Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8376 del 29/04/2020

Cassazione civile sez. III, 29/04/2020, (ud. 31/10/2019, dep. 29/04/2020), n.8376

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. DE STEFANO Francesco – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16158/2016 proposto da:

S.A.A., SI.LU., P.A.,

PU.FI.FR., D.L.S., PE.AN.,

B.M., C.C., T.M., P.F.,

G.G., F.S., I.N.S., PO.SA.,

CA.FR., C.D.G.M., D.N.G.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA FLAMINIA, 135, presso lo

studio dell’avvocato MAURIZIO MONTERISI, rappresentati e difesi

dall’avvocato AMERIGO MAGGI;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO ISTRUZIONE

UNIVERSITA’ RICERCA (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

li rappresenta e difende;

– controricorrente –

nonchè da

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO ISTRUZIONE

UNIVERSITA’ RICERCA (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

nonchè da

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO ISTRUZIONE

UNIVERSITA’ RICERCA (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

nonchè da

N.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CCSSERIA 2

presso lo studio dell’avvocato ALFREDO PLACIDI, rappresentato e

difeso dall’avvocato MARIA LORETA ANTONIA PETROCELLI;

– ricorrente –

avverso la sentenza n. 1076/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 18/02/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

31/10/2019 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. L’esposizione dei fatti di causa sarà limitata alle sole circostanze ancora rilevanti in questa sede.

Nel 2008 gli odierni ricorrenti principali (ad eccezione di P.F., P.A. e D.L.S., eredi dell’originario attore e loro dante causa Pe.An.), nonchè il ricorrente incidentale N.V., unitamente ad altre ventidue persone, convennero dinanzi al Tribunale di Roma la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il ministero dell’Università e della ricerca scientifica, esponendo che:

-) dopo avere conseguito la laurea in medicina, si erano iscritti ad una scuola di specializzazione;

-) durante il periodo di specializzazione non avevano percepito alcuna remunerazione o compenso da parte della scuola stessa;

-) le direttive comunitarie n. 75/362/CEE e 75/363/CEE, così come modificate dalla Direttiva 82/76/CEE, avevano imposto agli Stati membri di prevedere che ai frequentanti le scuole di specializzazione fosse corrisposta una adeguata retribuzione;

-) l’Italia aveva dato tardiva e parziale attuazione a tali direttive solo con la L. 8 agosto 1991, n. 257.

Conclusero pertanto chiedendo la condanna delle amministrazioni convenute al risarcimento del danno sofferto in conseguenza della tardiva attuazione delle suddette direttive.

2. Con sentenza n. 16774 del 2010 il tribunale rigettò la domanda, ritenendo prescritto il diritto.

La torte d’appello di Roma, adita dai soccombenti, con sentenza 18 febbraio 2016 n. 1076 rigettò l’eccezione di prescrizione, ma ritenne comunque infondata la domanda proposta dagli odierni ricorrenti, sul presupposto che le specializzazioni da essi conseguite non trovavano corrispondenza in quelle impartite in almeno altri due Paesi dell’unione Europea.

La Corte d’appello ritenne, in particolare, che non avessero diritto ad alcun risarcimento coloro, come gli odierni ricorrenti, che avevano conseguito il diploma di specializzazione in:

-) psicologia con indirizzo medico;

-) patologia della riproduzione umana;

-) scienza dell’alimentazione;

-) criminologia clinica in psichiatria forense;

-) analisi cliniche e di laboratorio;

-) fisiopatologia e fisiokinesiterapia respiratoria;

-) medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica;

-) medicina dello sport;

-) oncologia;

-) igiene e medicina preventiva.

3. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione:

a) in via principale, dai sedici soggetti indicati in epigrafe, con ricorso fondato su sette motivi;

b) in via incidentale, dalla presidenza del consiglio dei ministri, la quale ha proposto due ricorsi incidentali di identico contenuto fondati su un motivo;

c) sempre in via incidentale, da N.V., il quale ha proposto ricorso incidentale fondato su un motivo.

La presidenza del Consiglio dei Ministri ha resistito con controricorso al ricorso incidentale di N.V., del quale ha eccepito l’inammissibilità per genericità.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Riunione dei ricorsi.

1.1. Il ricorso principale e quelli incidentali devono essere preliminarmente riuniti, in quanto proposti avverso la medesima sentenza.

2. Il primo motivo del ricorso principale.

2.1. Col primo motivo del ricorso principale i ricorrenti formulano due censure.

Con una prima censura lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, un vizio di ultrapetizione.

