Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8480 del 13/04/2011

Cassazione civile sez. I, 13/04/2011, (ud. 10/02/2011, dep. 13/04/2011), n.8480

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 19400/2009 proposto da:

P.V. ((OMISSIS)), B.L.

((OMISSIS)), C.S. ((OMISSIS)),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA QUINTILIO VARO 133, presso lo

studio dell’avvocato GIULIANI Angelo, che li rappresenta e difende,

giuste deleghe in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI;

– intimata –

sul ricorso 19402/2009 proposto da:

C.M. ((OMISSIS)), M.M.,

C.C., L.G., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA QUINTILIO VARO 133, presso lo studio dell’avvocato GIULIANI

ANGELO, che li rappresenta e difende, giusta delega in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI;

– intimata –

avverso il decreto nei procedimenti riuniti ai nn. 56844, 56845,

56846, 56847, 56848, 56849, 56850, 56 851, 56852, 56853/2006

della CORTE D’APPELLO di ROMA del 25/02/08, depositato il 12/06/2008;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

10/02/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SALVATORE DI PALMA;

è presente il P.G. in persona del Dott. FEDERICO SORRENTINO.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che P.V. e gli altri due ricorrenti indicati in epigrafe (ricorso n. 19400 del 2009), nonchè C.M. e gli altri tre ricorrenti indicati in epigrafe (ricorso n. 19402 del 2009), con distinti ricorsi del 14 e del 27 luglio 2009, hanno impugnato per cassazione – deducendo un unico motivo di censura, nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri, il decreto della Corte d’Appello di Roma depositato in data 12 giugno 2008, con il quale la Corte d’appello, pronunciando sul ricorso dei predetti ricorrenti – volto ad ottenere l’equa riparazione dei danni non patrimoniali ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, comma 1, in contraddittorio con il Presidente del Consiglio dei ministri – il quale ha concluso per l’inammissibilità e l’infondatezza del ricorso -, ha condannato il resistente a pagare a ciascuno dei ricorrenti la somma di Euro 5.000,00 a titolo di equa riparazione, ed ha liquidato le spese del giudizio, determinandole in Euro 3.800,00, di cui Euro 2.000,00 per onorarcene il Presidente del Consiglio dei ministri, benchè ritualmente intimato, non si è costituito nè ha svolto attività difensiva;

che, in particolare, la domanda di equa riparazione del danno non patrimoniale – richiesto per l’irragionevole durata del processo presupposto – proposta con distinti ricorsi del 26 settembre 2006 era fondata sui seguenti fatti: a) gli odierni ricorrenti, aspiranti all’indennità speciale non pensionabile di cui alla L. n. 121 del 1981, art. 43, comma 24, avevano proposto – con ricorso del 10 giugno 1996 – la relativa domanda dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio; b) il Tribunale adito aveva deciso la causa con sentenza del 28 marzo 2000; c) il Consiglio di Stato, adito dai ricorrenti, aveva deciso l’appello con sentenza del 6 aprile 2006;

che la Corte d’Appello di Roma, con il suddetto decreto impugnato – detratti tre anni di ragionevole durata del processo presupposto di primo grado ed ulteriori due anni del processo d’appello – ha liquidato per i residui cinque anni circa di irragionevole ritardo, a titolo di equa riparazione per danno non patrimoniale, la somma di Euro 5.000,00, sulla base di un parametro annuo di Euro 1.000,00, oltre gli interessi legali dalla data del decreto al saldo.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che, preliminarmente, deve disporsi, ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., la riunione dei ricorsi iscritti ai nn. 19400 e 19402 del 2009, in quanto proposti contro il medesimo decreto;

che con il motivo di censura viene denunciata come illegittima la affermata decorrenza degli interessi sul liquidato indennizzo dalla data del decreto, anzichè dalla data della proposizione della domanda di equa riparazione;

che il ricorso merita accoglimento;

che, in particolare, la censura è manifestamente fondata;

