Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8422 del 31/03/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 31/03/2017, (ud. 21/02/2017, dep.31/03/2017),  n. 8422

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17721-2013 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

G.G.;

– intimata –

Nonchè da:

G.G., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DEI

MARTIRI DI BEIFIORE N. 2, presso lo studio dell’avvocato ANGELO

STEFANORI, che rappresenta e difende unitamente all’avvocato

GUGLIELMO CASTALDO;

– controricorrente incidentale –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE;

– intimata –

avverso il provvedimento n. 62/2012 della COMM.TRIB.REG. di PERUGIA,

depositata il 08/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/02/2017 dal Consigliere Dott. GIACOMO MARIA STALLA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. L’agenzia delle entrate propone due motivi di ricorso per la cassazione della sentenza n. 62/03/12 dell’8/6/12 con la quale la commissione tributaria regionale Umbria, a conferma della prima decisione, ha ritenuto illegittimo l’avviso di liquidazione ed irrogazione di sanzioni da essa ricorrente notificato a G.G., in revoca delle agevolazioni “prima casa” (aliquota Iva ridotta al 4%) da quest’ultima fruite in relazione all’acquisto di un immobile in data 3 ottobre 2005.

La commissione tributaria regionale, in particolare, ha ritenuto che: l’immobile in questione non avesse, D.M. LLPP 2 agosto 1969, ex artt. 5 e 6 caratteristiche di lusso, in quanto di superficie inferiore (detratta la superficie del piano sottotetto/soffitta) a 200 m2 e, inoltre, con un rapporto tra area scoperta di pertinenza ed area coperta inferiore a 6; – la superficie della soffitta (astrattamente idonea a far superare il limite normativo) dovesse essere detratta in quanto non abitabile, come evincibile dal regolamento edilizio del Comune di Perugia e dalla perizia giurata stragiudiziale prodotta dalla contribuente.

Resiste la G. con controricorso; vengono altresì dalla stessa formulati tre motivi di ricorso incidentale.

2. Con il primo motivo di ricorso principale si lamenta – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – violazione e falsa applicazione degli artt. 1, nota 2 bis, Tariffa Parte 1 allegata al D.P.R. n. 131 del 1986; D.M. LLPP 2 agosto 1969, artt. 5 e 6 e art. 2697 c.c.. Per avere la commissione tributaria regionale omesso di considerare che, ai fini fiscali, rileva la superficie “utile” dell’immobile, non già la superficie “abitabile” secondo le prescrizioni urbanistiche. In applicazione del criterio della superficie utile risultava che l’immobile in oggetto avesse una superficie complessiva di 257 m2; circostanza che era comunque onere della contribuente smentire.

Con il secondo motivo di ricorso principale si lamenta – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – motivazione insufficiente, illogica e contraddittoria su un fatto controverso e decisivo; per non avere la commissione tributaria regionale considerato che i locali sottotetto e soffitta, indipendentemente dal loro accatastamento, erano sin dall’origine destinati ad abitazione e non a locali di servizio, pur non godendo della certificazione di abitabilità.

3. Questi due motivi di ricorso – suscettibili di trattazione unitaria per la stretta connessione giuridica delle questioni dedotte – sono fondati.

Questa Corte, decidendo in analoghe controversie, ha avuto modo in più occasioni (cfr., tra le altre, Cass. nn. 1173/16; 25674/13; 22279/11) di affermare il principio secondo il quale “in tema di imposta di registro, per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, esclusa dai benefici per l’acquisto della prima casa ai sensi dell’art. 1, Parte 1, Nota 2 Bis della Tariffa allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, occorre fare riferimento alla nozione di “superficie utile complessiva” di cui al D.M. Lavori Pubblici 2 agosto 1969, art. 6 in forza del quale è irrilevante il requisito della “abitabilità” dell’immobile, siccome da esso non richiamato, essendo invece rilevante quello della “utilizzabilità” degli ambienti, a prescindere dalla loro effettiva abitabilità”.

Si è inoltre affermato, in maniera ancor più pertinente alla presente fattispecie, che: “in tema di imposta sul valore aggiunto, per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dai benefici per l’acquisto della prima casa, previsti dalla L. 2 luglio 1949, n. 408, art. 17 occorre far riferimento al D.M. Lavori Pubblici 2 agosto 1969, art. 5 in forza del quale per superficie utile deve intendersi quella idonea a costituire “unico alloggio padronale”, ossia a consentire l’espletamento al suo interno di tutte le funzioni proprie della vita del “padrone”, mentre è irrilevante il requisito dell’abitabilità, siccome da esso non richiamato; nè è possibile alcuna interpretazione che ne amplii la sfera operativa, atteso che le previsioni relative ad agevolazioni o benefici in genere in materia fiscale non sono passibili di interpretazione analogica. (Nella specie, la S. C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva computato, ai fini della determinazione della superficie utile, anche vani adibiti a sale hobby ed ubicati nel piano interrato dell’abitazione, sebbene di altezza minima inferiore a quella prevista per le stanze destinate ad uso abitativo dal regolamento comunale applicabile)”. (Cass. n. 10807 del 28/06/2012).