Sostengono che la corte d’appello ha rilevato d’ufficio la circostanza della non equipollenza tra le specializzazioni da essi conseguite, e quelle comuni ad almeno due Paesi dell’unione Europea, senza che la Presidenza del Consiglio dei Ministri avesse mai sollevato la relativa eccezione, nè in primo grado, nè in appello.

Con una seconda censura i ricorrenti principali lamentano che la equipollenza di fatto tra le specializzazioni tra loro conseguite e quelle comuni ad almeno due Stati membri dell’unione Europea non era stata “specificamente contestata dalle amministrazioni convenute”, con la conseguenza che essa si doveva ritenere dimostrata, ai sensi dell’art. 115 c.p.c..

Con una terza censura, infine, i ricorrenti lamentano che in ogni caso la Corte d’appello si è pronunciata sulla eccezione di non equipollenza senza previamente sottoporre alle parti la relativa questione, in violazione dell’art. 101 c.p.c..

2.2. La prima delle suesposte censure è infondata.

E’ principio generale del nostro ordinamento processuale che siano rilevabili d’ufficio tutte le eccezioni che la legge non riservi espressamente all’iniziativa di parte (così già la fondamentale decisione pronunciata da Sez. U, Sentenza n. 1099 del 03/02/1998, in motivazione; principio ribadito ancora di recente da Sez. U, Ordinanza interlocutoria n. 10531 del 07/05/2013).

A questo principio non sfugge l’eccezione di “equipollenza” tra il diploma di specializzazione conseguito in Italia dagli odierni ricorrenti, e quelli previsti da almeno altri due Stati dell’Unione Europea.

Tale eccezione, infatti, ha ad oggetto un fatto estintivo della pretesa attorea, e cioè la mancanza di nesso causale tra l’inadempimento dello stato ed il danno (sul presupposto che, quand’anche vi fosse stato un tempestivo recepimento della direttiva, lo Stato non era però obbligato a prevedere una adeguata remunerazione anche per le scuole di specializzazione prescelte dai ricorrenti).

Nè, nel caso di specie, si verificarono preclusioni processuali o vi fu, da parte della Corte d’appello, violazione dell’art. 345 c.p.c.: infatti il primo grado di giudizio si concluse con una pronuncia di prescrizione, con la conseguenza che la questione della equipollenza era rimasta assorbita. Legittimamente, pertanto, la Corte d’appello potè rilevarla per la prima volta in grado di appello.

2.2. La seconda delle suesposte censure (con la quale i ricorrenti principali lamentano la violazione, da parte della Corte d’appello, del principio di non contestazione) è infondata.

Va premesso in punto di diritto che già molto tempo prima della riforma dell’art. 115 c.p.c., che ha formalmente introdotto nel nostro ordinamento il principio di “non contestazione” (secondo cui il giudice deve porre a fondamento della decisione i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita), questa Corte era pervenuta per via interpretativa all’affermazione di analogo principio: dapprima con riferimento al rito del lavoro (Sez. U., Sentenza n. 761 del 23/01/2002; Sez. U., Sentenza n. 11353 del 17/06/2004), quindi con riferimento al rito ordinario (ex multis, Sez. 3, Sentenza n. 2299 del 06/02/2004; Sez. 1, Sentenza n. 6936 del 08/04/2004; Sez. 3, Sentenza n. 18202 del 03/07/2008; Sez. 3, Sentenza n. 13079 del 21/05/2008; Sez. 3, Sentenza n. 5:356 del 05/03/2009; Sez. 1, Sentenza n. 25516 del 16/12/2010; Sez. 3, Sentenza n. 10860 del 18/05/2011; Sez. 3, Sentenza n. 3727 del 09/03/2012; Sez. 6-1, Ordinanza n. 20870 del 11/09/2013; Sez. 3, Sentenza n. 19896 del 06/10/2015; Sez. 2, Ordinanza n. 22701 del 28/09/2017).

Questo principio, prima che fosse riformato l’art. 115 c.p.c., veniva fondato sulla lettera dell’art. 167 c.p.c.: tale previsione infatti impone al convenuto di prendere posizione nella comparsa di risposta sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, e da tale regola si trasse la conseguenza che la mancata contestazione, a fronte di un onere esplicitamente imposto dal dettato legislativo, costituisce di per sè adozione d’una condotta incompatibile con la negazione del fatto costitutivo della domanda, la cui prova diviene perciò inutile.

