Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8345 del 24/03/2021

Cassazione civile sez. II, 24/03/2021, (ud. 22/09/2020, dep. 24/03/2021), n.8345

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24309/2019 proposto da:

L.N.A., rappresentato e difeso dall’Avvocato FRANCESCA

VARONE, presso il cui studio a Milano, viale Monte Nero 70,

elettivamente domicilia, per procura speciale in calce al ricorso in

data 22/7/2019;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi

12, domicilia per legge;

– resistente –

avverso il DECRETO n. 5978/2019 del TRIBUNALE DI MILANO, depositato

il 9/7/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

0U3 partecipata del 22/9/2020 dal Consigliere GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il tribunale di Milano, con il decreto in epigrafe, ha respinto il ricorso con il quale L.N.A., nato in (OMISSIS), aveva impugnato il provvedimento di rigetto della domanda di protezione internazionale da lui presentata.

L.N.A. ha chiesto, per quattro motivi, la cassazione del decreto, dichiaratamente notificato il 17/7/2019.

Il Ministero dell’interno ha depositato atto di costituzione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 e la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,3,7 e 8, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha ritenuto che il richiedente non aveva lasciato il suo Paese per ragioni di natura persecutoria.

1.2. Così facendo, però, ha osservato il ricorrente, il Tribunale non ha considerato che il richiedente, con racconto credibile ed attendibile, aveva dichiarato di avere lasciato il Bangladesh per timore di essere ucciso dai cugini per una disputa terriera e dagli usurai, per la mancata restituzione di un prestito divenuto ingentissimo.

1.3. Il motivo è infondato. Le liti tra privati, infatti, non possono essere addotte come causa di persecuzione o danno grave, nell’accezione offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007. Come questa Corte ha già chiarito, si tratta di “vicende private”, estranee al sistema della protezione internazionale, non rientrando nè nelle forme dello status di rifugiato, (art. 2, lett. e), nè nei casi di protezione sussidiaria (art. 2, lett. g), atteso che i c.d. soggetti non statuali possono considerarsi responsabili della persecuzione o del danno grave nel caso in cui lo Stato, i partiti o le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio, comprese le organizzazioni internazionali, non possano o non vogliano fornire protezione contro persecuzioni o danni gravi ma con riferimento ad atti persecutori o danno grave non imputabili ai medesimi soggetti non statuali ma da ricondurre allo Stato o alle organizzazioni collettive di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, lett. b), (Cass. n. 9043 del 2019).

1.4. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando “la nullità della sentenza e del procedimento”, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, nonchè la violazione e la falsa applicazione delle norme del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 7, 8 e 10, la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 3, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha escluso l’illegittimità del provvedimento per la mancata costituzione dell’amministrazione statale convenuta. richiesta dall’art. 35 bis, comma 7 cit. e per la mancata videoregistrazione del colloquio del richiedente nella fase amministrativa, come previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 10 e art. 14, comma 1.

1.5. Il secondo motivo è infondato in entrambe le censure in cui risulta articolato.

1.6. La prima censura è del tutto inammissibile non essendo chiaramente comprensibile la portata della stessa.

1.7. La seconda, invece, è infondata. La mancanza della videoregistrazione dell’audizione del richiedente innanzi alla commissione territoriale, infatti, costituisce di per sè motivo non già di illegittimità del relativo provvedimento (ammesso, peraltro, che rilevi: in un giudizio che non ha per oggetto tale provvedimento ma il diritto d’asilo del richiedente) ma solo dell’obbligo, per il tribunale, di fissare l’udienza per la comparizione innanzi a sè del richiedente: come, in effetti, è accaduto nel caso in esame. Risulta, in effetti, dal decreto impugnato che il tribunale, con decreto del 18/12/2018, ha fissato l’udienza del 5/2/2019 per la comparizione delle parti, e che, a tale udienza, il richiedente era presente, confermando le dichiarazioni rese innanzi alla commissione.

1.8. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando la

violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale, valutando la credibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente, non ha compiuto, nell’adempimento dei suoi obblighi di cooperazione istruttoria, un esame approfondito e comparativo tra le informazioni provenienti dal richiedente e la situazione nelle aree dallo stesso indicate.

