Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8290 del 24/03/2021

Cassazione civile sez. trib., 24/03/2021, (ud. 04/11/2020, dep. 24/03/2021), n.8290

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – rel. Consigliere –

Dott. REGGIANI Eleonora – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8734-2016 proposto da:

C.G., CA.FI., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA AURELIA, 353, presso lo studio dell’avvocato DURIGON

STUDIO, rappresentati e difesi dall’avvocato MARIO GIRARDI;

– ricorrenti –

contro

DIREZIONE PROVINCIALE DELLE ENTRATE DI (OMISSIS) – AGENZIA DELLE

ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8509/2015 della COMM. TRIB. REG. di NAPOLI,

depositata il 28/09/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/11/2020 dal Consigliere Dott. MILENA BALSAMO.

 

Fatto

1. Con atto del 21 marzo 2011, registrato il 31 marzo del 2011, P.M., P.A., Pa.An., p.a. e Pa.Ma., alienavano la nuda proprietà del fondo sito in (OMISSIS), località (OMISSIS), a C.E. e C.M. mentre l’usufrutto veniva trasferito ai loro genitori C.G. e Ca.Fi.. Con avviso n. (OMISSIS), l’Agenzia delle Entrate rettificava il valore dichiarato nell’atto notarile di compravendita, sul presupposto che il terreno era ubicato in zona (OMISSIS) destinato ad impianti produttivi, artigianali e turistici, valutando il valore del fondo in Euro 35,00 al mq.

Gli acquirenti dell’usufrutto impugnavano il predetto avviso, sul rilievo che il fondo, benchè compreso nella zona DP, era di fatto da considerarsi come terreno agricolo e che l’atto utilizzato dall’amministrazione finanziario quale parametro di riferimento per la rettifica era ubicato in zona con caratteristiche dissimili e destinazione industriale. La CTP di Caserta accoglieva il gravame con sentenza che veniva appellata dall’ente finanziario.

La CTR della Campania, con sentenza n. 8509/31/15, depositata il 28 settembre 2015, accoglieva parzialmente il gravame, determinando il valore del fondo in Euro 20,00 al mq, sul rilievo che non era stata considerata la destinazione del fondo oggetto dell’atto di compravendita, in virtù della quale è ai fini della edificazione occorre destinare l’8’% di spazi pubblici per ogni 100 mq di superficie lorda pavimentata oltre a prevedere parcheggi ad uso pubblico per il 10% della intera area.

I contribuenti ricorrono per la cassazione della predetta sentenza, svolgendo tre motivi.

L’Agenzia delle entrate si è costituita con controricorso.

Diritto

RAGIONI DI DIRITTO

2. In via preliminare, con il primo motivo, i ricorrenti eccepiscono che in data 21 maggio 2015 veniva depositata la sentenza n. 4864/29/15 della CTR della Campania che accoglieva l’appello degli alienanti del fondo (sign.ri P.) e annullava l’avviso di rettifica e liquidazione impugnato n. (OMISSIS) (il medesimo avviso oggetto del presente giudizio), sul presupposto che, alla stregua degli elementi probatori prodotti(perizia giurata e caratteristiche del fondo nonchè difformità delle caratteristiche del fondo utilizzato quale criterio di confronto), l’area risultava avere il valore di 10,00 Euro al mq, confermando la congruità del corrispettivo dichiarato. La sentenza passava in giudicato il 21 dicembre 2015, nelle more della presentazione del presente ricorso per cassazione.

Inoltre, anche la sentenza n. 181/09/2015 – emessa in favore delle figlie, acquirenti della nuda proprietà del medesimo fondo e destinatarie del medesimo avviso di liquidazione, passava in giudicato il 13 luglio 2015.

Invocavano dunque l’estensione degli effetti del giudicato favorevole ex art. 1306 c.c., tenuto conto dell’unicità del rapporto di imposta.

3. Con il secondo motivo, si deduce la violazione del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 51 e 52, nonchè dell’art. 2697 c.c., della L. n. 212 del 2000, art. 7, e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, e dell’art. 115 c.p.c., per avere i giudici regionali utilizzato quale criterio per la determinazione del valore del fondo i valori ICI del comune di (OMISSIS) mai invocati dall’Agenzia delle Entrate a supporto del valore accertato, censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto assolto l’onere della motivazione dell’atto impositivo, nonostante l’omessa allegazione del listino prezzi delle aziende e dei documenti acquisiti in anagrafe.

