Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8293 del 24/03/2021

Cassazione civile sez. trib., 24/03/2021, (ud. 05/11/2020, dep. 24/03/2021), n.8293

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. PAOLITTO Liberato – rel. Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4798-2016 proposto da:

C.C., M.P., R.A., M.A.,

D.C., C.M.R., R.W., elettivamente

domiciliati in ROMA, Piazza Cavour, presso la cancelleria della

Corte di Cassazione, rappresentati e difesi dall’avvocato ROBERTO

GIACOBINA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 692/2015 della COMM. TRIB. REG. di TORINO,

depositata il 06/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/11/2020 dal Consigliere Dott. LIBERATO PAOLITTO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. – con sentenza n. 692/26/15, depositata il 6 luglio 2015, la Commissione tributaria regionale del Piemonte ha rigettato, previa riunione, gli appelli, proposti da C.C., M.P., C.M.R., R.A., R.W., M.A. e D.C., avverso le pronunce di prime cure che, a loro volta, avevano disatteso le impugnazioni di provvedimenti di diniego di rimborso dell’imposta sostitutiva corrisposta ai sensi della L. n. 448 del 2001, art. 7;

– il giudice del gravame, – premesso che il diritto al rimborso presupponeva la duplicazione del tributo (imposta sostitutiva) e, dunque, che la rivalutazione (operata ex art. 7, cit.) riguardasse il medesimo immobile già oggetto di una precedente rivalutazione, – ha rilevato che una siffatta identità non ricorreva nella fattispecie in quanto, – emergendo “Dalla documentazione in atti, … che i fondi oggetto della prima rivalutazione sono stati frazionati. Conseguentemente si sono costituite nuove particelle, alle quali sono state attribuiti nuovi numeri identificativi.”, – alcuno “degli immobili originati dalla soppressione delle originarie particelle coincide con quelli indicati nella seconda relazione peritale.”;

2. – C.C., M.P., C.M.R., R.A., R.W., M.A. e D.C. ricorrono per la cassazione della sentenza sulla base di due motivi;

– resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. – col primo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, i ricorrenti denunciano violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, assumendo che, – a fronte della denunciata duplicazione di imposta, – la gravata sentenza aveva pronunciato sul mero dato formale “della perfetta corrispondenza nominale o meno dei terreni oggetto della prima e della seconda rivalutazione”, senza considerare che, dal frazionamento, era conseguita la mera “ridenominazione dell’immobile”;

– il secondo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, espone la denuncia di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, sull’assunto che, – in ragione dell’approccio valutativo legato al mero dato formale della variazione catastale, – la gravata sentenza aveva omesso di “esaminare e verificare se nei fatti vi fosse una duplicazione dei pagamenti, una doppia imposizione con conseguente diritto al rimborso della relativa quota”;

2. – il primo motivo è destituito di fondamento nella misura in cui il giudice del gravame, come si è anticipato, ha dato conto, – attraverso un accertamento in fatto, – della diversità dei terreni oggetto delle due distinte rivalutazioni, rimarcando che alcuno “degli immobili originati dalla soppressione delle originarie particelle coincide con quelli indicati nella seconda relazione peritale.”; e un siffatto accertamento si sottrae alla censura che i ricorrenti svolgono in termini di violazione di legge, (proprio) perchè, nel rilevato difetto di identità, il giudice del gravame ha correttamente escluso la denunciata duplicazione dell’imposta sostitutiva;

3. – anche il secondo motivo va disatteso;

3.1 – in relazione alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (secondo il cui disposto rileva, ora, l'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”), qual conseguente alla novella di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134 (applicabile nella fattispecie, posto che la gravata sentenza è stata pubblicata in data 6 luglio 2015), la Corte ha già statuito che detta disposizione “deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale ” del sindacato di legittimità sulla motivazione; pertanto, è denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali; tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.”; e si è, in particolare, rilevato che la censura di omesso esame di un fatto decisivo deve concernere un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia), così che lo stesso omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass. Sez. U., 7 aprile 2014, n. 8053 cui adde, ex plurimis, Cass., 12 dicembre 2019, n. 32550; Cass., 29 ottobre 2018, n. 27415; Cass., 13 agosto 2018, n. 20721; Cass. Sez. U., 22 settembre 2014, n. 19881);

– costituisce, pertanto, un “fatto”, agli effetti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non una questione, o un punto controverso, ma un vero e proprio fatto inteso in senso storico, un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza naturalistica, un dato materiale, un episodio fenomenico qual rilevante ai fini della fattispecie normativa;

3.2 – i ricorrenti, – che nemmeno identificano la fattispecie controversa in relazione alla natura, consistenza ed estensione dei beni immobili oggetto di rivalutazione, – risolvono, così, le loro censure nella violazione di un principio normativo (divieto di duplicazione d’imposta con riferimento alla medesima fattispecie impositiva) senza identificare, in alcun modo, il fatto decisivo dal cui omesso esame la prospettata qualificazione normativa (in termini di duplicazione d’imposta e di presupposto dell’istanza di rimborso) sarebbe, nella fattispecie, conseguita;

4. – le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza di parti ricorrenti nei cui confronti sussistono, altresì, i presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, se dovuto (D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater).

PQM

La Corte, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento in solido, in favore dell’Agenzia delle Entrate, delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 2.000,00, oltre spese prenotate a debito; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2021

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