Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8345 del 12/04/2011

Cassazione civile sez. lav., 12/04/2011, (ud. 20/12/2010, dep. 12/04/2011), n.8345

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. CURCURUTO Filippo – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.F.R., elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA VAL MAGGIA 32, presso lo studio dell’avvocato DE CATALDO

PIERFRANCESCO, rappresentato e difeso dall’avvocato ABBASCIA’

MAURIZIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

CAVAGRANDE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ORTI DELLA FARNESINA 155,

presso lo studio dell’avvocato ZHARA BUDA CLAUDIA, rappresentata e

difesa dall’avvocato ROMEO CARMELO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 98/2006 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 20/05/2006 r.g.n. 1346/03 + 1;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/12/2010 dal Consigliere Dott. FILIPPO CURCURUTO;

udito l’Avvocato GABRIELA FEDERICO per delega MAURIZIO ABBASCIA’;

udito l’Avvocato ROMEO CARMELO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DESTRO Carlo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

La Corte d’Appello di Catania, con sentenza pubblicata il 26 gennaio 2006, rigettando l’appello, ha confermato la sentenza di primo grado che aveva accertato che tra B.F. e la Acquarossa S.p.A. (poi Cavagrande S.p.A.) era intercorso un rapporto di lavoro subordinato dal maggio 1990 anziche’, come richiesto dal B., dall’agosto 1981, aveva negato al B. la qualifica di primo livello super quadro, aveva accolto la domanda riconvenzionale della Cavagrande S.p.A., condannando il B. al risarcimento dei danni per l’ammanco di circa 350.000 pezzi di prodotto finito nell’anno 1996, non aveva considerato ostativa alla prosecuzione del giudizio in sede civile la intervenuta costituzione di parte civile nel giudizio penale pendente contro il B..

La Corte d’Appello ha messo in rilievo che il B. aveva ricoperto la carica di amministratore unico della societa’ nel periodo 1 febbraio 1987 – 16 aprile 1990 e che in precedenza amministratore della societa’ era stato il di lui fratello B.E.. Ha ritenuto che la carica sociale impedisse la configurabilita’ di un rapporto di lavoro subordinato e che in ogni caso mancava la prova che nel periodo in cui l’appellante aveva rivestito tale carica avesse reso una prestazione lavorativa quale sottoposto al potere direttivo e disciplinare della societa’, non rilevando in senso contrario la documentazione relativa alle denunzie previdenziali e alle buste paga. Per il periodo anteriore ha valorizzato invece il rapporto di parentela con l’amministratore unico dell’epoca, osservando che in tale situazione sarebbe stata necessaria una prova rigorosa della subordinazione lavorativa.

Circa la qualifica la Corte di merito ha poi osservato che, in base alla declaratoria contrattuale, caratteristica del primo livello super quadro e’ lo svolgimento di funzioni direttive con esercizio di poteri discrezionali e di’ iniziativa per il raggiungimento degli obiettivi generali dell’azienda ed ha ritenuto che la generica affermazione dei testi secondo cui il B. era il responsabile dello stabilimento non valeva a dar fondamento alla domanda di qualifica superiore non essendo stato accertato quali fossero tali effettivi poteri ed avendo del resto lo stesso B. dichiarato di essere responsabile delle operazioni di carico e scarico e di non occuparsi dei documenti fiscali, cosi’ facendo emergere un compito limitato ad un solo settore aziendale, circostanza rispetto alla quale doveva considerarsi irrilevante il suo esonero dalla timbratura dei cartellini marca tempo.

