Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8625 del 07/05/2020

Cassazione civile sez. lav., 07/05/2020, (ud. 16/01/2020, dep. 07/05/2020), n.8625

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13871-2016 proposto da:

AZIENDA SANITARIA LOCALE ASL (OMISSIS) LANCIANO VASTO CHIETI, in

persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA SUSA 1, presso lo studio dell’avvocato IDA DI DOMENICA,

rappresentata e difesa dall’avvocato GERMANO BELLI;

– ricorrente –

contro

B.R., + ALTRI OMESSI, elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA DELLA MARRANA 72, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI

CATTIVERA, rappresentati e difesi dagli avvocati ITALIA D’AURIA,

VINCENZO GATTA;

– controricorrenti –

e contro

V.V.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1187/2015 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 19/11/2015 R.G.N. 403/2015.

Fatto

RILEVATO

che la Corte di Appello di L’Aquila, con sentenza contestuale letta all’udienza del 19.11.2015, ha accolto il gravame interposto dai dipendenti indicati in epigrafe, con qualifica di infermieri, nei confronti della Azienda Sanitaria Locale ASL (OMISSIS) di Lanciano-Vasto-Chieti, avverso la pronunzia del Tribunale di Chieti n. 717/2014, resa in data 11.12.2014, che aveva rigettato il ricorso dei medesimi dipendenti, diretto ad ottenere la retribuzione per le prestazioni di lavoro rese, oltre il normale orario di turno, per il tempo necessario per indossare e dismettere la divisa da lavoro; che, pertanto, la Corte di merito, in riforma della gravata sentenza, ha dichiarato il diritto dei lavoratori a vedersi riconoscere nell’orario di lavoro i tempi necessari per le operazioni di vestizione e svestizione per la durata di 15 minuti complessivi per ogni turno di lavoro effettuato, con il conseguente diritto a vedersi corrispondere le differenze retributive nel quinquennio antecedente alla data di notifica del ricorso introduttivo del giudizio;

che la Corte di merito, per quanto ancora in questa sede rileva, ha ritenuto che “… non è in contestazione che il personale infermieristico deve necessariamente indossare e dismettere la divisa di lavoro, per intuibili ragioni di igiene, negli stessi ambienti dell’azienda prima dell’entrata e dopo l’uscita dai relativi reparti, rispettivamente, prima e dopo i relativi turni di lavoro”; e che “la Cassazione, con giurisprudenza costante… ha affermato che nel rapporto di lavoro subordinato il tempo occorrente per indossare la divisa aziendale, ancorchè relativo a fase preparatoria del rapporto, deve essere autonomamente retribuito ove la relativa prestazione, pur accessoria e strumentale rispetto alla prestazione lavorativa, debba essere eseguita nell’ambito della disciplina d’impresa e sia autonomamente esigibile dal datore di lavoro, il quale può rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria”; che per la cassazione della sentenza ricorre l’Azienda Sanitaria Locale ASL (OMISSIS) di Lanciano-Vasto-Chieti articolando tre motivi, cui resistono con controricorso B.R. e gli altri 19 lavoratori di cui in epigrafe;

che V.V. non ha svolto attività difensiva;

