Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8250 del 22/03/2019

Cassazione civile sez. VI, 22/03/2019, (ud. 29/01/2019, dep. 22/03/2019), n.8250

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 25775/2017 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, presso la quale è domiciliata in Roma, alla via dei

Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

C.L., in giudizio personalmente ex art. 86 c.p.c.,

elettivamente domiciliato in Roma, alla via Girolamo da Carpi, n. 1,

presso lo studio legale dell’avv. FUNARI Luigi;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1234/09/2017 della Commissione tributaria

regionale della SICILIA, depositata il 03/04/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del giorno 29/01/2019 dal Consigliere LUCIOTTI Lucio.

Fatto

RILEVATO

Che:

1. In controversia relativa ad impugnazione di una cartella di pagamento emessa a seguito di accertata decadenza del contribuente, avv. C.L., dalla rateizzazione dell’importo dal medesimo dovuto a titolo di IRAP per l’anno d’imposta 2006, sul rilevato omesso versamento delle rate successive alla prima, la CTR rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sfavorevole sentenza di primo grado sostenendo che, stando a quanto espressamente ammesso dall’ufficio finanziario, “gli importi ingiunti” con la predetta cartella “erano comunque ben maggiori di quelli dovuti”, “non avendo considerato l’Ufficio una serie di versamenti effettivamente eseguiti dal contribuente”, cosicchè la cartella “non può (…) essere “decurtatà; ma deve essere annullata per effetto della illegittimità della iscrizione a ruolo”.

2. Avverso tale statuizione l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui replica l’intimato con controricorso.

3. Sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi del novellato art. 380-bis c.p.c., risulta regolarmente costituito il contraddittorio.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Entrambi i motivi di ricorso proposti dalla difesa erariale, con il primo dei quali viene dedotta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 1 e 7, e dell’art. 112 c.p.c., e con il secondo la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis, sono incentrati sulla natura di giudizio di impugnazione-merito del processo tributario e dei consequenziali poteri del giudice tributario.

2. Sostiene la ricorrente di avere espressamente chiesto la conferma della cartella di pagamento impugnata per il minore importo che residuava all’esito della decurtazione dei versamenti effettuati dal contribuente e che la Commissione d’appello, venendo meno ai poteri decisori ad essa attribuiti, ha erroneamente annullato la cartella impugnata anzichè rideterminare l’entità del tributo nella misura effettivamente dovuta dal contribuente al momento della decisione.

3. Ritiene il Collegio che i motivi di ricorso, da esaminarsi congiuntamente stante la loro stretta connessione logico-giuridica, siano fondati e vadano, pertanto, accolti, con conseguente rigetto delle eccezioni della controricorrente, di inammissibilità del ricorso, per “carenza di motivazioni” e “di presupposti per ricorrere”, invece sussistenti.

4. E’ principio consolidato di questa Corte, condiviso dal Collegio, quello secondo cui “Il processo tributario è annoverabile tra quelli di “impugnazione-merito”, in quanto diretto ad una decisione sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente sia dell’accertamento dell’Ufficio, sicchè il giudice, ove ritenga invalido l’avviso di accertamento per motivi non formali, ma di carattere sostanziale, non può limitarsi al suo annullamento, ma deve esaminare nel merito la pretesa e ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte, restando, peraltro, esclusa dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 35, comma 3, ultimo periodo, la pronuncia di una sentenza parziale solo sull”‘an” o di una condanna generica” (Cass. n. 13294 del 28/06/2016, Rv. 640171; in termini, tra le tante, Cass. n. 24611 del 2014, n. 26157 del 2013, n. 13034 del 2012 nonchè Cass., Sez. U., n. 13916 del 2006). Principio, questo, che muove sulla scia di quello, analogamente condivisibile, secondo cui “Il processo tributario è a cognizione piena e tende all’accertamento sostanziale del rapporto controverso, con la conseguenza che solo quando l’atto di accertamento sia affetto da vizi formali a tal punto gravi da impedire l’identificazione dei presupposti impositivi e precludere l’esame del merito del rapporto tributario – come nel caso in cui vi sia difetto assoluto o totale carenza di motivazione – il giudizio deve concludersi con una pronuncia di semplice invalidazione, ostandovi altrimenti il principio di economia dei mezzi processuali, che consente al giudice di avvalersi dei propri poteri valutativi ed estimativi ai fini della decisione e, in forza dei poteri istruttori attribuiti dal D.Lgs. n. 31 dicembre 1992 n. 546, art. 7, di acquisire “aliunde” i relativi elementi, prescindendo dagli accertamenti dell’Ufficio e sostituendo la propria valutazione a quella operata dallo stesso” (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 11935 del 13/07/2012, Rv. 623322).

5. Pertanto, quando “il giudice (…) ravvis(a) l’infondatezza parziale della pretesa dell’amministrazione, non deve nè può limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dal “petitum” delle parti” (Cass. n. 17072 del 2010), dando “alla pretesa dell’amministrazione un contenuto quantitativo diverso da quello sostenuto dalle parti contendenti, avvalendosi degli ordinari poteri di indagine e di valutazione dei fatti e delle prove consentiti dagli artt. 115 e 116 c.p.c., (…) in tal modo determinando il reddito effettivo del contribuente, e senza che ciò costituisca attività amministrativa di nuovo accertamento, rappresentando invece soltanto l’esercizio dei poteri di controllo, di valutazione e di determinazione del quantum della pretesa tributaria” (Cass. n. 1852 del 2008), oppure costituisca violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, come erroneamente ritenuto dai giudici di appello, essendo chiaramente consentito al giudice tributario, in un giudizio che non è solo “sull’atto”, da annullare, ma anche e principalmente sul rapporto sostanziale tra amministrazione finanziaria e contribuente, la riduzione della pretesa avanzata dalla prima con l’atto impositivo.

6. Tali principi, indiscutibilmente applicabili all’ipotesi, come quella in esame, di impugnazione di cartelle di pagamento, sono stati ingiustificatamente violati dai giudici di appello là dove hanno ritenuto, pur in presenza di un debito erariale non integralmente estinto, di annullare la cartella di pagamento impugnata anzichè confermarla per l’importo rideterminato sulla base delle risultanze processuali.

7. Alla stregua di quanto detto, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla competente CTR che provvederà a rivalutare la vicenda processuale attenendosi ai principi sopra enunciati e a regolamentare le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Sicilia, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 29 gennaio 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2019

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