2.3. Ovvio corollario dell’onere di contestazione è che la contestazione sia chiara e specifica. La contestazione, infatti, serve a mettere l’attore prima, ed il giudice poi, in condizione di sapere quali siano i fatti controversi (che quindi dovranno essere provati), e quali invece incontroversi, come tali esclusi dal thema probandum.

Se, invece, fosse sufficiente una contestazione generica e di stile per costringere l’attore a provare tutti i fatti costitutivi della domanda, si finirebbe per negare in pratica la regola che viene ammessa in teoria: e cioè l’onere di contestazione tempestiva (sono parole di Sez. 3, Sentenza n. 10860 del 18/05/2011; nello stesso senso, Sez. 3, Sentenza n. 19896 del 06/10/2015; Sez. 3, Sentenza n. 6094 del 26/03/2015, in motivazione; Sez. 3, Sentenza n. 13079 del 21/05/2008).

Tuttavia anche l’onere di analitica contestazione dei fatti dedotti dall’attore non è senza eccezioni: esso, infatti, viene meno quando l’attore, per primo, si sottragga all’onere di analitica allegazione dei fatti posti a fondamento della domanda.

L’onere di contribuire alla fissazione del thema decidendum e, di conseguenza, del thema probandum, opera infatti identicamente rispetto all’una o all’altra delle parti in causa, sicchè, a fronte di una generica deduzione da parte del ricorrente, la difesa della parte resistente non può che essere per forza di cose altrettanto generica, ed in questo caso la genericità della difesa non solleva affatto l’attore dai suoi oneri probatori (Sez. 3, Sentenza n. 21075 del 19/10/2016).

Vanno quindi, ribaditi seguenti principi:

(a) se l’allegazione attorea è specifica, e la contestazione del convenuto manca od è generica, l’attore è sollevato dall’onere di provare i fatti allegati e genericamente contestati;

(b) se l’allegazione attorea è specifica, e la contestazione del convenuto è altrettanto specifica, l’attore ha l’onere di provare i fatti allegati;

(c) se l’allegazione attorea è generica (e sempre che tale genericità non comporti la nullità della citazione, ai sensi dell’art. 164 c.p.c.), e la contestazione del convenuto è altrettanto generica, l’attore ha l’onere di provare i fatti allegati;

(d) se l’allegazione attorea è generica, e la contestazione del convenuto è specifica (il che non può teoricamente escludersi), l’attore

ha non solo l’onere di provare i fatti allegati, ma – prima ancora – quello di contestare analiticamente i fatti dedotti dal convenuto, che altrimenti dovranno darsi per ammessi (per tutti e quattro questi principi si vedano già Sez. 3-, Ordinanza n. 11252 del 10/05/2018 e Sez. 3, Ordinanza n. 19340 del 03/08/2017).

2.4. Applicando dunque i suddetti principi al caso di specie, è agevole rilevare come nessuno degli odierni ricorrenti, nell’atto introduttivo del giudizio, assolse in modo analitico ed esaustivo l’onere di indicare se, e per quali ragioni di fatto, la specializzazione da essi rispettivamente conseguite fosse da ritenersi equipollente a quelle previste da almeno due Stati membri dell’Unione Europea.

Le specializzazioni conseguite dai ricorrenti, tuttavia, non coincidevano formalmente con alcuna di quelle previste dalle direttive comunitarie n. 75/362/CEE e 75/363/CEE, così come modificate dalla Direttiva 82/76/CEE.

In tale ipotesi (non coincidenza tra specializzazione conseguita e discipline previste dalle suddette direttive comunitarie) questa Corte ha già da tempo stabilito che l’onere di allegazione dei fatti da parte di chi domandi il risarcimento del danno derivato dalla tardiva attuazione in Italia delle suddette direttive deve essere assolto in modo preciso e dettagliato, e solo quando sia stato assolto tale onere, sorge per l’amministrazione convenuta l’onere di contestazione della equipollenza tra la specializzazione conseguita in Italia e quelle comuni ad almeno due Stati membri (Sentenza n. 23199 del 15/11/2016).

2.3. Anche la terza delle censure contenute nel primo motivo di ricorso principale (con la quale, come accennato, i ricorrenti principali lamentano la violazione dell’art. 101 c.p.c., per non avere la Corte d’appello segnalato alle parti la questione sulla quale ha poi fondato la propria sentenza) è infondata, per due distinte ragioni.

La prima ragione è che, essendo il presente giudizio iniziato nel 2008, ad esso non s’applica dell’art. 101 c.p.c., comma 2, il quale è stato introdotto dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45, comma 13 e per espressa previsione dell’art. 58, comma 1, della suddetta legge, si applica ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore, e quindi dopo il 4 luglio 2009.

