Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8466 del 25/03/2021

Cassazione civile sez. VI, 25/03/2021, (ud. 11/02/2021, dep. 25/03/2021), n.8466

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – rel. Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24030-2018 proposto da:

B.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COLA DI

RIENZO, 243, presso lo studio dell’avvocato MARINA ARMELISASSO, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA,

(OMISSIS), in persona del Ministro pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 852/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 22/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11/02/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ADRIANA

DORONZO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con la sentenza impugnata la Corte di appello di Roma, decidendo sull’appello (principale) proposto dal Ministro della Istruzione, Università e Ricerca e sull’appello (incidentale) proposto da B.D., ha accolto l’appello del Ministero e ha rigettato la domanda del B. avente ad oggetto il risarcimento del danno da illegittima reiterazione di contratti a termine intercorsi inter partes; ha quindi accolto l’appello del docente e ha condannato il Ministero al pagamento delle differenze stipendiali derivanti dal riconoscimento della anzianità di servizio calcolata computando i periodi coperti dai contratti di lavoro a tempo determinato;

a fondamento del decisum la Corte territoriale ha ritenuto che non sussistessero i presupposti, come delineati dalla giurisprudenza di legittimità nonchè dalla Corte di giustizia, per la configurabilità di un abuso, da parte del Ministero, nel ricorso ai contratti a tempo determinato, trattandosi di contratti stipulati per coprire posti vacanti in organico di fatto e solo due per vacanze su organico di diritto, per un periodo inferiore ai trentasei mesi; il ricorrente non aveva allegato e provato che, nel ricorso ai contratti a termine, il ministero avesse fatto un uso improprio o distorto dei suoi poteri di macro organizzazione; sussisteva il diritto del dipendente di ottenere la medesima progressione stipendiale riconosciuta ai lavoratori a tempo indeterminato, in applicazione del principio di non discriminazione di cui alla clausola 4 dell’Accordo quadro; ha invece rigettato le altre domande proposte dal B. aventi ad oggetto il trattamento economico sino al termine dell’anno scolastico, non ricorrendone i presupposti (le supplenze non avevano avuto una durata pari o superiore ai 180 giorni, nè erano iniziate dal 1 febbraio e durate ininterrottamente fino al termine delle operazioni di scrutinio finale). Contro la sentenza il B. ha proposto ricorso per cassazione, sulla base di plurimi motivi; ha resistito il Ministero con controricorso.

La proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.Con il primo motivo la parte ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, la violazione e falsa applicazione di un complesso di norme (artt. 115,416,329,112 e 434 c.p.c., e art. 111 Cost.); il motivo si articola in una pluralità di censure, con le quali ci si duole dell’omessa valutazione da parte del giudice territoriale della non contestazione del MIUR sul fatto dello svolgimento di attività lavorativa per il periodo compreso dal 18/10/2000 al 30/6/2015 su posto vacante disponibile, della mancanza di impugnazione, e quindi sul acquiescenza del MIUR in ordine alla accertata nullità delle clausole appositive del termine; l’appello non rispettava le prescrizioni dell’art. 434 c.p.c.; il motivo di ricorso attinge anche l’art. 360 c.p.c., n. 4, per avere omesso il vice del merito di valutare la non contestazione, decidendo anche ultra petitum.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione di un altro complesso di norme, ai sensi dell’art. 360, n. 3 (Dir. n. 1999/70/Cee, clausole 4 e 5; L. n. 296 del 2006, art. 558; L. n. 183 del 2010, art. 2729 e 2697 c.c., art. 3,24 e 117 Cost., D.Lgs. n. 368 del 2001, artt. 1 e 4. Il ricorrente assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto che l’illegittimità nella reiterazione dei contratti a tempo determinato ricorra solo nei casi di contratti stipulati per supplenze su organico di diritto, laddove i contratti violavano la normativa sul contratto a termine prevista dal D.Lgs. n. 368 del 2001, nonchè con la normativa in materia di risarcimento del danno comunitario e del principio di non discriminazione. Il ricorrente, inoltre, assume che in violazione del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 527, della L. n. 124 del 1999, la corte non gli ha riconosciuto il trattamento economico previsto anche per i mesi non lavorati.

3.- Il primo motivo è inammissibile per una pluralità di ragioni profili plurimi profili di inammissibilità.

Va innanzitutto rilevato che, nel ricorso per cassazione, il motivo di impugnazione che prospetti in un unico contesto una pluralità di questioni precedute unitariamente dalla elencazione delle norme che si assumono violate, è inammissibile, richiedendo un inesigibile intervento integrativo della Corte che, per giungere alla compiuta formulazione del motivo, dovrebbe individuare per ciascuna delle doglianze lo specifico vizio di violazione di legge (Cass. 20/09/2013, n. 21611).

