatti, che il D.Lgs. 25 febbraio 1995, n. 77, art. 27, dispone: “1. L’impegno costituisce la prima fase del procedimento di spesa, con la quale, a seguito di obbligazione giuridicamente perfezionata è determinata la somma da pagare, determinato il soggetto creditore, indicata la ragione e viene costituito il vincolo sulle previsioni di bilancio, nell’ambito della disponibilità finanziaria accertata ai sensi della L. 8 giugno 1990, n. 142, art. 55, comma 5. 2. Con l’approvazione del bilancio e successive variazioni, e senza la necessità di ulteriori atti, è costituito impegno sui relativi stanziamenti per le spese dovute: (…) c) per le spese dovute nell’esercizio in base a contratti o disposizioni di legge”. Orbene, la norma succitata evidenzia – con estrema chiarezza – che l’impegno di spesa, con il quale viene costituito il vincolo di bilancio, mediante indicazione della somma da pagare, della ragione del credito e del creditore, presuppone in ogni caso un'”obbligazione giuridicamente perfezionata”, e che l’impegno per i relativi stanziamenti per le spese dovute, conseguente all’approvazione del bilancio, presuppone pur sempre che tali spese siano “dovute nell’esercizio in base a contratti”, che – in quanto stipulati da un ente pubblico devono rivestire la forma scritta ad substantiam.

Ne discende, pertanto, che è inesatto quanto sostenuto dal ricorrente, secondo il quale il mero impegno contabile mediante stanziamento delle somme dovute nei bilanci approvati dal Comune sarebbe sufficiente a determinare la “riferibilità immediata e diretta” del rapporto obbligatorio all’ente; sicchè – in caso di impegno non fondato su un valido atto scritto – sussisterebbe il requisito della sussidiarietà, ai sensi dell’art. 2042 c.c., che consentirebbe l’esperimento dell’azione di arricchimento senza causa direttamente nei confronti del Comune, essendo inammissibile l’azione contrattuale. Deve, per contro, ritenersi che l’obbligazione non assunta nelle forme di legge non possa dare luogo ad un valido impegno contabile riferibile all’ente, e che pertanto, essa costituisca un’obbligazione fuori bilancio, con la conseguenza che tale obbligazione non può che cedere a carico degli amministratori o dei funzionari dell’ente che ne abbiano consentito l’assunzione.

2.2.2. Deve, pertanto, trovare applicazione, nel caso concreto, il principio – più volte ribadito da questa Corte – secondo cui, in tema di spese fuori bilancio dei Comuni (e, più in generale, degli enti locali) agli effetti di quanto disposto dal D.L. 2 marzo 1989, n. 66, art. 23, comma 4 (convertito, con modificazioni, dalla L. 24 aprile 1989, n. 144), l’insorgenza del rapporto obbligatorio direttamente con l’amministratore o il funzionario che abbia consentito la prestazione – con conseguente impossibilità di esperire nei confronti del Comune l’azione di arricchimento senza causa, stante il difetto del necessario requisito della sussidiarietà si ha in tutti i casi in cui manchi una valida ed impegnativa obbligazione dell’ente locale (cfr., ex plurimis, Cass. 23/01/2014, n. 1391; Cass. 09/10/2014, n. 21340; Cass. 30/10/2013, n. 24478; Cass. 26/05/2010, n. 12880).

Ne consegue che – come correttamente affermato dalla Corte di Appello – del tutto irrilevante deve ritenersi l’acquisizione, ai sensi dell’art. 210 c.p.c., dei bilanci del Comune di Cosenza per gli anni dal 1997 al 2000. In ogni caso, va osservato che il provvedimento di cui all’art. 210 c.p.c., è espressione di una facoltà discrezionale rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito, che non è tenuto ad indicare le ragioni per le quali ritiene di avvalersi, o meno, del relativo potere, il cui mancato esercizio non può, quindi, formare oggetto di ricorso per cassazione, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione (Cass. 29/10/2010, n 22196; Cass. 23/02/2010, n. 4375).

2.2.3. E neppure giova al Consorzio invocare un riconoscimento dell’obbligo in questione da parte del Comune – che sarebbe, peraltro, avvenuto con una mera nota sindacale e con il pagamento di alcune fatture, e non mediante una delibera dell’organo rappresentativo dell’ente – atteso che, come dianzi detto, tale riconoscimento del D.Lgs. n. 77 del 1995, ex art. 37, non ha la funzione di introdurre una sanatoria per i contratti nulli o, comunque, invalidi come quelli conclusi senza il rispetto della forma scritta “ad substantiam” – nè di apportare una deroga al regime di inammissibilità dell’azione di indebito arricchimento di cui al D.L. 2 marzo 1989, n. 66, art. 23, convertito, con modificazioni, nella legge 24 aprile 1989, n. 144 e successive modifiche (Cass. 27/4/2011, n. 9412; Cass. 12/11/2013, n. 25373; Cass. 27/1/2015, n. 1510).

