Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 840 del 15/01/2019

Cassazione civile sez. lav., 15/01/2019, (ud. 15/11/2018, dep. 15/01/2019), n.840

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Iergiovanni – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23952/2014 proposto da:

B.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MARZIALE

47, presso lo studio dell’avvocato GIAN LUIGI BARONE, che lo

rappresenta e difende come da delega in atti;

– ricorrente –

contro

RAI SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MATTEO BOIARDO 17,

presso lo studio dell’avvocato ERNESTO MANCINI, che la rappresenta e

difende come da delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2529/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/10/2013 R.G.N. 10526/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/11/2018 dal Consigliere Dott. ELENA BOGHETICH;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato GIANLUIGI BARONE;

udito l’Avvocato ERNESTO MANCINI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 2529, pubblicata il 9.10.2013, la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado di rigetto della domanda di B.R. volta alla declaratoria di nullità del termine apposto ai contratti stipulati con RAINET s.p.a. per ragioni di carattere produttivo consistenti nella produzione di programmi specifici, con mansioni di programmista regista, per il periodo 2000-2008.

2. A sostegno della propria decisione, la Corte d’appello ha osservato, da un lato, come le conciliazioni sindacali stipulate nel settembre 2003 e nel marzo 2005 erano immuni da profili di invalidità (con riguardo alla specificità dell’oggetto, alla sussistenza di una lite da prevenire, alla reciprocità delle concessioni, alla rinunzia del lavoratore ai diritti maturati sino a quel momento ed all’assistenza di un rappresentante sindacale) e, dall’altro lato, che i contratti a tempo determinato stipulati successivamente al marzo 2005 esplicitavano ragioni giustificative sufficientemente chiare e specifiche, che avevano, inoltre, trovato conferma nelle risultanze probatorie.

3. Avverso tale sentenza, il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi illustrati da memoria e la società RAI s.p.a. (cessionaria del ramo di azienda “Internet” da parte della cedente RAINET s.p.a.) ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

5. Col primo motivo di ricorso si denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 1418 e 1965 c.c., nonchè vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), avendo, la Corte territoriale, trascurato le argomentazioni svolte nell’atto di appello (integralmente riprodotto) in ordine alla necessità, con riguardo agli accordi conciliativi, della specificità degli atti, della rinunzia a diritti già acquisiti (e non futuri ed eventuali), di una situazione di conflittualità (insussistente), di partecipazione attiva (e non del tutto inconsapevole) del rappresentante sindacale.

6. Con il secondo motivo il ricorrente denunzia violazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1,artt. 1362 e segg. e art. 1325 c.c., nonchè vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), avendo, la Corte di merito, trascurato che l’oggetto della prestazione lavorativa era identico per tutti i contratti a tempo determinato stipulati tra le parti e che la prova testimoniale aveva omesso di indagare sui contratti successivi alla stipulazione degli accordi transattivi.

7. Con il terzo motivo il ricorrente deduce nullità della sentenza ex art. 112 c.p.c., per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), avendo, la Corte distrettuale, trascurato di argomentare circa il motivo di appello che ribadiva l’illegittimità del contratto stipulato 22.1.2007 in quanto sottoscritto in violazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 5, comma 3; invero, la mancata ammissione della prova testimoniale richiesta in ordine all’accordo delle parti raggiunto già in sede di predisposizione, da parte della società, del contratto a tempo determinato (in data 18.1.2007) avrebbe confermato che la sospensione del rapporto di lavoro dal 31.12.2006 era inferiore al termine di 20 giorni previsto dall’art. 5, comma 3, citato.

8. Il primo motivo di ricorso è inammissibile.

Deve, in primo luogo, rimarcarsi che in tema di ricorso per cessazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (ex aliis: Cass. 16 luglio 2010 n. 16698; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394).

Nella specie è evidente che il ricorrente lamenta la erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta, e dunque, in realtà, non denuncia un’erronea ricognizione della fattispecie astratta recata dalla norma di legge (ossia un problema interpretativo, vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) bensì un vizio-motivo, da valutare alla stregua del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che – nella versione ratione temporis applicabile – lo circoscrive all’omesso esame di un fatto storico decisivo (cfr. sul punto Cass. Sez. U. n. 19881 del 2014), riducendo al “minimo costituzionale” il sindacato di legittimità sulla motivazione (Cass. Sez. U. n. 8053 del 2014).