che sono state comunicate memorie, ai sensi dell’art. 380-bis del codice di rito, nell’interesse di entrambe le parti;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il ricorso, si deduce: 1) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., comma 1 e art. 2697 c.c. e si censura il fatto che la Corte di merito avrebbe erroneamente ritenuto che non fosse contestato il fatto che “il personale infermieristico debba necessariamente indossare e dismettere la divisa di lavoro, per intuibili ragioni di igiene, negli stessi ambienti dell’Azienda – e non ovviamente da casa – prima dell’entrata e dopo l’uscita dai relativi reparti, rispettando, prima e dopo, i relativi turni di lavoro…”, e che tale ricostruzione sarebbe, con ogni evidenza, viziata per violazione dell’art. 115 c.p.c., comma 1, nella parte in cui vengono posti a fondamento della decisione impugnata circostanze fattuali debitamente contestate nella memoria di costituzione dell’Azienda e rimaste del tutto indimostrate; 2) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione del R.D.L. n. 692 del 1923, artt. 3 e 6; D.Lgs. n. 1955 del 1923, art. 10; D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2, comma 2; art. 2, n. 1, della direttiva UE 23.11.1993, n. 98/104/CE; D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 1, comma 2, lett. a); del CCNL normativo 1994-1997 economico 1994-1995, Comparto Sanità, ed in particolare, si lamenta che i giudici di seconda istanza abbiano qualificato il tempo occorrente per la vestizione come strettamente funzionale all’esecuzione della prestazione e, dunque, come corretto adempimento di un obbligo nascente dal rapporto di lavoro, ed altresì che la Corte di merito non abbia correttamente applicato i principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimità in ordine alla eterodirezione della vestizione e vestizione preparatoria all’adempimento della prestazione lavorativa; 3) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c. e l’omessa pronunzia in ordine all’eccepita violazione e/o erronea applicazione della normativa anche contrattuale in materia di lavoro straordinario nel pubblico impiego e si assume che le attività aggiuntive, riconosciute tra quelle retribuibili dalla sentenza impugnata, avrebbero dovuto essere qualificate come lavoro straordinario, in quanto eccedenti l’orario ordinario come previsto dal contratto collettivo; e che, comunque, la gestione del lavoro straordinario nel pubblico impiego è soggetta alla necessità di una specifica autorizzazione;

che il primo motivo è inammissibile sotto diversi e concorrenti profili: innanzitutto, perchè, all’evidenza teso ad ottenere un nuovo esame del merito attraverso una nuova valutazione degli elementi delibatori, pacificamente estranea al giudizio di legittimità (cfr., ex plurimis, Cass., S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 14541/2014), poichè “il compito di valutare le prove e di controllarne l’attendibilità e la concludenza spetta in via esclusiva al giudice di merito”; per la qual cosa, “la deduzione con il ricorso per cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata, per omessa, errata o insufficiente valutazione delle prove, o per mancata ammissione delle stesse, non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito” (cfr., ex multis, Cass., S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 14541/2014 citt.; Cass. n. 2056/2011);

che, inoltre, si lamenta che siano rimaste indimostrate le circostanze fattuali che sarebbero state debitamente contestate nella memoria di costituzione dell’Azienda, che non è stata prodotta (e neppure indicata tra i documenti offerti in comunicazione nel ricorso per cassazione), nè trascritta per intero, in violazione del principio, più volte ribadito da questa Corte, che definisce quale onere della parte ricorrente quello di indicare lo specifico atto precedente cui si riferisce, in modo tale da consentire alla Corte di legittimità di controllare ex actis la veridicità delle proprie asserzioni prima di esaminare il merito della questione (Cass. n. 14541/2014). Il ricorso per cassazione deve, infatti, contenere tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed a consentire la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza che sia necessario fare rinvio a fonti esterne al ricorso e, quindi, ad elementi o atti concernenti il pregresso grado di giudizio di merito (cfr., tra le molte, Cass. nn. 10551/2016; 23675/2013; 1435/2013); per la qual cosa, questa Corte non è stata messa in grado di apprezzare la veridicità delle doglianze mosse al procedimento di sussunzione operato dai giudici di seconda istanza, che si risolvono, quindi, in considerazioni di fatto del tutto inammissibili e sfornite di qualsiasi delibazione probatoria (cfr., ex plurirnis, Cass. nn. 24374/2015; 80/2011);

