Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8579 del 31/03/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 31/03/2017, (ud. 11/01/2017, dep.31/03/2017),  n. 8579

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4619/2015 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

D.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OVIDIO 26,

presso lo studio dell’avvocato GIANLUCA MANCINI, rappresentata e

difesa dall’avvocato VITTORIO PACCHIAROTTI, giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4260/14/2014, emessa il 17/06/2014, della

COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE di ROMA, depositata il 25/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’11/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. LUCIO

NAPOLITANO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., come integralmente sostituito dal D.L. n. 168 del 2016, art. 1 bis, comma 1, lett. e), convertito, con modificazioni, dalla L. n. 197 del 2016;

dato atto che il collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della presente motivazione in forma semplificata, osserva quanto segue:

Con sentenza n. 4260/14/14, depositata il 25 giugno 2014, non notificata, la CTR del Lazio accolse l’appello proposto dalla sig.ra D.A. nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, per la riforma della sentenza di primo grado della CTP di Roma, che aveva invece rigettato il ricorso della contribuente, svolgente attività di parrucchiera, per l’annullamento dell’impugnato avviso di accertamento, che aveva accertato in via presuntiva per l’anno d’imposta 2005 maggiori ricavi, recuperando a tassazione le maggiori imposte dovute per IRPEF, IVA ed IRAP.

La CTR ha ritenuto l’accertamento illegittimo in quanto basato unicamente sullo studio di settore di riferimento, senza ulteriori elementi di riscontro idonei a fornire un quadro di presunzioni, gravi, precise e concordanti.

Avverso detta pronuncia l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo, col quale denuncia violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) e art. 40; D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 25 e del citato D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d); del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 4 e art. 55, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che erroneamente la sentenza impugnata ha ritenuto basato l’accertamento unicamente sullo scostamento dei dati esposti dalla contribuente in dichiarazione rispetto alle risultanze dello studio di settore di riferimento, rilevando che, in primo luogo, la contribuente non aveva allegato alla dichiarazione lo studio di settore nè aveva offerto alcuna giustificazione di detta omissione e che la contabilità risultava del tutto inattendibile, soprattutto con riferimento agli elevati consumi di energia elettrica per l’utilizzo delle apparecchiature professionali.

La contribuente resiste con controricorso, con il quale ha dedotto che è stato emesso provvedimento di sgravio con riferimento alle somme richieste dall’Amministrazione con l’atto impositivo impugnato a seguito della sentenza della CTR che, in accoglimento del ricorso della contribuente, ne aveva disposto l’annullamento.

Detta circostanza risulta documentata dal provvedimento in data 11 novembre 2014, allegato dalla contribuente al controricorso, riferito effettivamente all’annualità d’imposta oggetto del presente giudizio.

Tuttavia ad esso non possono riconnettersi le conseguenze ipotizzate dalla controricorrente.

Si tratta, invero, nella fattispecie in esame, di annullamento dell’iscrizione a ruolo per effetto della pronuncia favorevole ottenuta dalla contribuente in grado d’appello, cui, peraltro, non può attribuirsi alcun effetto di acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell’impugnazione, di seguito, infatti, proposta dall’Amministrazione finanziaria con il presente ricorso per cassazione (cfr. Cass. sez. 5, primo aprile 2016, n. 6334).

Non investendo, dunque, il provvedimento in oggetto, l’avviso di accertamento che è stato oggetto dell’impugnazione proposta dalla contribuente con il ricorso dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Roma, ad esso, diversamente da quanto prospettato dalla controricorrente nelle proprie difese e dalla proposta in termini formulata dal relatore, non può attribuirsi l’effetto della cessazione della materia del contendere.

Ciò premesso e rilevato che neppure è fondata l’eccezione d’inammissibilità del ricorso per cassazione per carenza di autosufficienza, avendo l’Amministrazione ricorrente, in conformità al disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, illustrato in maniera adeguata i fatti di causa, va dunque esaminato il motivo addotto a fondamento del ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate.

Esso è manifestamente fondato, alla stregua della costante giurisprudenza di questa Corte in materia (tra le molte cfr. Cass. sez. 5, 13 luglio 2016, n. 14288; Cass. sez. 5, 20 febbraio 2015, n. 3415; Cass. sez. 5, 18 maggio 2012, n. 7871), secondo cui l’accertamento analitico induttivo di cui alle succitate norme non è escluso in presenza di scritture contabili formalmente corrette quando la contabilità si presenti complessivamente inattendibile alla stregua di criteri di ragionevolezza. Nel caso di specie, diversamente da quanto esposto nella sentenza impugnata, l’accertamento non è fondato sul mero scostamento dei ricavi dichiarati dal modello normale di riferimento, neppure allegato alla propria dichiarazione dalla contribuente, ma su una serie di elementi indiziari puntualmente riportati nell’atto impositivo, tra i quali, in primis, l’entità dei consumi di energia elettrica per l’utilizzo di apparecchi professionali, del tutto trascurati dalla decisione impugnata, donde la negazione da parte del giudice di merito della stessa praticabilità nella fattispecie del ragionamento inferenziale si pone in contrasto con la normativa specifica tributaria di riferimento indicata dall’Amministrazione nella rubrica del motivo, in relazione alla norma generale di cui all’art. 2729 c.c..

La sentenza impugnata va dunque cassata con rinvio per nuovo esame alla CTR del Lazio, in diversa composizione, che provvederà anche per le spese del giudizio di legittimità.

PQM

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale del Lazio in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 11 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 marzo 2017

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