che, infatti, questa Corte ha già ripetutamente affermato che, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, il diritto ad un’equa riparazione in caso di mancato rispetto del termine ragionevole del processo, avente carattere indennitario e non risarcitorio, non richiede l’accertamento di un illecito secondo la nozione contemplata dall’art. 2043 cod. civ., nè presuppone la verifica dell’elemento soggettivo della colpa a carico di un agente, essendo invece ancorato all’accertamento della violazione dell’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, cioè di un evento ex se lesivo del diritto della persona alla definizione del suo procedimento in una durata ragionevole, e l’obbligazione avente ad oggetto l’equa riparazione configurandosi non già come obbligazione ex delicto ma come obbligazione ex lege, riconducibile, in base all’art. 1173 cod. civ., ad ogni altro atto o fatto idoneo a costituire fonte di obbligazione in conformità dell’ordinamento giuridico, con la conseguenza che dal carattere indennitario di tale obbligazione discende che gli interessi legali possono decorrere, semprechè richiesti, dalla data della domanda di equa riparazione, in base al principio secondo cui gli effetti della pronuncia retroagiscono alla data della domanda, nonostante il carattere di incertezza e di illiquidità del credito prima della pronuncia giudiziaria, mentre, in considerazione del predetto carattere indennitario dell’obbligazione, nessuna rivalutazione può essere accordata (cfr., ex plurimis, le sentenze nn. 8712 del 2006 e 2248 del 2007);

che, pertanto, il decreto impugnato deve essere annullato, in relazione alla censura accolta, nella parte in cui determina la decorrenza degli interessi sulla somma capitale di Euro 5.000,00 dalla data del decreto impugnato al saldo, anzichè dalla data della proposizione della domanda di equa riparazione al saldo;

che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., comma 2;

che, nella specie, la decorrenza degli interessi sulla già riconosciuta somma capitale di Euro 5.000,00 deve essere stabilita dalla data della proposizione della domanda di equa riparazione al saldo effettivo;

che, ai fini della liquidazione delle spese processuali, il processo camerale per l’equa riparazione del diritto alla ragionevole durata del processo va considerato quale procedimento avente natura contenziosa, nè rientra tra quelli speciali di cui alla tabelle A) e B) allegate al D.M. Giustizia 8 aprile 2004, n. 127 (rispettivamente voce 50, paragrafo 7 e voce 75, paragrafo 3), per tali dovendo intendersi, ai sensi dell’art. 11 della tariffa allegata a detto decreto ministeriale, i procedimenti in Camera di consiglio ed in genere i procedimenti non contenziosi (cfr., ex plurimis, la sentenza n. 253 52 del 2008);

che, conseguentemente, le spese processuali del giudizio a quo debbono essere nuovamente liquidate – sulla base delle tabelle A, paragrafo 4, e B, paragrafo 1, allegate al D.M. Giustizia 8 aprile 2004, n. 127, relative ai procedimenti contenziosi – in complessivi Euro 2.550,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, Euro 1.200,00 per diritti (Euro 600,00 + Euro 600,00 per gli altri sei ricorrenti) ed Euro 1.300,00 per onorari – così aumentati in ragione della pluralità delle parti difese -, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge, da distrarsi in favore dell’avv. Angelo Giuliani, dichiaratosene antistatario;

che le spese del presente grado di giudizio – previa compensazione per la metà, avuto riguardo al minimo valore economico implicato dal presente grado del giudizio – seguono la soccombenza e vengono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

Riuniti i ricorsi, li accoglie nei limiti di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo la causa nel merito, condanna il Presidente del Consiglio dei ministri a corrispondere a ciascun ricorrente – sulla somma di Euro 5.000,00 – gli interessi dalla domanda, condannandolo altresì al rimborso, in favore delle parti ricorrenti, delle spese del giudizio, che determina, per il giudizio di merito, in complessivi Euro 2.550,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, Euro 1.200,00 per diritti ed Euro 1.300,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge, da distrarsi in favore degli avv. Angelo Giuliani dichiaratosene antistatario, e, per il giudizio di legittimità, nella metà dell’intero, intero liquidato in complessivi Euro 800,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge, da distrarsi in favore dello stesso avv. Giuliani, dichiaratosene antistatario.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Struttura centralizzata per l’esame preliminare dei ricorsi civili, il 10 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2011

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