La seconda ragione è che nel presente giudizio, per quanto detto supra, ai p.p. 2.2 e ss., non operò in primo grado il principio di non contestazione, a causa della genericità delle allegazioni attoree sul punto della equipollenza tra i diplomi di specializzazione conseguiti dagli odierni ricorrenti, e quelli previsti da almeno due Stati membri dell’Unione Europea.

L’onere di allegare i fatti dimostrativi della pretesa, pertanto, a causa del mancato operare del principio di non contestazione, restava a carico degli originari attori. Tuttavia, non avendo costoro assolto a quell’onere, nè chiesto di assolverlo in primo grado, ovviamente in appello restava loro preclusa la possibilità di allegare e provare fatti non provati in primo grado.

La questione della “equipollenza” già più volte ricordata, tuttavia, è una questione mista, di fatto e diritto. E’ di diritto, perchè l’equipollenza è richiesta dall’ordinamento comunitario quale presupposto affinchè sorga l’obbligo degli stati membri di prevedere una adeguata remunerazioni in favore di chi frequenti un scuola di specializzazione; è, tuttavia, anche di fatto, poichè l’equipollenza tra i titoli accademici rilasciati in Italia e quelli comuni ad almeno due Stati membri va accertata non nominalmente, ma in base ai contenuti dei rispettivi insegnamenti: indagine, quest’ultima, che ovviamente impone la dimostrazione dei contenuti oggettivi dell’insegnamenti impartito nelle scuole di specializzazione che si assumono “equipollenti”.

Pertanto nel presente giudizio non vi era, in appello, la necessità di sottoporre alle parti la suddetta questione: in appello, infatti, non possono come noto chiedersi nuove prove, e dunque nulla avrebbero potuto dimostrare gli odierni ricorrenti circa il fondamento di fatto della invocata equipollenza.

3. I motivi dal secondo al sesto del ricorso principale.

3.1. I motivi dal secondo al sesto del ricorso principale possono essere esaminati congiuntamente, perchè hanno una struttura identica.

In tutti questi motivi i ricorrenti di volta in volta interessati lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, che la Corte d’appello avrebbe violato il D.M. 30 gennaio 1998, il quale stabiliva l’equipollenza tra le specializzazioni da essi rispettivamente conseguite, e le specializzazioni incluse nelle previsioni delle direttive comunitarie sopra ricordate.

3.2. Tutti i suddetti motivi sono infondati.

Il D.M. 30 gennaio 1998, è norma che non viene in rilievo nel presente giudizio.

Esso, infatti, non si occupa di, nè stabilisce alcuna equipollenza tra, le specializzazioni previste dall’ordinamento interno e quelle indicate nelle direttive comunitarie, ma disciplina unicamente l’equipollenza tra le specializzazioni interne ai fini della partecipazione ai concorsi banditi dalle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere, per l’attribuzione della qualifica di dirigente.

L’art. 1 di tale decreto infatti esordisce con un complemento di scopo, che delimita l’ambito applicativo della norma: “ai fini della valutazione dei servizi prestati e delle specializzazioni possedute per l’accesso alla direzione sanitaria aziendale e per l’accesso al secondo livello dirigenziale per le categorie professionali dei medici, veterinari, farmacisti, odontoiatri, biologi, chimici, fisici e psicologi si fa riferimento rispettivamente alle tabelle “A” e “8” allegate al presente decreto di cui fanno parte integrante”.

Pertanto la circostanza che nel suddetto D.M. la specializzazione – ad esempio – in chirurgia d’urgenza sia equiparata, al fine della nomina a dirigente sanitario, alla specializzazione in medicina interna, non vuol dire affatto che l’una e l’altra specializzazione siano “equipollenti” per i fini di cui all’art. 7 della Direttiva 362/75/CEE.

Una disciplina, dunque, del tutto irrilevante ai fini del nostro problema, come già ritenuto da questa Corte (Sez. 3 -, Ordinanza n. 20303 del 26/07/2019; Sez. 3, Ordinanza n. 1058 del 17.1.2019).

4. Il ricorso incidentale della Presidenza del Consiglio.

4.1. L’unico motivo del ricorso incidentale proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri contiene due censure.

Con una prima censura l’amministrazione lamenta che la Corte d’appello abbia accolto la domanda di diciannove degli originari attori, iscritti alla scuola di specializzazione “anteriormente al 1 gennaio 1983”.