Nessuno di tali vizi ricorre nel caso in esame e la motivazione non è assente o meramente apparente, nè gli argomenti addotti a giustificazione dell’apprezzamento fattuale risultano manifestamente illogici o contraddittori. La sentenza impugnata ha ampiamente esaminato i fatti controversi ed accertato che le parti hanno inteso, come previsto dall’art. 1965 c.c., prevenire una lite, con reciproche concessioni (una nuova assunzione a tempo determinato, da una parte, e la rinunzia ai diritti maturati sino a quel momento con riferimento ai precedenti contratti a tempo determinato, dall’altra parte), tramite l’assistenza da parte di un rappresentante sindacale al quale – in assenza di impugnativa relativa ai vizi della volontà – il lavoratore risulta essersi affidato.

9. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile.

Premesso che il ricorso – al di là del richiamo, in rubrica, dell’art. 1362 c.c. – non pone alcuna censura in ordine a profili interpretativi delle clausole appositive del termine dei contratti stipulati da marzo 2005 a gennaio 2007 (ed esecuzione sino ad aprile 2009), limitandosi ad allegare un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa (ossia un vizio-motivo), la Corte distrettuale ha effettuato un’ampia disamina dei tre contratti a tempo determinato stipulati da marzo 2005 in poi, riproducendo espressamente tutte e tre le causali appositive del termine e ritenendole sufficientemente chiare ed esplicite nonchè confermate dalle risultanze della prova testimoniale. La Corte distrettuale, in particolare, ha esposto che il primo contratto era stato stipulato “a fronte di ragioni di carattere produttivo, consistenti nella creazione ed implementazione del Piano editoriale 2005 realizzato da Rainet per la società Raiclick”, il secondo “a fronte di ragioni di carattere produttivo, aventi una durata limitata e connesse alla creazione ed implementazione del palinsesto editoriale, fruibile in modalità VOD, realizzato da Rainet per la società Raiclick” ed il terzo “a fronte di ragioni di carattere produttivo, aventi una durata limitata e connesse alla gestione editoriale-tecnologica dell’offerta Internet di RAI s.p.a. da parte di Rainet”; la Corte ha, inoltre, rilevato che “I testi escussi hanno infatti confermato che il B. ha lavorato nel progetto relativo ai portali TV (in particolare, deposizione del teste C.), ha contribuito alla realizzazione del piano editoriale per Rai Click, nonchè ha occasionalmente sostituito altri colleghi sempre nel gruppo di lavoro del progetto Rai Click”, con conseguente conferma dell’adibizione del lavoratore alle specifiche mansioni dedotte nei contratti a tempo determinato.

In ordine alla specificità della causale, dovendosi preliminarmente precisare che ai contratti de quo si applica – ratione temporis – il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, nel testo precedente la modifica introdotta dal D.L. n. 112 del 2008 (convertito nella L. n. 133 del 2008) che ha precisato come l’apposizione del termine può attenere anche all'”ordinaria attività del datore di lavoro”, deve ritenersi corretta la valutazione effettuata dalla Corte distrettuale in quanto conforme al consolidato orientamento di questa Corte. Invero, l’apposizione di un termine al contratto di lavoro, consentita dal D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1, a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, impone che esse devono risultare specificate, a pena di inefficacia, in apposito atto scritto (nel medesimo contratto), obbligando il datore di lavoro ad indicare in modo circostanziato e puntuale, al fine di assicurare la trasparenza e la veridicità di tali ragioni, nonchè l’immodificabilità delle stesse nel corso del rapporto, le circostanze che contraddistinguono una particolare attività e che rendono conforme alle esigenze del datore di lavoro, nell’ambito di un determinato contesto aziendale, la prestazione a tempo determinato, sì da rendere evidente la specifica connessione tra la durata solo temporanea della prestazione e le esigenze produttive ed organizzative che la stessa sia chiamata a realizzare e la utilizzazione del lavoratore assunto esclusivamente nell’ambito della specifica ragione indicata ed in stretto collegamento con la stessa (cfr. Cass. n. 20201 del 2017, Cass. n. 20113 del 2017, Cass. n. 208 del 2015, Cass. n. 10033 del 2010, Cass. n. 2279 del 10). Anche laddove tale obbligo di forma, ad evidente rilievo sostanziale, sia stato rispettato, graverà comunque sul datore di lavoro, in caso di contestazione, dimostrare la sussistenza delle ragioni di assunzione indicate nel contratto (Cass. n. 208 del 2015). Con particolare riguardo alla società controricorrente (RAI), questa Corte ha ritenuto generiche le causali che contenevano solamente l’indicazione che i contratti erano stipulati per “ragioni di carattere produttivo consistenti nella partecipazione alla realizzazione del programma dal titolo provvisorio” (cfr., da ultimo, Cass. n. 17064 del 2015, Cass. n. 20201 del 2017, Cass. n. 20113 del 2017).

