Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 827 del 16/01/2017

Cassazione civile, sez. VI, 16/01/2017, (ud. 10/05/2016, dep.16/01/2017),  n. 827

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3346/2015 proposto da:

L.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUDOVISI

36, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO POLIMENI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ATTILIO COTRONEO,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto n. RG. 591/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO

del 15/04/2014, depositato il 23/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/05/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI;

udito l’Avvocato Domenico Polimeni difensore della ricorrente che si

riporta agli scritti.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato in data 12 novembre 2008 presso la Corte d’appello di Catanzaro L.F. proponeva, nei confronti del Ministero della giustizia, domanda di equa riparazione assumendo di avere subito un danno non patrimoniale per la irragionevole durata di un procedimento instaurato innanzi al Tribunale di Reggio Calabria, con atto di citazione notificato il 3.8.1999, al fine di ottenere la divisione giudiziale di un immobile, giudizio definito con sentenza depositata in data 28 ottobre 2005, avverso la quale era stato proposto appello con atto notificato l’11.12.2006 ed ancora pendente. L’adita Corte d’appello accoglieva la domanda ritenendo che il procedimento presupposto avesse avuto una durata irragionevole di sei anni, un mese e venticinque giorni e liquidava quindi in favore dell’istante la somma di Euro. 1.354,10.

Avverso detta pronuncia la ricorrente aveva proposto ricorso per cassazione a seguito del quale la Corte di legittimità ha cassato il decreto evidenziando che non erano stati dimostrati intenti dilatori della parte relativamente al lasso di tempo dei rinvii computati.

Riassunto il giudizio, il giudice del rinvio, riteneva che la durata complessiva del procedimento presupposto – ancora pendente – decorresse dal 3.8.1999 fino al decreto di liquidazione (18.3.2014), per quattordici anni sette mesi e quindici giorni, da cui andavano detratti cinque anni di durata ragionevole per il primo ed il secondo grado, nonchè ventitre mesi e tredici giorni per i rinvii, compresi otto mesi ed otto giorni per interruzione del processo, calcolati con il sistema indicato dalla Suprema Corte; il giudice di rinvio determinava, quindi, la durata irragionevole in sette anni sei mesi e dodici giorni, con conseguente liquidazione di Euro 7.250,00 pari ad Euro 750,00 per i primi tre anni di ritardo ed Euro 1.000,00 per ogni anno successivo.

Per la cassazione di questo decreto la L. ha proposto ricorso sulla base di cinque motivi, illustrati anche da memoria ex art. 378 c.p.c..

L’intimata Amministrazione si è costituita al solo fine di prendere parte all’udienza di discussione.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il collegio ha deliberato l’adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza.

Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 2909 c.c., artt. 112 e 384 c.p.c., per avere il giudice del rinvio considerato come ritardo addebitabile alle parti ulteriori e diversi tempi rispetto a quelli contenuti nel decreto cassato.

La censura è priva di pregio.

Nella giurisprudenza di questa Corte si è chiarito che “costituisce capo autonomo della sentenza, come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato anche interno, quello che risolve una questione controversa, avente una propria individualità ed autonomia, sì da integrare astrattamente una decisione del tutto indipendente; la suddetta autonomia manca non solo nelle mere argomentazioni, ma anche quando si verta in tema di valutazione di un presupposto necessario di fatto che, unitamente ad altri, concorre a formare un capo unico della decisione” (Cass. n. 4732 del 2012).

Nella specie, deve escludersi che possa costituire capo autonomo del decreto della Corte d’appello in tema di equa riparazione, suscettibile di passare in giudicato, l’accertamento sulla singola riferibilità di un rinvio al comportamento di una delle parti piuttosto che all’amministrazione giudiziaria, atteso che oggetto di accertamento nei giudizi di equa riparazione è la durata del giudizio presupposto, che deve, da un lato, costituire oggetto di allegazione nella sua interezza da parte del soggetto interessato, e dall’altro, essere valutata dalla Corte d’appello nella sua unitarietà. Con la conseguenza che una volta che venga posta in discussione la valutazione espressa dalla Corte d’appello in ordine alla durata irragionevole per effetto della ritenuta addebitabilità di alcuni rinvii alla parte, e non di altri, e una volta che questa Corte accolga la relativa censura, rinviando al giudice di merito per i relativi accertamenti, l’esame a quest’ultimo demandato non può ritenersi limitato alla verifica dei soli rinvii interessati dalla censura, ma ben può essere esteso ad una rinnovata valutazione della incidenza del comportamento delle parti sulla intera durata del giudizio presupposto al fine di verificare, non la sussistenza, ma l’entità della violazione della ragionevole durata.

