Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8247 del 24/03/2021

Cassazione civile sez. trib., 24/03/2021, (ud. 04/12/2020, dep. 24/03/2021), n.8247

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE MASI Oronzo – Presidente –

Dott. LO SARDO Giuseppe – Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. FILOCAMO Fulvio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24794-2014 proposto da:

R.G., A.A., R.A., RU.GR.,

RU.AN., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CASETTA MATTEI 239,

presso lo studio dell’avvocato SERGIO TROPEA, rappresentati e difesi

dagli avvocati GIOVANNA FONDACARO, ANTONINO RECCA;

– ricorrenti

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 286/2013 della COMM. TRIB. REG. SICILIA SEZ.

DIST. di CATANIA, depositata il 19/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/12/2020 dal Consigliere Dott. ANTONIO MONDINI.

 

Fatto

PREMESSO

che:

1. la controversia che occupa ha (per quanto ancora interessa) ad oggetto la legittimità – ritenuta dalla sentenza in epigrafe di cui i ricorrenti chiedono la cassazione per dedotto contrasto rispetto al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 643, art. 6, comma 6 e art. 20 – dell’avviso di rettifica del valore di vendita di un’area, emesso dall’Agenzia delle entrate ai fini dell’Invim straordinaria, a seguito di verifica, ed in considerazione della presenza di edifici realizzati sull’area medesima, non dichiarati all’atto della vendita;