che il secondo ed il terzo motivo, da trattare congiuntamente per ragioni di connessione, non sono fondati, in quanto – a prescindere dalla non conferenza della lamentata violazione dell’art. 112 c.p.c., mancando, peraltro, qualunque esplicitazione al riguardo e veicolandosi, attraverso una fattispecie riconducibile ad una ipotesi di error in procedendo ex art. 360 c.p.c., n. 4, un vizio che investe una “omessa pronunzia” -, la Corte territoriale è pervenuta alla decisione oggetto del presente giudizio uniformandosi agli ormai consolidati arresti giurisprudenziali della Suprema Corte nella materia, del tutto condivisi da questo Collegio, che non ravvisa ragioni per discostarsene – ed ai quali, ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c., fa espresso richiamo (cfr., in particolare e tra le molte, Cass. nn. 17635/2019; 3901/2019; 12935/2018; 27799/2017) -, secondo cui l’attività di vestizione attiene a comportamenti integrativi dell’obbligazione principale ed è funzionale al corretto espletamento dei doveri di diligenza preparatoria e costituisce, altresì, attività svolta non (o non soltanto) nell’interesse dell’Azienda, ma dell’igiene pubblica, imposta dalle superiori esigenze di sicurezza ed, appunto, di igiene. Pertanto, dà diritto alla retribuzione anche nel silenzio della contrattazione collettiva integrativa, in quanto, proprio per le peculiarità che la connotano, deve ritenersi implicitamente autorizzata da parte dell’AUSL; e tali affermazioni non si pongono in contrasto con quanto affermato da questa Suprema Corte con la sentenza n. 9215 del 2012, secondo cui, “nel rapporto di lavoro subordinato, il tempo necessario ad indossare l’abbigliamento di servizio (c.d. tempo tuta) costituisce tempo di lavoro soltanto ove qualificato da eterodirezione, in difetto della quale l’attività di vestizione rientra nella diligenza preparatoria inclusa nell’obbligazione principale del lavoratore e non dà titolo ad autonomo corrispettivo”; e ciò, in quanto gli arresti più recenti rappresentano uno sviluppo di quello precedente, or ora menzionato, ponendo l’accento sulla “funzione assegnata all’abbigliamento, nel senso che la eterodirezione può derivare dall’esplicita disciplina di impresa, ma anche risultare implicitamente dalla natura degli indumenti, quando gli stessi siano diversi da quelli utilizzati o utilizzabili secondo un criterio di normalità sociale dell’abbigliamento, o dalla specifica funzione che devono assolvere”, per obbligo imposto, lo si ripete, dalle superiori esigenze di sicurezza ed igiene attinenti alla gestione del servizio pubblico ed alla stessa incolumità del personale addetto;

che, pertanto, va sottolineato che l’orientamento

giurisprudenziale di legittimità “è saldamente ancorato al riconoscimento dell’attività di vestizione/svestizione degli infermieri come rientrante nell’orario di lavoro e da retribuire autonomamente, qualora sia stata effettuata prima dell’inizio e dopo la fine del turno. Tale soluzione, del resto, è stata ritenuta in linea con la giurisprudenza comunitaria in tema di orario di lavoro di cui alla direttiva 2003/88/CE (Corte di Giustizia UE del 10 settembre 2015 in C-266/14; v. Cass. n. 1352/2016…)” (così, testualmente, Cass. ord. n. 17635/2019, cit., alla quale si rinvia per ulteriori approfondimenti sul punto, ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c.);

che, per le considerazioni innanzi svolte, il ricorso va respinto; che le spese del presente giudizio – liquidate come in dispositivo e da distrarre, ai sensi dell’art. 93 c.p.c., in favore dei difensori dei controricorrenti che hanno svolto attività difensiva, avv.ti Italia D’Auria e Vincenzo Gatta, dichiaratisi antistatari -, seguono la soccombenza;

che nulla va disposto per le spese nei confronti di V.V., rimasta intimata;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità (tranne che nei confronti di V.V.), liquidate in Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge, da distrarsi in favore degli avv.ti Italia D’Auria e Vincenzo Gatta. Nulla per le spese nei confronti di V.V..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 16 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 maggio 2020

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