Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8291 del 30/03/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 30/03/2017, (ud. 11/01/2017, dep.30/03/2017),  n. 8291

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4618/2015 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE. (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

D.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OVIDIO N.

26, presso lo studio dell’avvocato GIANLUCA MANCINI, rappresentata e

difesa dall’avvocato VITTORIO PACCHIAROTTI, giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4257/14/2014, emessa il 17/06/2014, della

COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE di ROMA, depositata il 25/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’11/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. LUCIO

NAPOLITANO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., come integralmente sostituito del D.L. n. 168 del 2016, art. 1 bis, comma 1, lett. e), convertito, con modificazioni, dalla L. n. 197 del 2016;

dato atto che il collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della presente motivazione in forma semplificata, osserva quanto segue:

Con sentenza n. 4257/14/14, depositata il 25 giugno 2014, non notificata, la CTR del Lazio accolse l’appello proposto dalla sig.ra D.A. nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, per la riforma della sentenza di primo grado della CTP di Roma, che aveva invece rigettato il ricorso della contribuente, svolgente attività di parrucchiera, per l’annullamento dell’impugnato avviso di accertamento, che aveva accertato in via presuntiva per l’anno d’imposta 2004 maggiori ricavi, recuperando a tassazione le maggiori imposte dovute per IRPEF, IVA ed IRAP.

La CTR ha ritenuto l’accertamento illegittimo in quanto basato unicamente sullo studio di settore di riferimento, senza ulteriori elementi di riscontro idonei a fornire un quadro di presunzioni, gravi, precise e concordanti.

Avverso detta pronuncia l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo, col quale denuncia violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) e art. 40; D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 25, citato D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d); del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 4 e art. 55, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che erroneamente la sentenza impugnata ha ritenuto basato l’accertamento unicamente sullo scostamento dei dati esposti dalla contribuente in dichiarazione rispetto alle risultanze dello studio di settore di riferimento, rilevando che, in primo luogo, la contribuente non aveva allegato alla dichiarazione lo studio di settore nè aveva offerto alcuna giustificazione di detta omissione e che la contabilità risultava del tutto inattendibile, soprattutto con riferimento agli elevati consumi di energia elettrica per l’utilizzo delle apparecchiature professionali.

La contribuente resiste con controricorso, con il quale ha dedotto che è stato emesso provvedimento di sgravio con riferimento alle somme richieste dall’Amministrazione con l’atto impositivo impugnato a seguito della sentenza della CTR che, in accoglimento del ricorso della contribuente, ne aveva disposto l’annullamento.

In realtà, dal provvedimento in data 11 novembre 2014, allegato dalla contribuente al controricorso, lo sgravio disposto dall’Amministrazione finanziaria risulta riferito all’annualità 2005, di cui alla sentenza resa in pari data dalla CTR del Lazio n. 4260/2014.

Il ricorso dell’Amministrazione finanziaria deve dunque essere esaminato nel merito.

Esso risulta manifestamente fondato alla stregua della costante giurisprudenza di questa Corte in materia (tra le molte cfr. Cass. sez. 5, 13 luglio 2016, n. 14288; Cass. sez. 5, 20 febbraio 2015, n. 3415; Cass. sez. 5, 18 maggio 2012, n. 7871) secondo cui l’accertamento analitico induttivo di cui alle succitate norme non è escluso in presenza di scritture contabili formalmente corrette quando la contabilità si presenti complessivamente inattendibile alla stregua di criteri di ragionevolezza. Nel caso di specie, diversamente da quanto esposto nella sentenza impugnata, l’accertamento non è fondato sul mero scostamento dei ricavi dichiarati dal modello normale di riferimento, neppure allegato alla propria dichiarazione dalla contribuente, ma su una serie di elementi indiziari puntualmente riportati nell’atto impositivo, tra i quali, in primis, l’entità dei consumi di energia elettrica per l’utilizzo di apparecchi professionali, del tutto trascurati dalla decisione impugnata, donde la negazione da parte del giudice di merito della stessa praticabilità nella fattispecie del ragionamento inferenziale si pone in contrasto con la normativa specifica tributaria di riferimento indicata dall’Amministrazione nella rubrica del motivo, in relazione alla norma generale di cui all’art. 2729 c.c..

La sentenza impugnata va dunque cassata con rinvio per nuovo esame alla CTR del Lazio, in diversa composizione, che provvederà anche per le spese del giudizio di legittimità.

PQM

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale del Lazio in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 11 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2017

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