Orbene, la commissione tributaria regionale, nella sentenza qui impugnata, si è discostata da questi principi, affermando invece la rilevanza – ai fini del calcolo della superficie utile ai sensi del cit. D.M. LLPP 2 agosto 1969 – del requisito di abitabilità dei locali, così come evincibile dalle norme urbanistiche e dai regolamenti edilizi. Nel fare ciò, essa ha attribuito valore probatorio dirimente alla perizia stragiudiziale della parte contribuente (ritenuta correttamente gravata dal relativo onere, trattandosi di accertare i presupposti dell’agevolazione) che affermava, al contrario, che la superficie massima non era nella specie stata superata, proprio in considerazione del fatto che il piano sottotetto ed il piano interrato non possedevano i requisiti igienico-sanitari per ottenere l’abitabilità urbanistica.

E’ vero che, per espressa previsione dell’art. 56 D.M. cit., dalla superficie utile deve essere detratta quella relativa alle “soffitte”; ma ciò in quanto queste ultime vengano effettivamente impiegate come tali, e non siano invece destinate – a prescindere dalla mancanza del requisito formale di abitabilità sulla base della normativa urbanistica – ad un utilizzo di natura abitativa: “in tema d’imposta di registro, per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, di cui all’art. 1, comma 3, Tariffa allegata al D.P.R. n. 131 del 1986, nella formulazione “ratione temporis” vigente, ci si deve riferire alla nozione di superficie utile complessiva di cui al D.M. Lavori Pubblici 2 agosto 1969, art. 6 pari a quella che residua una volta detratta, dall’estensione globale riportata nell’atto di acquisto, la superficie di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina; a prescindere dal requisito dell’abitabilità, elemento non richiamato nel decreto, mentre costituisce parametro idoneo rutilizzabilità” degli ambienti, sicchè i vani, pur qualificati come cantina e soffitta ma con accesso dall’interno dell’abitazione e ad essa indissolubilmente legati, sono computabili nella superficie utile complessiva” (Cass. n. 18480 del 21/09/2016).

4. Con il primo motivo di ricorso incidentale la G. lamenta violazione e falsa applicazione di legge; per non avere la commissione tributaria regionale (che aveva ritenuto assorbite le questioni da essa incidentalmente riproposte in appello) considerato che l’avviso di liquidazione in oggetto era nullo perchè privo della firma del direttore dell’ufficio fiscale, essendo sottoscritto soltanto dal capo-area servizi dell’ufficio, privo di delega del direttore (non allegata nè richiamata).

Con il secondo motivo di ricorso incidentale si lamenta violazione e falsa applicazione di legge; per non avere la commissione tributaria regionale rilevato la carenza ed apoditticità di motivazione dell’atto impositivo, facente semplice richiamo alla nota dell’agenzia del territorio asseritamente attestante l’eccedenza di superficie; senza però che quest’ultima nota venisse, nell’avviso, riprodotta ovvero allegata.

Con il terzo motivo di ricorso incidentale si lamenta violazione e falsa applicazione di legge (L. 212 del 2000, art. 10); per non avere la commissione tributaria regionale considerata l’insussistenza, nella specie, dei presupposti per l’applicazione delle sanzioni e degli interessi moratori; stante la buona fede della contribuente che si era basata, nel fruire dell’agevolazione, su una prassi interpretativa consolidata nel calcolo delle superfici utili.

5. Si tratta di motivi di ricorso incidentalmente proposti dalla parte vittoriosa in appello, e relativi ad aspetti che il giudice di appello ha ritenuto assorbiti.

Ne deriva la loro inammissibilità, in forza del costante orientamento di legittimità secondo cui: “è inammissibile il ricorso incidentale, sia pure condizionato, con il quale la parte vittoriosa in sede di merito riproponga questioni su cui i giudici di appello non si sono pronunciati, avendole ritenute assorbite dalla statuizione adottata, in quanto tali questioni, nel caso di cassazione della sentenza, rimangono impregiudicate e possono essere dedotte davanti al giudice di rinvio” (Sez. 5, Sentenza n. 574 del 15/01/2016, Rv. 638333)”; e, ancora: “il ricorso incidentale, anche se qualificato come condizionato, deve essere giustificato dalla soccombenza (non ricorrendo altrimenti l’interesse processuale a proporre ricorso per cassazione), cosicchè è inammissibile il ricorso incidentale con il quale la parte, che sia rimasta completamente vittoriosa nel giudizio di appello, risollevi questioni non decise dal giudice di merito, perchè non esaminate o ritenute assorbite, salva la facoltà di riproporre le questioni medesime al giudice del rinvio, in caso di annullamento della sentenza” (Sez. 5, Ordinanza n. 23548 del 20/12/2012, Rv. 625035),ed altre.

6. Ne deriva, in definitiva, che la sentenza impugnata va cassata in accoglimento del ricorso principale. La commissione tributaria regionale Umbria, alla quale la causa va rinviata, dovrà riconsiderare – alla luce dei principi qui esposti – la fattispecie; anche in relazione alle questioni ritenute assorbite.

PQM

LA CORTE

– accoglie il ricorso principale;

– dichiara inammissibile il ricorso incidentale;

– cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla commissione tributaria regionale Umbria in diversa composizione;

v.to il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012;

– dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso incidentale.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione quinta civile, il 21 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 marzo 2017

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