Una volta accertato che il parametro comparativo utilizzato dall’Agenzia era del tutto inconferente, la CTR non poteva, ad avviso di parte contribuente, procedere ad una stima del fondo, gravando sull’amministrazione l’onere di provare il quantum della pretesa tributaria.

Si sostiene, difatti, che il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, attribuisce al giudice tributario poteri istruttori da esercitarsi nei limiti dedotti dalle parti, con la conseguenza che il contenuto dell’avviso di accertamento opposto delimitava il potere officioso del giudice, il quale non poteva attribuire al fondo un valore diverso da quello quantificato dall’ente.

4. Con la terza censura, si lamenta error in iudicando ex art. 360 c.p.c., n. 3, – violazione e falsa applicazione dell’art. 1396 c.c., comma 2, e art. 2909 c.c., dell’art. 115 c.p.s., nonchè degli artt. 3 e 53 Cost., violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per avere il decidente ignorato che al momento della decisione (13 luglio 2015) era passata in giudicato la sentenza n. 181/15 della CTP di Caserta (13.07.15), la quale aveva affermato l’illegittimità dell’avviso opposto, sul presupposto che il valore comparativo utilizzato dall’ufficio non considera le notevoli restrizioni urbanistiche dell’area.

5. L’eccezione di giudicato è fondata, assorbiti gli altri motivi.

In primo luogo, occorre precisare che il giudicato esterno in esame (sentenza della CTR n. 4864/29/15 depositata il 21 maggio 2015) è stato legittimamente allegato al presente ricorso per cassazione, in quanto formatosi (dicembre 2015) dopo la pubblicazione della sentenza di appello (settembre 2015); ciò in applicazione del principio secondo cui: “nel giudizio di cassazione, il giudicato esterno è, al pari del giudicato interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata”. Tale elemento non può essere incluso nel fatto, in quanto, pur non identificandosi con gli elementi normativi astratti, è ad essi assimilabile, essendo destinato a fissare la regola del caso concreto, e partecipando, quindi, della natura dei comandi giuridici, la cui interpretazione non si esaurisce in un giudizio di mero fatto. Il suo accertamento, pertanto, non costituisce patrimonio esclusivo delle parti, ma, mirando ad evitare la formazione di giudicati contrastanti, conformemente al principio del “ne bis in idem”, corrisponde ad un preciso interesse pubblico, sotteso alla funzione primaria del processo, e consistente nell’eliminazione dell’incertezza delle situazioni giuridiche, attraverso la stabilità della decisione.

Tale garanzia di stabilità, collegata all’attuazione dei principi costituzionali del giusto processo e della ragionevole durata, non trova ostacolo nel divieto posto dall’art. 372 c.p.c., il quale, riferendosi esclusivamente ai documenti che potevano essere prodotti nel giudizio di merito, non si estende a quelli attestanti la successiva formazione del giudicato, i quali, comprovando la sopravvenuta formazione di una “regula iuris” cui il giudice ha il dovere di conformarsi, attengono ad una circostanza che incide sullo stesso interesse delle parti alla decisione, e sono quindi riconducibili alla categoria dei documenti riguardanti l’ammissibilità del ricorso” (Cass. n. 26041 del 23/12/2010; in termini, tra le molte, Cass.nn. 30780/11; 28247/13; 11365/15; Cass. 2016/26049)

