Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8266 del 28/04/2020

Cassazione civile sez. lav., 28/04/2020, (ud. 21/01/2020, dep. 28/04/2020), n.8266

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29674-2014 proposto da:

D.S.M.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA S.

GIROLAMO EMILIANI 19, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCHINO

D’APICE, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

I.B.M., quale erede di G.E.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 7169/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/09/2014 R.G.N. 4699/2013;

il P.M. ha depositato conclusioni scritte.

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Roma, a seguito della morte di G.E., coniuge superstite titolare di pensione di reversibilità del coniuge I.A., aveva dichiarato cessata la materia del contendere in ordine al giudizio proposto da D.S.M.P., nei riguardi dell’ENPALS e della G., al fine di ottenere la quota di propria spettanza della pensione di reversibilità erogata dall’Istituto, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 3, quale ex coniuge dell’ I. e titolare di assegno divorzile;

la Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 7169/2014, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato il diritto della D.S. a percepire, per il periodo compreso tra il decesso dell’ I. ((OMISSIS)) ed il decesso della G. ((OMISSIS)), la quota della pensione di reversibilità dell’ex coniuge nella misura, pari al valore monetario corrispondente all’Euro di Lire 25.000 (importo dell’assegno divorzile), via via rivalutato, con condanna dell’appellante al pagamento delle spese del giudizio in favore di I.B.M., figlio della G., nei cui confronti il giudizio era stato continuato a seguito del decesso della originaria parte convenuta;

ad avviso della Corte territoriale, per quanto qui di interesse, non si era verificata alcuna situazione oggettiva idonea a fare ritenere che tutti i capi della domanda di primo grado non richiedessero la pronuncia del giudice; alla morte della G. si era solo consolidato il diritto della D.S. a percepire il trattamento integrale, dunque, il venir meno della necessità della pronuncia del giudice era limitato ai soli capi della domanda con i quali era stato chiesto dichiararsi il diritto della D.S. a percepire (nella stessa misura dell’assegno divorzile pari ad Euro 12,40 da rivalutare) la quota della pensione in concorso con la G.; invece era rimasta ancora da decidere la richiesta di condanna al pagamento dei ratei arretrati rivolta alla G. e controversa la questione della decorrenza del diritto;

quanto al primo profilo, data la natura strettamente previdenziale della prestazione richiesta, diretta esclusivamente all’Ente previdenziale, la Corte ha rilevato il difetto di legittimazione passiva dell’erede della G., per cui ha condannato D.S.M.P. alla rifusione delle spese del doppio grado in favore di I.B.M., compensandole nei confronti dell’Inps;

avverso tale sentenza ricorre per cassazione D.S.M.P. sulla base di due motivi: 1) violazione e o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 3, che viene ravvisata nella circostanza che la parte appellante, in primo grado, aveva riformulato la propria domanda, in sede di note autorizzate del 16 gennaio 2001, ribadendo che scopo della domanda era sostanzialmente quello di far quantificare la quota e gli arretrati e che in appello non era stata formulata domanda di condanna nei confronti dell’appellato I.B., dunque la Corte d’appello non avrebbe dovuto condannare la D.S. alle spese in quanto l’ I.B. era, comunque, parte necessaria dell’azione intrapresa; 2) violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 in ragione del fatto che la sentenza non aveva considerato il comportamento processuale osservato dalla G. che aveva negato il diritto della D.S. anche nei ridotti limiti della domanda (quota richiesta pari ad Euro 157,00);

I.B.M. non ha svolto attività difensive;

il P.G. ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

il ricorso non è stato notificato all’Inps che pure è stato parte necessaria dei gradi di merito;

tale circostanza, però, non incide sulla corretta instaurazione del presente giudizio nè comporta, ai sensi dell’art. 331 c.p.c., la necessità di disporre la notifica del ricorso anche all’Inps in quanto la sentenza impugnata ha provveduto sulle spese (unico oggetto dei motivi di ricorso) attraverso regolamentazioni separate per ciascuna parte ai sensi dell’art. 97 c.p.c.;

dunque, va fatta applicazione del principio secondo il quale qualora ricorra un rapporto processuale plurimo, la pronuncia di condanna (alle spese e, eventualmente, ai danni ex art. 96) delle parti soccombenti può non essere, come nel caso di specie, unitaria con la conseguenza che si genera una relazione di autonomia tra ciascun pronunciamento e l’altro, che non determina, in difetto di impugnazione estesa a ciascun pronunciamento, l’eventualità che si formi giudicato difforme;

i motivi, da trattare congiuntamente in quanto connessi, sono fondati;

la questione prospettata ruota sulla struttura, sotto il profilo delle parti necessarie, del giudizio con il quale l’ex coniuge titolare di assegno divorzile, in presenza di coniuge superstite, richiede ai sensi della L. n. 898 del 1989, art. 9, comma 3, l’accertamento della quota della pensione di reversibilità relativa all’ex coniuge deceduto;

questa Corte di cassazione, come peraltro, ha ricordato anche la ricorrente, ha avuto modo di affermare la necessità di esperire l’azione di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 3, oltre che nei riguardi del coniuge superstite, anche nei confronti dell’Istituto erogatore della pensione (Cass. n. 15111 del 2005; n. 25220 del 2009), dunque, è evidente che, in questo giudizio, la presenza in giudizio della G. (e poi del suo erede) corrispondesse a quello di parte necessaria del processo nei cui confronti il giudice deve effettuare anche la regolazione delle spese in applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 91 e 92 c.p.c.;

così non ha fatto, invece, la sentenza impugnata che ha ritenuto sostanzialmente non giustificata la chiamata in causa della G. e da ciò ha argomentato per porre a carico della parte appellante le spese del doppio grado di giudizio; la sentenza, in questa parte, va dunque cassata; non essendo necessari ulteriori accertamenti, in applicazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2, e rilevata la peculiarità delle concrete vicende storiche e processuali che hanno caratterizzato la fattispecie, si ravvisano le condizioni per la compensazione integrale delle spese dell’intero processo tra le odierne parti.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa in parte qua la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, compensa tra D.S.M.P. e I.B.M. le spese dell’intero processo.

Così deciso in Roma, il 21 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2020

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