Circa la condanna al risarcimento del danno la Corte territoriale ha innanzitutto notato che il B. non aveva opposto alcuna contestazione circa i fatti costitutivi della domanda riconvenzionale della societa’, ha messo in rilievo come l’ammontare delle perdite di prodotto costituisse una percentuale della produzione di tale entita’ da non poter essere attribuita- come sostenuto dal B. – ad eventi fortuiti o imprevedibili quali lo strido di produzione o di stoccaggio, ha ulteriormente rilevato che la documentazione relativa ai buoni di consegna allegati dal B. al fine di scagionarsi si era rivelata non coincidente con gli originali custoditi presso la societa’, ed ha comunque sottolineato che il B., per sua stessa ammissione, era l’unico responsabile dello stabilimento di (OMISSIS) addetto alle operazioni di carico e scarico. In conclusione, secondo il giudice di merito era provato l’inadempimento del B. nel non riscontrare un ammanco cosi’ rilevante mentre erano rimasti privi di riscontro i suoi assunti difensivi, sicche’ doveva ritenersi violato da parte sua il dovere di diligenza stabilito dall’art. 2104 c.c.. Quanto al trasferimento in sede penale dell’azione civile la Corte d’appello ha osservato che il procedimento penale nei confronti del B. si era concluso con sentenza assolutoria del 2002, che comunque l’azione civile proposta dallo stesso e la riconvenzionale nell’ambito del procedimento civile non avevano riguardato i medesimi fatti posti a fondamento del rinvio a giudizio, che non vi era rischio di duplicazione di condanna al risarcimento dei danni a carico del B. essendo la sentenza penale assolutoria; che comunque nessuna questione in ordine all’applicazione dell’art. 75 c.p.p. era stata sollevata nell’ambito del giudizio di primo grado, conclusosi con la sentenza del 2001, mentre la costituzione di parte civile nel procedimento penale era avvenuta all’udienza dibattimentale del 17 gennaio 2003.

B.F. chiede che la cassazione di questa sentenza con quattro motivi di ricorso. La parte intimata resiste con controricorso ed ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il primo motivo di ricorso denunzia omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della causa con riferimento alla statuizione della sentenza che ha negato la subordinazione lavorativa anche per il periodo anteriore a quello in cui il B. aveva assunto la carica di amministratore unico della societa’, valorizzando a tal fine lo stretto rapporto di parentela con l’amministratore della stessa in quel periodo.

Il ricorso, avendo ad oggetto una sentenza pubblicata mediante deposito in data successiva al 2 marzo 2006, e’ soggetto alle regole dell’art. 366 bis c.p.c..

L’art. 366 bis e’ stato abrogato dalla L. n. 69 del 2009, art. 47 (riforma rito civile) ma senza effetto retroattivo, motivo per cui e’ rimasto in vigore per i ricorsi per cassazione presentati avverso sentenze pubblicate prima del 4 luglio 2009, data di entrata in vigore della riforma (Cass. 428/2010, che in applicazione del suesposto principio, ha respinto il ricorso di un lavoratore che aveva impugnato il suo licenziamento perche’ nella formulazione dei motivi, in sede di legittimita’, difettava una sintesi idonea a circoscrivere i fatti controversi ed i vizi logici della motivazione come richiesto dall’art. 366 bis c.p.c.).

Nei ricorsi avverso provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed impugnati per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, poiche’ secondo l’art. 366 bis cod. proc. civ., introdotto dalla riforma, nel caso previsto dall’art. 360 cod. proc. civ., n. 5 l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilita’, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, la relativa censura deve contenere, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilita’.

(Cass. Sez. Un., 20603/2007).

Il motivo non soddisfa a tale requisito sicche’ la relativa censura e’ inammissibile.

Con il secondo motivo di ricorso e’ denunziata ancora omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo della causa nonche’ violazione e falsa applicazione del contratto collettivo di lavoro 5 giugno 1999 del settore alimentare industria.

Il motivo si conclude con il seguente quesito: la declaratoria relativa al primo livello super quadro e’ contenuta nel C.C.N.L. alimentare industria 5 giugno 1999 vale ad individuare le caratteristiche le mansioni svolte dai lavoratori che assurgono la carica di dirigente all’interno dell’azienda. Si addebita la sentenza impugnata di aver respinto la domanda di qualifica di primo livello super quadro del C.C.N.L. per i lavori per i lavoratori dipendenti da esercenti l’industria delle acque ed affini, facendo confusione fra la qualifica, non dirigenziale, oggetto della domanda e la qualifica dirigenziale, e motivando il diniego con riferimento all’assenza, nelle mansioni del B., delle caratteristiche dirigenziali.

Il motivo sarebbe inammissibile per la mancata indicazione degli atti e documenti sui quali esso si fonda. Va pero’ preliminarmente rivelata la sussistenza di una causa di improcedibilita’ per la mancata produzione integrale dello stesso contratto collettivo, la cui lettura deve essere fatta direttamente da questa Corte.