Il ricorso inoltre non rispetta i canoni imposti nell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, dal momento che il ricorrente non trascrive nè la memoria di costituzione in giudizio in primo grado del MIUR, da cui dovrebbe evincersi la non contestazione, da parte del ministero, dei fatti costitutivi del diritto azionato – i brevi stralci riportati nel ricorso appaiono a tal fine del tutto insufficienti -, nè il ricorso in appello dello stesso ministero, da cui dovrebbe evincersi l’acquiescenza del MIUR alla declaratoria di nullità del termine apposto ai contratti contenuta nella sentenza del tribunale, essendo stata l’impugnazione limitata al solo capo avente ad oggetto la pronuncia di illegittimità nella reiterazione dei contratti a termine; la trascrizione era necessaria anche a sostegno dell’eccezione di inammissibilità dell’appello per violazione dell’art. 434 c.p.c., L’assolvimento di tale onere di trascrizione era ancor più necessario dal momento che di tutte le questioni promiscuamente esposte nel ricorso non vi è traccia nella sentenza impugnata. Va poi rilevato che la non contestazione opera sul terreno degli oneri probatori e non riguarda la qualificazione giuridica dei fatti nè tantomeno l’individuazione delle norme che si assumono violate valendo il principio di non contestazione per i soli fatti e non per la sussunzione dei fatti nella norma (Cass. 10/04/2013, n. 8764).

4.- Il secondo motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, dal momento che la corte territoriale ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte (Cass. 7/11/2016, n. 22552): “Nel settore scolastico, nelle ipotesi di reiterazione di contratti a termine in relazione ai posti individuati per le supplenze su cd. organico di fatto e per le supplenze temporanee, non è in sè configurabile alcun abuso ai sensi dell’Accordo Quadro allegato alla Dir. n. 1999/70/CE, fermo restando il diritto del lavoratore di allegare e provare il ricorso improprio o distorto a siffatta tipologia di supplenze, prospettando non già la sola reiterazione ma le sintomatiche condizioni concrete della medesima.”

Quanto alla questione relativa al trattamento economico, si legge nella sentenza impugnata: “da censura mossa dal B., secondo cui in relazione a talune supplenze svolte, analiticamente individuate nel conteggio allegato al ricorso introduttivo, gli spetterebbe il trattamento economico sino al termine dell’anno scolastico ai sensi del T.U. n. 297 del 1994, e della L. n. 124 del 1999, non può trovare accoglimento” (punto 7); e ancora “de supplenze rispetto (al)le quali viene avanzata la richiesta di maggior trattamento economico non hanno avuto durata superiore a 180 giorni, nè hanno avuto inizio al 1 febbraio. Nè è stato dedotto dal B. la ricorrenza di tali condizioni nelle concrete modalità di svolgimento del servizio, rispetto a quanto pattuito in sede contrattuale”.

La corte d’appello ha specificato che la domanda di pagamento è stata avanzata con riguardo a talune supplenze “analiticamente individuate nel conteggio allegato al ricorso” rispetto alle quali ha ritenuto insussistenti i presupposti di legge per il riconoscimento della retribuzione fino al termine dell’anno scolastico (ossia l’inizio del servizio non più tardi del 1 febbraio e fino al termine delle operazioni di scrutinio finale, ovvero il servizio per almeno 180 giorni, anche se non continuativi, con partecipazione alle operazioni di scrutinio finale). Il ricorrente, nonostante l’indicazione contenuta in rubrica, non contesta la correttezza di questa affermazione in diritto ma assume che di aver svolto attività lavorativa per almeno 180 giorni, anche non continuativi trovandosi comunque in servizio al termine delle operazioni di scrutinio finale: sostanzialmente allega un’errata ricognizione della fattispecie concreta da parte del giudice di merito. La censura pertanto esula dallo schema tipico del vizio di violazione di legge, il quale consiste “nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa” (Cass. 22/02/2007, n. 4178).

E anche a voler ricondurre la censura al vizio di motivazione, essa si profila inammissibile per un duplice ordine di ragioni: in primo luogo perchè la domanda è stata rigettata anche in primo grado sicchè, trovandoci di fronte ad un’ipotesi di doppia conforme, nella deduzione con il ricorso per cassazione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, il ricorrente avrebbe dovuto indicare la difformità delle ragioni del rigetto della sua domanda in appello rispetto a quelle a quelle enunciate dal giudice di primo grado; in secondo luogo il motivo difetta di autosufficienza, perchè a fronte della delimitazione della domanda di pagamento da parte del giudice di merito, la quale l’ha ancorata alle specifiche supplenze individuate nel conteggio allegato al ricorso introduttivo, era onere del ricorrente trascrivere nonchè produrre il detto conteggio al fine di apprezzare l’errore ricostruttivo in fatto compiuto dal giudice del merito.

In definitiva il ricorso deve essere dichiarato inammissibile il ricorrente condannato al pagamento delle spese del presente giudizio nella misura indicata in dispositivo. Sussistono i presupposti per il pagamento di un importo pari a quello già versato per il contributo unificato.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 2500 per compensi professionali oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 11 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 marzo 2021

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