La Corte d’appello non è quindi incorsa nella denunciata violazione di un insussistente giudicato interno, avendo preso in considerazione il complesso dei rinvii disposti nel corso del giudizio presupposto e procedendo ad una rinnovata valutazione di quelli non ascrivibili alle inefficienze dell’amministrazione della giustizia. Il giudice del rinvio, adempiendo al compito demandatogli da questa Corte, da un lato, ha detratto ventritrè mesi e tredici giorni, in quanto relativi a reiterati rinvii chiesti dalle parti, nonchè ad una lungaggine della parte nel proporre impugnazione avverso la sentenza di primo grado e nel riassumere il giudizio, integranti una condotta difensiva che non sarebbe mutata se il giudice istruttore avesse effettuato i rinvii entro i termini di legge; dall’altro, ha ritenuto che i tempi medi dei rinvii fossero congrui rispetto al termine ordinatorio previsto dal codice.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 384 c.p.c., in relazione alla L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6 della CEDU, nonchè dell’art. 420 c.p.c., comma 6 e dell’art. 24 Cost. ed alla L. n. 533 del 1973, per avere la corte di rinvio violato il principio di diritto espresso dalla Corte di legittimità.

Anche il secondo motivo è infondato.

La Corte d’appello, adempiendo al compito demandatole da questa Corte, ha, in sede di rinvio, provveduto ad emendare il vizio motivazionale rilevato da questa Corte nella sentenza rescindente, e a dare conto del proprio convincimento sia della imputabilità del complessivo segmento di poco meno di due anni al comportamento delle parti, sia della congruità dei singoli rinvii rispetto ai termini ordinatori vigenti in materia, così adempiendo correttamente al compito demandatole.

Con i motivi terzo, quarto e quinto la ricorrente denuncia la violazione del D.M. n. 127 del 2004, artt. 4 e 5, D.M. n. 140 del 2012, artt. 1, 4, 9, 11 e 42, nonchè degli artt. 24, 36 e 111 Cost., artt. 6 e 35 della CEDU e del D.M. n. 55 del 2014, artt. 1, 2, 4, 5, 11, 28 e 29, per la quantificazione delle spese processuali in violazione dei minimi della tariffa professionale. La ricorrente si duole in particolare del fatto che la Corte d’appello abbia immotivatamente liquidato per compensi la somma complessiva di Euro 400,00, per il primo giudizio avanti alla corte di merito, mentre non poteva essere inferiore ad Euro 1.526,00; per il giudizio di legittimità la somma di Euro 700,00, mentre doveva essere pari ad Euro. 1.012,00; quanto al giudizio di rinvio liquidato in Euro 500,00, dovevano essere riconosciuti Euro 2.766,00.

Le tre censure – da trattare congiuntamente vertendo sulla medesima questione delle spese liquidate per ciascuna delle fasi del giudizio – sono fondate quanto alla determinazione dei compensi che sono stati liquidati dal giudice del rinvio al di sotto della misura minima.

Pertanto, rigettati il primo e il secondo motivo di ricorso, accolti il terzo, il quarto ed il quinto, il decreto impugnato deve essere annullato, in relazione alle censure accolte. Tuttavia, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2. Invero, dovendosi procedere alla liquidazione delle spese del primo giudizio di merito facendo applicazione del D.M. n. 127 del 2004, le stesse vanno determinate in Euro 1.140,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, Euro 600,00 per diritti ed Euro 490,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge; le spese del secondo giudizio di merito, da liquidare sulla base del D.M. n. 140 del 2012, vanno invece determinate in Euro 1.056,00, per compensi, oltre agli accessori di legge; le spese del primo giudizio di legittimità, da liquidare sulla base del D.M. n. 140 del 2012, vanno liquidate in complessivi Euro 506,25 per compensi, oltre agli accessori di legge.

Il Ministero della giustizia deve, quindi essere condannato al pagamento delle spese come liquidate, da distrarsi in favore dei difensori antistatari.

Le spese del presente giudizio di cassazione, in considerazione del parziale accoglimento del ricorso, possono essere compensate tra le parti per la metà e poste per la restante parte a carico del Ministero, con distrazione in favore dei difensori antistatari.

PQM

La Corte, rigetta il primo e il secondo motivo di ricorso, accolto il terzo, il quarto ed il quinto;

cassa il decreto impugnato in relazione alle censure accolte e, decidendo la causa nel merito, condanna il Ministero della giustizia al pagamento, in favore della ricorrente, delle spese del primo giudizio di merito, che liquida in Euro 1.140,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, Euro 600,00 per diritti ed Euro 490,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge; delle spese del secondo giudizio di merito, che liquida in Euro 1.056,00 per compensi, oltre agli accessori di legge e le spese del primo giudizio di cassazione, che liquida in Euro 506,25 per compensi, oltre agli accessori di legge, nonchè della metà del presente giudizio di cassazione, che liquida, per l’intero, in Euro 892,50 per compensi, oltre accessori di legge e spese forfetarie, dichiarando compensata la restante metà;

dispone la distrazione delle spese in favore dei difensori della ricorrente, dichiaratisi antistatari.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, il 10 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 16 gennaio 2017

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