Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8494 del 25/03/2021

Cassazione civile sez. I, 25/03/2021, (ud. 14/10/2020, dep. 25/03/2021), n.8494

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina Anna Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16330/2019 proposto da:

S.A., elettivamente domiciliato in Isernia, Via XXIV Maggio, n.

33, presso lo studio dell’avv. Paolo Sassi, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di CAMPOBASSO, depositato il

09/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/10/2020 dal Cons. Dott. GIUSEPPINA ANNA ROSARIA PACILLI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

I. Con decreto in data 28 marzo 2019 il tribunale di Campobasso ha rigettato il ricorso proposto da S.A., cittadino del (OMISSIS), avverso il provvedimento, emesso dalla locale Commissione territoriale, di diniego della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato o del diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 2 e 14 o del diritto alla protezione umanitaria ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6. In particolare, il tribunale ha ritenuto non credibile il racconto del migrante, generico e contraddittorio, così da non ritenere provati nè il suo orientamento sessuale nè la formulazione di accuse a suo carico, essendo egli stato molto confuso sull’operato della polizia e assolutamente vago sulle modalità della sua fuga. Il tribunale, poi, ha rilevato che nella regione di residenza del richiedente non era in atto una violenza indiscriminata e diffusa, rilevante D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14; ha constatato come non risultasse fondato il timore per la propria incolumità, in caso di rientro in patria, e non erano stati evidenziati particolari legami familiari con il territorio italiano o patologie da curare in Italia; di conseguenza, ha rigettato le domande proposte.

II. S.A. ricorre per cassazione avverso questa pronuncia mentre il Ministero dell’Interno non resiste.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

III Con il primo motivo il ricorrente lamenta congiuntamente la violazione di plurimi articoli del D.Lgs. n. 25 del 2008 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, l’omesso esame di fatto decisivo “in relazione alla mancata valutazione della vicenda personale del richiedente e della situazione esistente in Gambia sulla base della documentazione allegata e dell’omessa attività istruttoria” e la “mancanza totale di motivazione” con riguardo allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria. Secondo il ricorrente, il tribunale avrebbe dovuto disporre la sua audizione, al fine di ottenere una giustificazione sull’asserita non credibilità e genericità, e avrebbe violato l’obbligo di cooperazione istruttoria. Il medesimo tribunale, inoltre, avrebbe omesso qualsivoglia valutazione in merito ai presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, trascurando di considerare l’attuale sussistenza della violenza indiscriminata e diffusa, che coinvolge la Nigeria.

Le doglianze sono inammissibili.

Il tribunale di Campobasso ha affermato che il ricorrente aveva reso un racconto generico e contraddittorio, che non consentiva nemmeno di ritenere che il medesimo fosse omosessuale.

Occorre considerare che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili.

Tale apprezzamento è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione o motivazione apparente, perplessa ed obiettivamente incomprensibile; si deve invece escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. 3340/2019).

Nel caso in disamina, il ricorrente non ha specificamente censurato il vaglio svolto dal tribunale sul punto, proponendo, di contro, critiche che non rientrano nel novero delle censure ammissibili, mirando invece a una non consentita rivisitazione del merito della vicenda.

Deve poi rimarcarsi che, a fronte delle dichiarazioni effettuate, ritenute non credibili, il medesimo ricorrente non ha attivato il dovere di cooperazione istruttoria al fine del riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).

Tale dovere, collocato esclusivamente sul versante probatorio, trova, infatti, (ad eccezione che per l’ipotesi di cui all’art. 14, lett. c) D.Lgs. citato), “per espressa previsione normativa, un preciso limite tanto nella reticenza del richiedente (in ciò risolvendosi l’omissione di uno sforzo ragionevole per circostanziare i fatti) quanto nella non credibilità delle circostanze che egli pone a sostegno della domanda. Si tratta quindi di deficienze, reticenza e non credibilità, parimenti riferibili al quadro delle allegazioni, di guisa che, intanto si concretizza il dovere di cooperazione istruttoria, in quanto si sia in presenza di allegazioni precise, complete, circostanziate e credibili, e non invece generiche, non personalizzate, stereotipate, approssimative e, a maggior ragione, non credibili” (in questi termini Cass. n. 15794/2019).

Occorre poi rilevare – quanto alla censura relativa alla mancata audizione – che questa Corte ha chiarito che nel giudizio di impugnazione della decisione della Commissione territoriale innanzi all’autorità giudiziaria, in caso di mancanza della videoregistrazione del colloquio, il giudice deve necessariamente fissare l’udienza per la comparizione delle parti, configurandosi, in difetto, la nullità del decreto con il quale viene deciso il ricorso, per violazione del principio del contraddittorio (Cass. 5/7/2018 n. 17717). Ciò tuttavia non significa, come la medesima statuizione precisa, che, in presenza di una “domanda di protezione internazionale manifestamente infondata”, si deve necessariamente dar corso in maniera automatica all’audizione del richiedente (v., in tal senso, Corte di giustizia dell’Unione Europea, 26 luglio 2017, Moussa Sacko contro Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano, p. 49).

Nella specie, quindi, al cospetto di un racconto generico e contraddittorio non vi era l’obbligo di procedere all’audizione del richiedente.

Ne consegue che il provvedimento impugnato sfugge ad ogni rilievo censorio nella parte in cui ha denegato il riconoscimento dello status di rifugiato e la protezione internazionale di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), mentre le critiche del ricorrente risultano astratte e generiche, risolvendosi formalmente nella trascrizione di altre decisioni di merito e sostanzialmente nella mancata condivisione delle valutazioni di merito del tribunale.

III.I Deve poi aggiungersi che il tribunale molisano – con indicazione delle fonti di conoscenza (cfr. pagina 4 del decreto impugnato) – ha esaminato la situazione del Paese di origine del ricorrente e ha escluso una situazione di conflitto armato, a cui astrattamente riconnettere l’ipotesi prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Tale accertamento può esser censurato in sede di legittimità nei limiti consentiti dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Il che non è stato fatto, sicchè l’odierna doglianza deve reputarsi come semplicemente finalizzata a sovvertirne l’esito.

IV. Le doglianze riguardanti la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, sono parimenti inammissibili, perchè generiche e tese a sollecitare una diversa valutazione del merito della vicenda. Ciò a fronte di una motivazione che ha rilevato, per un verso, che il timore per la propria incolumità, in caso di rientro in patria, non è fondato e, per altro verso, che il richiedente non ha evidenziato particolari legami familiari con il territorio italiano o patologie da curare in Italia.

V. Il ricorso, dunque, va dichiarato inammissibile. Non deve essere assunta alcuna statuizione sulle spese processuali, non essendosi il Ministero dell’Interno costituito ritualmente.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti processuali per il versamento dell’ulteriore contributo, così come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di cassazione, il 14 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 25 marzo 2021

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