Innovando rispetto ad un indirizzo giurisprudenziale preclusivo antecedente (si vedano, tra le altre, Cass. Sez. 5, Sentenza n. 2383 del 03/02/2006; Cass. Sez. 5, Sentenza n. 10082 del 25/06/2003, in cui si giustifica la preclusione “sia perchè la richiesta costituisce esercizio di un diritto potestativo sostanziale… sia perchè la copia della sentenza non rientra fra i documenti di cui è consentita la produzione in sede di legittimità, ai sensi dell’art. 375 c.p.c.”), Cass. Sez. 5, Sentenza n. 14696 del 04/06/2008 (confermata poi da Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 8816 del 01/06/2012, nonchè da Cass. Sez. 5, Sentenza n. 14438 del 2014, che però richiama Cass. Sez. U, Sentenza n. 13916 del 16/06/2006 e Cass. Cass. sez. lav. n. 1829 del 2007, le quali ultime, in realtà, si riferiscono al giudicato esterno e non all’estensione del giudicato ex art. 1306 c.c.), ha posto in evidenza che – alla luce delle note pronunce della Suprema Corte a sezioni unite in tema di litisconsorzio necessario nel processo tributario – non può più considerarsi accettabile l’esito di frammentazione dei giudizi concernenti un medesimo presupposto di imposta, giustificato dalla necessità del celere esito delle vicende processuali, ed ha ritenuto conseguente l’estensione della possibilità di applicazione dell’istituto disciplinato dall’art. 1306 c.c., “di guisa che soggetti coinvolti in una vicenda sostanzialmente unitaria abbiano il medesimo trattamento”. Consentendo, perciò, la deduzione dell’istanza di estensione del giudicato nel corso del giudizio di legittimità, la Corte ebbe a precisare che è tuttavia imprescindibile che il giudicato concernente il terzo debitore solidale si sia formato “dopo” la conclusione del processo di appello, dovendosi considerare “imposto alla parte di dedurre – a pena di decadenza – tempestivamente i fatti nuovi sopravvenuti”. Quest’ultima regula iuris deve perciò considerarsi “ius receptum”, per quanto non sia stata giustificata se non con l’esigenza – appunto – di tempestiva deduzione dei fatti sopravvenuti in corso di causa e con la omologa regola di celerità dei giudizio.

Si è quindi stato stabilito – in ossequio al principio di coerenza tra i giudicati – la potestà di chiedere l’estensione del giudicato è esercitabile anche nel corso del giudizio di cassazione. Nè deriva però – quasi come inevitabile contraltare dell’estensione “favorable” – che detto esercizio di potestà non potrà essere differito rispetto al momento in cui è possibile per la prima volta la deduzione in causa del fatto che ne costituisce il presupposto, e cioè il passaggio in giudicato della sentenza relativa al coobbligato solidale, non potendosi ammettere che sia dato ad una parte conservare arbitrariamente l’esercizio di una potestà risolutiva della lite, onde avvalersene al momento ritenuto opportuno(Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 25401 del 17/12/2015, Rv. 638205 – 01; n. 14696 del 2008, Rv. 603397 – 01, n. 22506 del 2015; Sez. 5, Sentenza n. 21170 del 19/10/2016, Rv. 641470 01).

La giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. n. 27906 del 2011; Cass. n. 26008/13; n. 3204/2018; n. 31807/2019) ritiene applicabile l’art. 1306 c.c., facendo prevalere l’effetto del giudicato esterno (riguardante un condebitore) sull’avviso di accertamento, con il solo limite che il giudicato non può esser fatto valere dal coobbligato nei cui confronti si sia direttamente formato un giudicato di segno contrario; atteso che, in tal caso, l’estensione ultra partes degli effetti favorevoli del giudicato trova ostacolo invalicabile nella preclusione ormai maturatasi con l’avvenuta definitività della sua specifica posizione (Cass. n. 14696/2008; Cass. n. 14814/2011; Cass. 9577/2013; n. 33436 del 2018; n. 3204/2018; n. 303 del 2019; n. 18154/2019). Va osservato che il processo tributario è un processo costitutivo rivolto all’annullamento di atti autoritativi; considerato che i ricorsi dei condebitori in solido hanno per oggetto un identico atto impositivo, l’annullamento o la rettifica di un atto non può che valere erga omnes.

Per tale motivo, del giudicato potrà giovarsi anche il condebitore che ha opposto lo stesso avviso. Solo il coobbligato solidale – tuttavia – può chiedere di far valere nel giudizio contro l’ente impositore la sentenza (da lui reputata favorevole) emessa in altro giudizio nei confronti di altro coobbligato.