2. l’Agenzia resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. il ricorso è fondato. Ai fini della liquidazione dell’Invim, il D.P.R. n. 643 del 1972, art. 6 (istitutivo della imposta) dispone, nei comma 1 e secondo, che l’imponibile del tributo è costituito dall’incremento di valore dell’immobile corrispondente alla differenza tra il suo valore alla data della sua alienazione a titolo oneroso o del suo acquisto a titolo gratuito (c.d. valore finale), ed il valore che l’immobile stesso aveva alla data del suo acquisto (c.d. valore iniziale) aumentato delle spese incrementative (intesa l’espressione in senso ampio) specificate nella stessa fonte legislativa, successivo art. 11. Il medesimo art. 6, successivo comma 6, dispone che “in caso di utilizzazione edificatoria dell’area l’imposta è liquidata separatamente sull’incremento di valore dell’area verificatosi sino all’inizio della costruzione e sull’incremento di valore del fabbricato verificatosi tra la data di ultimazione della costruzione e quella del trasferimento del fabbricato o del compimento del decennio”. In concreto, perciò, ove, come nel caso di specie “nell’arco temporale intercorrente tra il suo acquisto ed il successivo verificarsi del presupposto per l’applicazione dell’INVIM previsto dal D.P.R. n. 643 del 1972, art. 2, un’area abbia avuto una utilizzazione edificatoria (nel senso che sulla stessa è stato costruito un fabbricato) deve trovare applicazione un criterio di determinazione della base imponibile strutturalmente diverso da quello previsto, in via generale, nell’art. 6, comma 2. Infatti, ai fini dell’imponibile non si assume più un unico parametro costituito dall’incremento del valore dell’immobile durante il periodo tra il suo acquisto e la data del presupposto dell’imposta. Si assumono, invece, i due parametri costituiti dagli incrementi subiti, rispettivamente, dall’area, dal momento del suo acquisto a quello dell’inizio della costruzione, e dal fabbricato, dalla data di ultimazione della sua costruzione a quella del suo trasferimento; con riferimento a ciascuno dei detti parametri considerati distintamente ed autonomamente, poi, viene liquidata “separatamente” l’imposta; la somma delle due liquidazioni, infine, concorre a determinare l’ammontare complessivo del tributo dovuto. Da ciò, appunto, l’usuale richiamo della disciplina fin qui descritta con le sintetiche denominazioni di criterio del doppio incremento o della doppia liquidazione” (Cass. Su n. 10953/1996). La separazione – con la quale, in coerenza con la ratio dell’imposta di “colpire gli incrementi di valore degli immobili dovuti al concorso di fattori oggettivi, esterni, indipendenti dalle iniziative di singoli soggetti privati e in larga misura legati all’insieme dei lavori e servizi pubblici eseguiti a spese dello Stato e degli enti locali, viene sottratto all’INVIM “l’aumento di valore connesso all’attività di costruzione su un’area edificatoria… trattandosi del valore aggiunto all’immobile ad opera ed a spese del suo proprietario costruttore talchè non si deve pagare su detto valore alcuna INVIM, perchè quest’ultima ha ragione d’essere pretesa solo sugli aumenti di valore conseguiti senza lavoro e/o spese e, in tal senso, “parassitari” (Cass. SU n. 10953/1996) – è correlata al fatto che “è addirittura ovvia la preclusione – logica, prima ancora che giuridica – a che un incremento possa essere ricostruito sulla base del raffronto tra due valori non omogenei, quali sono quelli che ineriscono ad un immobile che, durante il periodo rilevante ai fini INVIM e per effetto delle modificazioni della sua essenza verificatesi nel frattempo, abbia assunto un’identità diversa da quella originaria. In altri termini, di fronte al dato che un’area è un bene immobile avente natura diversa ed autonoma rispetto al bene immobile costituito dalla stessa area col sovrastante edificio (e, dunque, com’è unanimemente riconosciuto, che, ai fini INVIM, area, ed area con sovrastante fabbricato sono beni immobili strutturalmente diversi e distinti, e non un unico bene immobile) mai potrebbe trovare ammissibilità un criterio di determinazione dell’imponibile INVIM incentrato sul raffronto tra i valori, rispettivamente, dell’area e del fabbricato” (SU. sent. cit.)”. Nel caso di specie è incontroverso che l’Agenzia non abbia osservato il criterio della doppia liquidazione ed abbia invece liquidato l’imposta secondo l’unitario parametro costituito dall’incremento del valore dell’immobile durante il periodo tra il suo acquisto e la data del presupposto dell’imposta. L’avviso è quindi illegittimo. E del pari lo è la sentenza impugnata. Nè, a differenza di quanto affermato dalla CTR, rileva il fatto che la contribuente non abbia presentato la dichiarazione di cui al D.P.R. n. 643 del 1972, art. 18, comma 1, (“I cedenti, i donatari, gli eredi e tutte le altre persone obbligate a presentare gli atti o le denunce agli effetti delle imposte di registro o di successione debbono contestualmente produrre una dichiarazione su modello fornito gratuitamente dall’amministrazione contenente i seguenti elementi: a) valore iniziale del bene ai sensi del precedente art. 6; b) gli estremi di registrazione dell’atto o della denuncia in riferimento ai quali il valore iniziale venne determinato ovvero gli estremi dell’accertamento effettuato per l’imposta sugli incrementi di valore delle aree fabbricabili; c) il valore finale dell’area e quello iniziale del fabbricato quando ricorra l’ipotesi di cui all’art. 6, comma 6”). L’omissione determina, oltre all’applicazione delle sanzioni di cui all’art. 23, e decadenza del contribuente dal diritto al computo delle spese incrementative ove le stesse non siano neppure denunciate nei termini di cui al medesimo art. 18, successivo comma 3 (sul punto v. Cass. n. 28683/2005 e Cass. n. 17120/2007), la possibilità per l’ufficio di “procedere all’accertamento dell’incremento imponibile entro il quinto anno solare successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata, indicando nell’avviso il valore iniziale e il valore finale dell’immobile”. Il riferimento “all’immobile” sottende che l’immobile sia rimasto strutturalmente immutato. Come nel già citato passaggio motivazionale di Cass. SU 10953/1997, infatti, “è addirittura ovvia la preclusione – logica, prima ancora che giuridica – a che un incremento possa essere ricostruito sulla base del raffronto tra due valori non omogenei, quali sono quelli che ineriscono ad un immobile che, durante il periodo rilevante ai fini INVIM e per effetto delle modificazioni della sua essenza verificatesi nel frattempo, abbia assunto un’identità diversa da quella originaria”. Va perciò ribadito che nel caso di specie l’ufficio avrebbe dovuto operare la liquidazione sulla base del c.d. doppio criterio secondo il principio di diritto per cui, nell’ipotesi di trasformazione edificatoria di un’area, l’imposta sull’incremento di valore degli immobili è determinata sulla base del criterio fissato dal cit. D.P.R. n. 643 del 1972, art. 6, comma 6, a nulla rilevando la mancata presentazione della dichiarazione di cui al stesso D.P.R., art. 18″;

2. il ricorso deve essere accolto, la sentenza impugnata deve essere cassata. Non vi sono accertamenti in fatto da svolgere cosicchè è possibile decidere la causa nel merito con accoglimento dell’originario ricorso;

3. le spese del merito sono compensate in ragione dell’evolversi della vicenda processuale;

4. le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

la Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decide nel merito con accoglimento dell’originario ricorso;

compensa la spese dei gradi di merito;

condanna l’Agenzia delle entrate a rifondere ai ricorrenti le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 10.000,00,oltre spese forfetarie e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 4 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2021

 

 

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