Con una seconda censura la presidenza del Consiglio lamenta che erroneamente sia stata accolta la domanda di quattro degli originari attori, i quali avevano conseguito specializzazioni prive del carattere della equipollenza, e cioè:

-) To.Sa., specializzato in medicina nucleare;

-) Co.Ro., specializzata in igiene e medicina preventiva;

-) Fa.Mi., specializzato in medicina nucleare;

-) L.L., specializzato in oncologia.

4.2. Premesso che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il risarcimento del danno da tardiva attuazione delle direttive comunitarie spetta a tutti coloro che si sono iscritti a scuole di specializzazione nel corso dell’anno 1982 (ex permultis, Sez. 3 -, Ordinanza n. 13759 del 31/05/2018, Rv. 649045-01), ambedue le suesposte censure sono inammissibili ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

L’amministrazione ricorrente, infatti, in violazione dell’onere imposto dalla norma suddetta a pena di inammissibilità, non indica in alcun punto del proprio ricorso nè da quali atti risulti la data di immatricolazione e la specializzazione conseguita dalle persone indicate alle pagine 4-7 del ricorso incidentale; nè quando e da chi tali atti siano stati prodotti; nè dove siano allegati.

5. Il ricorso incidentale di N.V..

5.1. N.V. ha impugnato per cassazione il capo della sentenza d’appello con il quale è stata rigettata la sua domanda risarcitoria, sul presupposto che la specializzazione da lui conseguita (“patologia della riproduzione umana”) non trovasse riscontro in quelle previste da almeno altri due Paesi dell’unione Europea.

Il ricorrente non denuncia in particolare la violazione di una norma determinata, ma lamenta la “violazione dei principi in materia di reciproco riconoscimento dei diplomi di specializzazione; violazione del principio di parità di trattamento; violazione del principio di equipollenza tra le specializzazioni”.

L’illustrazione del motivo contiene una tesi così riassumibile:

-) il diritto comunitario non esclude affatto che chi abbia ottenuto una specializzazione non comune ad altri Stati membri non possa esercitare l’attività medica in questi: l’unica differenza tra specializzazioni comuni ad almeno due Stati membri, e specializzazioni non comuni, consiste in ciò: che per le prime il riconoscimento è automatico, mentre per le seconde il riconoscimento richiede un provvedimento ad hoc dello Stato ospitante. “Ciò non esclude tuttavia – prosegue il ricorrente – che la formazione comunque avvenuta venga remunerata alla stregua di quanto avviene per le specializzazioni espressamente inserite” nelle previsioni delle direttive comunitarie.

Infine, il ricorrente aggiunge che comunque la specializzazione in patologia della riproduzione umana doveva ritenersi equipollente a quella in ostetricia e ginecologia.

5.2. La prima parte del motivo è manifestamente infondata: l’obbligo per gli Stati membri di prevedere la remunerazione degli iscritti alle scuole di specializzazione sussisteva solo per le scuole comuni ad almeno due Paesi membri.

La seconda parte del motivo è del pari infondata, in virtù di quanto già detto con riferimento al primo motivo del ricorso principale: ovvero che la equipollenza tra la specializzazione conseguita in Italia e quelle previste dalle direttive comunitarie, in quanto questione mista di fatto e diritto, andava allegata e provata nel giudizio di merito.

6. Le spese.

6.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno compensate integramente tra le parti, in considerazione sia della (parziale) soccombenza reciproca, sia delle oscillazioni giurisprudenziale registrate negli anni passati in subiecta materia.

Non sarebbero comunque dovute spese alle parti intimate col ricorso incidentale proposto dall’Avvocatura dello Stato, le quali non hanno proposto un controricorso, ma hanno depositato una memoria del tutto irrituale.

6.2. Il rigetto del ricorso principale e di quello proposto da N.V. costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico dei ricorrenti principali e del ricorrente incidentale N.V. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

Non è invece luogo a provvedere ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17) nei confronti della Presidenza del consiglio, essendo le Amministrazioni dello Stato istituzionalmente esonerate, per valutazione normativa della loro qualità soggettiva, dal materiale versamento del contributo stesso, mediante il meccanismo della prenotazione a debito. (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550-01).

P.Q.M.

la Corte di Cassazione:

(-) riunisce i ricorsi;

(-) rigetta il ricorso principale;

(-) dichiara inammissibile il ricorso incidentale della presidenza del consiglio;

(-) rigetta il ricorso incidentale di N.V.;

(-) compensa integralmente tra tutte le parti le spese del presente giudizio di legittimità;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte dei ricorrenti principali e di N.V. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 31 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2020

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