Infatti, risolvendo un contrasto di giurisprudenza le Sezioni unite di questa Corte hanno stabilito che l’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, nella parte in cui onera il ricorrente (principale od incidentale), a pena di improcedibilita’ del ricorso, di depositare i contratti od accordi collettivi di diritto privato sui quali il ricorso si fonda, va interpretato nel senso che, ove il ricorrente impugni, con ricorso immediato per cassazione ai sensi dell’art. 420 bis c.p.c., comma 2, la sentenza che abbia deciso in via pregiudiziale una questione concernente l’efficacia, la validita’ o l’interpretazione delle clausole di un contratto od accordo collettivo nazionale, ovvero denunci, con ricorso ordinario, la violazione o falsa applicazione di norme dei contratti ed accordi collettivi nazionali di lavoro ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 2), il deposito suddetto deve avere ad oggetto non solo l’estratto recante le singole disposizioni collettive invocate nel ricorso, ma l’integrale testo del contratto od accordo collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni, rispondendo tale adempimento alla funzione nomofilattica assegnata alla Corte di cassazione nell’esercizio del sindacato di legittimita’ sull’interpretazione della contrattazione collettiva di livello nazionale. Ove, poi, la Corte ritenga di porre a fondamento della sua decisione una disposizione dell’accordo o contratto collettivo nazionale depositato dal ricorrente diversa da quelle indicate dalla parte, procedendo d’ufficio ad una interpretazione complessiva ex art. 1363 cod. civ. non riconducibile a quanto gia’ dibattuto, trova applicazione, a garanzia dell’effettivita’ del contraddittorio, l’art. 384 c.p.c., comma 3, (nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 12), per cui la Corte riserva la decisione, assegnando con ordinanza al P.M. e alle parti un termine non inferiore a venti giorni e non superiore a sessanta dalla comunicazione per il deposito in cancelleria di osservazioni sulla questione. (Cass. Sez. Un. 20075/2010).

Con il terzo motivo di ricorso e’ denunziata violazione e falsa applicazione dell’art. 2104 c.c. Si censura la sentenza impugnata per aver considerato il B. responsabile dell’ammanco del prodotto, in assenza di prova adeguata e quindi in sostanza a titolo di responsabilita’ oggettiva.

Il motivo si conclude con il seguente quesito: “ai fini del giudizio di responsabilita’ per violazione dell’obbligo di diligenza del lavoratore ai sensi dell’art. 2104 c.c. e’ necessario individuare la condotta colposa che in concreto abbia rappresentato violazione nell’attrarre l’obbligo di diligenza”.

Il motivo pur denunziando formalmente un vizio di violazione di legge chiede in realta’ alla Corte di riesaminare il merito della questione della responsabilita’ per l’ammanco ed e’ quindi inammissibile in questa sede.

Con il quarto motivo e’ denunziata violazione e falsa applicazione dell’art. 75 c.p.p. e si addebita alla sentenza impugnata di non aver tenuto conto dell’avvenuto trasferimento dell’azione civile in sede penale con conseguente tacita rinunzia all’azione stessa e necessita’ di estinzione di ufficio del relativo procedimento.

Il motivo si conclude con il seguente quesito: “essendo rilevabile dagli atti del giudizio civile di secondo grado l’avvenuto trasferimento dell’azione civile in sede penale, successivamente alla pronuncia di sentenza non definitiva, ma antecedentemente alla sentenza di merito di primo grado, l’azione va dichiarata tacitamente rinunciata anche senza l’accettazione dall’altra parte, ed il relativo procedimento estinto d’ufficio, in mancanza di eccezione propria di parte”.

Il motivo e’ infondato.

Il trasferimento dell’azione civile nel processo penale produce di diritto, a norma dell’art. 75 c.p.c., comma 1, la rinuncia dell’attore al giudizio civile, sicche’ il giudice civile deve anche d’ufficio dichiarare l’estinzione del processo, senza che sia necessaria l’accettazione della parte, alla sola condizione che dagli atti risulti l’avvenuto trasferimento, una volta accertata l’identita’ delle due azioni alla stregua dei comuni canoni di identificazione delle azioni: personale, petitum, causa petendi.

(Cass. 7396/2003).

Nel caso di specie il giudice di merito, interpretando la domanda e confrontandola con l’azione trasferita in sede penale ha motivatamente escluso tale identita’ mentre il ricorrente contrappone, inammissibilmente, a tale valutazione una propria valutazione di segno opposto.

Il conclusione, il ricorso deve essere rigettato con condanna del ricorrente alle spese.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso, condanna il ricorrente alle spese in Euro 24,00 oltre ad Euro 3500,00 per onorari, nonche’ IVA, C.P.A. e spese generali.

Così deciso in Roma, il 20 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 aprile 2011

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