1.9. Il motivo è infondato. Il ricorrente, infatti, non si confronta realmente con il decreto impugnato: il quale non ha affatto giudicato inattendibile il racconto del richiedente ma, più semplicemente, ha ritenuto che i fatti narrati dallo stesso non fossero riconducibili nè alla fattispecie legale di persecuzione di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 6 e segg., nè alle ipotesi previste dal cit. D.Lgs. n. 251, art. 14.

1.10. Con il quarto motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale non ha valutato la situazione esistente in Bangladesh sulla base dei report e dell’omessa attività istruttoria sopra indicata.

1.11. Nello stesso motivo, il ricorrente, lamentando la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha negato la protezione umanitaria senza procedere ad un’autonoma valutazione delle condizioni che giustificano tale misura ed omettendo di valutare lo stato di estrema vulnerabilità del richiedente e l’integrazione sociale e lavorativa dallo stesso raggiunta lavorando come addetto alle pulizie.

1.12. Il motivo è infondato in entrambe le censure in cui risulta articolato.

1.13. Quanto alla prima, come questa Corte ha più volte affermato (cfr. le ordinanze n. 13449 del 2019, n. 13450 del 2019, n. 13451 del 2019 e n. 13452 del 2019), il giudice di merito, nel fare riferimento alle cd. fonti privilegiate di cui del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve indicare la fonte in concreto utilizzata nonchè il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità dell’informazione predetta rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione. Nel caso di specie, la decisione impugnata soddisfa i suindicati requisiti, posto che la stessa ha indicato la fonte in concreto utilizzata ed il contenuto delle notizie sulla condizione del Paese tratte da detta fonte. Ed è noto che, in tema di protezione internazionale, ai fini della dimostrazione della violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, il ricorrente ha il dovere, inadempiuto nel caso di specie, di indicare in modo specifico gli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, con il preciso richiamo, anche testuale, alle fonti di prova proposte, alternative o successive rispetto a quelle utilizzate dal giudice di merito, in modo da consentire alla Suprema Corte l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria (cfr. Cass. n. 26728 del 2019).

1.14. Quanto alla seconda, rileva la Corte che la protezione umanitaria è una misura atipica e residuale nel senso che essa copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (Cass. 5358 del 2019; Cass. n. 23604 del 2017). I seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi internazionali o costituzionali, cui il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, subordina il riconoscimento allo straniero del diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, pur non essendo definiti dal legislatore, prima dell’intervento attuato con il D.L. n. 113 del 2018, erano accumunati dal fine di tutelare situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili (Cass. n. 4455 del 2018). Nel caso di specie, il tribunale ha rigettato la domanda di protezione umanitaria proposta dal ricorrente rilevando, in sostanza, che il richiedente non presenta una situazione di effettiva vulnerabilità personale che potesse giustificare la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Si tratta, com’è evidente, di un accertamento in fatto che, in quanto tale, può essere denunciato, in sede di legittimità, solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 e cioè per omesso esame di una o più circostanze la cui considerazione avrebbe consentito, secondo parametri di elevata probabilità logica, una ricostruzione dell’accaduto idonea ad integrare gli estremi della fattispecie rivendicata. Nel caso di specie, però, ciò non è accaduto: il ricorrente, infatti, pur avendone l’onere (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), non ha specificamente indicato i fatti, principali ovvero secondari, il cui esame, ancorchè dedotti in giudizio, sia stato del tutto omesso dal giudice di merito, nè, infine, la loro decisività ai fini di una differente pronuncia a lui favorevole. D’altra parte, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 (applicabile ratione temporis: cfr. Cass. SU n. 29459 del 2019), al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass. n. 4455 del 2018). Tale comparazione presuppone, pertanto, un livello d’integrazione sociale nel Paese di accoglienza la quale, però, non può dipendere – come giustamente affermato dal tribunale – dal solo svolgimento in quest’ultimo di un’attività lavorativa, in difetto di qualsiasi altro elemento di valutazione, che il ricorrente non dimostra di aver dedotto nel giudizio di merito (cfr. Cass. n. 8367 del 2020).

1.15. I motivi articolati in ricorso si rivelano, in definitiva, del tutto infondati. Peraltro, poichè il giudice di merito ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di legittimità, senza che il ricorrente abbia offerto ragioni sufficienti per mutare tali orientamenti, il ricorso, a norma dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, è manifestamente inammissibile.

1.16. Nulla per le spese in difetto di una reale attività difensiva da parte del ministero resistente.

1.17. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte così provvede: dichiara l’inammissibilità del ricorso; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2021

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