In tema di solidarietà passiva d’imposta, il meccanismo previsto dall’art. 1306 c.c., infatti costituente una deroga ai principi in materia di limiti del giudicato, non può operare ipso iure; spettando soltanto al debitore valutare se la sentenza resa nei confronti di un condebitore solidale debba considerarsi a sè favorevole. Anche in tema di solidarietà tributaria, pertanto, l’applicazione dell’art. 1306 c.c., comma 2, presuppone che il debitore abbia espressamente chiesto che a lui si estendano gli effetti della sentenza resa nei confronti del condebitore; si tratta di un diritto potestativo sostanziale che presuppone la mancata formazione di specifico giudicato (o comunque di preclusioni processuali) a carico del soggetto che intende esercitare tale diritto (Cass. n. 1681 del 2000, n. 2383 del 2006; n. 27906 del 2011, n. 21958 del 2013).

Ebbene, la L. di registro, art. 57, comma 1, approvata con il D.P.R. n. 131 del 1986, dispone che (oltre ai pubblici ufficiali, che hanno redatto, ricevuto o autenticato l’atto, e ai soggetti nel cui interesse fu richiesta la registrazione) sono solidalmente obbligati al pagamento dell’imposta le parti contraenti, le parti in causa, coloro che hanno sottoscritto o avrebbero dovuto sottoscrivere le denunce di cui agli artt. 12 e 19, e coloro che hanno richiesto i provvedimenti di cui agli artt. 633,796,800 e 825 c.p.c..

Pertanto, sono responsabili in solido tra loro per l’adempimento dell’obbligazione derivante dalla redazione dell’atto soggetto a registrazione le parti sostanziali: questa Corte regolatrice (n. 9126/2014) ha ribadito l’insussistenza di vincoli, per l’ufficio finanziario, in ordine alla scelta del soggetto passivo da escutere ai fini della riscossione dell’imposta di registro.

La funzione della norma citata è quella propria della solidarietà passiva di diritto comune, per modo che essa va identificata nel rafforzamento della posizione del creditore d’imposta. In questi termini il vincolo solidale è diretto a rendere più sicura e più agevole la realizzazione del diritto alla percezione del tributo. Consegue che – siccome ciascun debitore è tenuto, verso l’erario, per l’intero debito d’imposta – il creditore erariale può esigere l’adempimento totale da parte dell’uno o dell’altro, a sua scelta. Fino a quando non abbia conseguito l’adempimento, non gli è preclusa la facoltà di esigere il pagamento dai singoli condebitori e di agire anche separatamente nei loro confronti.

Pertanto la regola di estensione soggettiva del giudicato trova, in materia tributaria, argomento ulteriore nella intrinseca unitarietà della funzione amministrativa di accertamento impositivo.

Nel caso di specie, risulta che le sentenze favorevoli ai venditori e alle acquirenti, avente ad oggetto il medesimo avviso impugnato sia dagli acquirenti della nuda proprietà e dell’usufrutto del fondo (questi ultimi, odierni ricorrenti) sia dagli alienanti del cespite ed annullato per la correttezza del valore dichiarato dai contraenti, sono passate in giudicato: una nella medesima data della pronuncia impugnata con l’odierno ricorso, l’altra in epoca successiva (13 luglio 2015) alla data della pronuncia in esame.

Ne consegue che nella specie di causa l’esercizio della ridetta potestà unilaterale in questa sede giudiziale non può considerarsi preclusa, come opposto dall’amministrazione finanziaria, dal momento che la sentenza della CTR della Campania, concernente il medesimo avviso annullato per le esposte ragioni – erronea rettifica del valore dichiarato del fondo – in favore degli alienanti, è passata in giudicato successivamente alla pubblicazione della sentenza impugnata.

In tale situazione, va dunque preso atto di come la sentenza CTR qui impugnata debba essere cassata proprio in forza del giudicato così direttamente formatosi nei confronti degli alienanti e delle acquirenti; con conseguente annullamento dell’avviso di accertamento opposto.

Vista la sopravvenienza del giudicato in questione successivamente alla sentenza impugnata, si ravvisano fondate ragioni per compensare le spese del presente giudizio di legittimità e dei gradi di merito.

PQM

La Corte:

– accoglie il ricorso, con riferimento al primo motivo, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l’originario ricorso dei contribuenti, annullando l’atto impugnato.

– compensa le spese processuali dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale della Corte di cassazione, il 4 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2021

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