2.3. Per tali ragioni, il mezzo non può, pertanto, trovare accoglimento.

3. Con il quarto motivo di ricorso, il Consorzio Valle Crati denuncia la violazione dell’art. 183 c.p.c., comma 5 e dell’art. 2900 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

3.1. Il ricorrente censura l’impugnata sentenza nella parte in cui ha ritenuto inammissibile, poichè tardivamente proposta solo con la memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5, l’azione surrogatoria nei confronti del Comune di Cosenza, avanzata dal deducente utendo iuribus dei funzionari o amministratori direttamente responsabili per le obbligazioni assunte nei confronti del privato, che ben potrebbero esperire anche l’azione ex art. 2041 c.c., nei confronti dell’ente. Tale domanda, a parere dell’istante, non avrebbe dovuto, per converso, essere considerata nuova, poichè comunque riconducibile all’originaria pretesa di pagamento dei contributi consortili per cui è causa, anche sub specie di azione di arricchimento senza causa.

3.2. La censura è inammissibile.

3.2.1. E’ bensì vero, infatti, che questa Corte ha riconosciuto nel caso della improponibilità dell’azione contrattuale per mancanza di forma scritta e dell’azione ex art. 2041 c.c., nei confronti dell’ente pubblico per difetto del requisito della sussidiarietà – il diritto del contraente privato, “utendo iuribus” del funzionario (o amministratore) suo debitore, ad agire contro la p.a. in via surrogatoria ex art. 2900 c.c. (Cass. 6/7/2007, n. 15296; Cass. 29/7/2009, n. 17550). Tuttavia, va osservato, al riguardo, che l’azione surrogatoria, volta a far valere diritti del debitore nei confronti di terzi, ha per presupposto l’inerzia del debitore relativamente all’esercizio di suoi diritti a contenuto patrimoniale, e quindi richiede da parte dell’attore la deduzione di prove idonee a dimostrare l’esistenza di tali diritti e l’individuazione dei soggetti nei cui confronti il debitore avrebbe potuto esercitarli (Cass. 23/01/1995, n. 723).

3.2.2. Nel caso di specie, il ricorrente non ha, per contro, neppure indicato gli amministratori ed i funzionari, obbligati nei confronti del Consorzio istante, ai quali, “previa relativa integrazione del contraddittorio”, il medesimo intenderebbe surrogarsi, ex art. 2900 c.c., nell’esercizio delle azioni di rivalsa e di regresso, anche a norma dell’art. 2041 c.c., ad essi spettanti nei confronti del Comune di Cosenza. Nè risulta dimostrato che il ricorrente abbia richiesto, senza risultato, il nominativo di detti amministratori e funzionari all’ente comunale, non essendo stata trascritta nel punto di interesse, nè allegata al ricorso, nel rispetto del principio di autosufficienza (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), la memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5, nella quale il Consorzio Valle Crati avrebbe richiesto al Comune convenuto l’indicazione di tali nominativi, senza ottenerla.

3.3. Il mezzo non può, di conseguenza, trovare accoglimento.

4. Con il quinto motivo di ricorso, il Consorzio Valle Crati denuncia la violazione dell’art. 91 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

4.1. Lamenta il ricorrente che la sentenza impugnata abbia “confermato la compensazione delle spese di giudizio disposta dalla sentenza di prime cure” ed abbia condannato integralmente il Consorzio appellante alle spese del giudizio di appello.

4.2. La doglianza è infondata.

4.2.1.In tema di spese processuali, invero, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa. Ne consegue che esula da tale sindacato, e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi (Cass. 05/04/2003, n 5386; Cass. 19/06/2013, n. 15317).

4.2.2. Nel caso concreto, la Corte territoriale ha ritenuto di confermare la compensazione delle spese di primo grado, tenuto conto della parziale reciproca soccombenza delle parti, mentre ha condannato il Consorzio Valle Crati alle spese del giudizio di appello, facendo corretta applicazione dell’art. 91 c.p.c., considerata la soccombenza dell’appellante, per avere “reiterato le medesime argomentazioni spese in sede di prime cure e che ha visto rigettate”. La statuizione, alla stregua dei principi suesposti, non merita, pertanto, censura alcuna in questa sede.

5. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso proposto dal Consorzio Valle Crati deve essere, di conseguenza, integralmente rigettato.

6. Nulla per le spese, non avendo il Comune di Cosenza svolto attività difensiva nel presente giudizio.

PQM

rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 3 aprile 2017

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