Diversamente dai precedenti giurisprudenziali innanzi indicati, nei contratti oggetto di disamina, l’onere di specificazione delle ragioni di ricorso ai contratti a tempo determinato è stato assolto mediante indicazione puntuale della particolare attività richiesta al lavoratore, attività conforme alle esigenze del datore di lavoro, nell’ambito del determinato contesto aziendale rappresentato dalla produzione televisiva anche con lo strumento di Internet.

Infine, la censura concernente l’omissione di elementi probatori in ordine agli ultimi tre contratti a tempo determinato oltre che infondata (come si evince dal tenore della sentenza impugnata, sopra riportato) risulta, prima di tutto, prospettata con modalità non conformi al principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, secondo cui parte ricorrente avrebbe dovuto, quantomeno, trascrivere nel ricorso il contenuto dei verbali di udienza con le deposizioni dei testimoni, fornendo al contempo alla Corte elementi sicuri per consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali, potendosi solo così ritenere assolto il duplice onere, rispettivamente previsto a presidio del suddetto principio dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.

10. Il terzo motivo è infondato.

Risulta effettivamente l’omessa pronuncia del giudice di merito in ordine all’eccezione, riproposta come motivo di appello, di violazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 5, comma 3, ma risulta pacifico tra le parti (nonchè indicato espressamente dalla sentenza impugnata) che il secondo contratto a tempo determinato è cessato il 31.12.2006 ed il terzo è stato stipulato il 22.1.2007, dunque oltre il termine di venti giorni previsti dalla norma invocata quale termine minimo per il rinnovo di un contratto a termine.

Secondo l’orientamento di questa Corte (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 2313 del 2010; 11659 del 2012; 15112 del 2013; 28663 del 2013; 21257 del 2014; 23989 del 2014, 13609 del 2015), alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo, ai sensi dell’art. 111 Cost., nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale art. 384 c.p.c., ispirata a tali principi, una volta verificata l’omessa pronuncia su un motivo di appello, la Corte di cassazione può omettere la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel merito allorquando la questione di diritto posta con il suddetto motivo risulti infondata, di modo che la pronuncia da rendere viene a confermare il dispositivo della sentenza di appello (determinando l’inutilità di un ritorno della causa in fase di merito), sempre che si tratti di questione che non richiede ulteriori accertamenti di fatto.

Tale principio trova quindi applicazione nel caso di specie in relazione a questo terzo motivo, essendo il dispositivo della sentenza impugnata, per le ragioni innanzi esposte, conforme a diritto e non essendo necessari accertamenti di fatto.

L’accenno contenuto nel motivo di appello alla sentenza della Corte di giustizia Europea del 2006 (causa 212-2004, Adeneler) non risulta attinente al caso di specie nel quale – a differenza dell’ordinamento greco che consentiva, per un determinato lasso di tempo, la stipulazione di contratti a tempo determinato senza apposizione di causale – i contratti sono tutti giustificati (come richiesto dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1) dalla ricorrenza di “fattori oggettivi relativi alle caratteristiche dell’attività interessata e alle condizioni del suo esercizio” (considerando n. 72 della sentenza della Corte di giustizia Europea), e ciò consente di evitare il rischio di un ricorso abusivo a tale tipo di contratti.

11. Alla luce delle considerazioni svolte il ricorso si rivela infondato e deve essere respinto.

12. Le spese del presente giudizio, per il principio di soccombenza, sono poste a carico del ricorrente e vengono liquidate come in dispositivo.

13. Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione ai procedimenti di impugnazione iniziati in data successiva al 30.1.2013, quale quello in esame (Cass. n. 22035 del 17/10/2014; Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014 e numerose successive conformi).

PQM

La Corte respinge il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi e in Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 15 gennaio 2019

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