Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8243 del 24/03/2021

Cassazione civile sez. trib., 24/03/2021, (ud. 04/12/2020, dep. 24/03/2021), n.8243

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE MASI Oronzo – Presidente –

Dott. LO SARDO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. FILOCAMO Fulvio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12400/2014 R.G., proposto da:

l’Agenzia delle Entrate, con sede in Roma, in persona del Direttore

Generale pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, ove per legge domiciliata;

– ricorrente –

contro

la “NICOM S.r.l.”, con sede in Termoli (CB), in persona del legale

rappresentante pro tempore;

– intimata –

Avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale

di Campobasso il 22 marzo 2013 n. 11/02/2013, non notificata;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata (mediante collegamento da remoto, ai sensi del D.L. 28

ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 9, in corso di conversione in

legge, con le modalità stabilite dal decreto reso dal Direttore

Generale dei Servizi Informativi ed Automatizzati del Ministero

della Giustizia il 2 novembre 2020) del 4 dicembre 2020 dal Dott.

Giuseppe Lo Sardo.

 

Fatto

RILEVATO

che:

L’Agenzia delle Entrate ricorre per la cassazione della sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale di Campobasso il 22 marzo 2013 n. 11/02/2013, non notificata, che, in controversia su impugnazione di due avvisi di liquidazione per imposta di registro su altrettanti affitti di rami aziendali, che erano stati riqualificati come locazioni di immobili, ha respinto l’appello proposto dalla medesima nei confronti della “NICOM S.r.l.” avverso la sentenza resa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Campobasso il 18 marzo 2008 n. 98/01/2008, con compensazione delle spese giudiziali. La Commissione Tributaria Regionale di Campobasso ha confermato la decisione di prime cure, valutando che la proprietà del fabbricato adibito a centro commerciale e la titolarità della licenza amministrativa per l’esercizio di attività commerciale in capo alla contribuente comportavano che la concessione in godimento a terzi di singole porzioni dello stesso avesse per oggetto distinti rami di un’unica azienda, a prescindere dalla mera potenzialità della destinazione commerciale e dall’attuale carenza di ulteriori componenti aziendali. La “NICOM S.r.l.” è rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con unico motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35, comma 10-quater, convertito dalla L. 4 agosto 2006, n. 2485, D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, tariffa – parte prima allegata, comma 1, lett. a-bis e dall’art. 2555 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver erroneamente ritenuto la sussistenza di affitti di rami aziendali sul presupposto che il valore delle porzioni di fabbricato fosse inferiore al 50% del valore (ancorchè potenziale) dei rami aziendali.

Ritenuto che:

1. Il motivo è fondato.

1.1 Il D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35, comma 10-quater, convertito dalla L. 4 agosto 2006, n. 2485, prevede che: “Le disposizioni in materia di imposte indirette previste per la locazione di fabbricati si applicano, se meno favorevoli, anche per l’affitto di aziende il cui valore complessivo sia costituito, per più del 50 per cento, dal valore normale di fabbricati, determinato ai sensi del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 14”.

1.2 La ratio della norma in questione risiede nella volontà del legislatore di evitare che un’operazione di locazione immobiliare venga “camuffata” come affitto di azienda (o ramo aziendale) al fine di rientrare in un regime impositivo meno oneroso.

La disposizione antielusiva in parola prevede due presupposti applicativi: che il valore normale dei fabbricati sia superiore al 50% del valore complessivo dell’azienda e che l’eventuale applicazione delle imposte indirette previste per la locazione di azienda consenta di conseguire un risparmio rispetto alle imposte indirette applicabili alla locazione dei fabbricati.

1.3 Secondo le circolari emesse dalla Direzione Centrale Normativa e Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate marzo 2007, n. 12 ed il 6 febbraio 2008, n. 35, le cui argomentazioni e conclusioni sono pienamente condivise da questa Corte, le due condizioni, ai fini dell’applicazione della disposizione antielusiva, devono sussistere contemporaneamente.

In relazione al primo requisito relativo alla determinazione del valore normale dei fabbricati ai fini di una corretta ed omogenea comparazione si dovrà fare riferimento al valore normale – e non a quello contabile – sia per i fabbricati, sia per l’azienda.

In merito, poi, al secondo requisito, consistente nel raffronto tra l’onere fiscale dell’affitto d’azienda e quello della locazione di fabbricati, la determinazione degli elementi di confronto appare particolarmente complessa in considerazione dell’elevata casistica ipotizzabile.

La norma comporta che sia posta a confronto la tassazione delle due operazioni: la locazione dell’azienda e la locazione dei fabbricati strumentali. L’affitto d’azienda è ordinariamente assoggettato ad I.V.A. nella misura proporzionale del 20% ed all’imposta di registro nella misura fissa. A seguito delle modifiche apportate dal D.L. n. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35, comma 8, convertito dalla L. 4 agosto 2006, n. 2485, al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 10, comma 1, la locazione di immobili strumentali, è assoggettata ad I.V.A. nella misura proporzionale del 20% se effettuata nei confronti di soggetti privati o di soggetti che operano la detrazione in misura non superiore al 25% o se è esercitata l’opzione per l’imponibilità, mentre è esente nelle altre ipotesi. In ogni caso, le locazioni di fabbricati strumentali, esenti o imponibili ad I.V.A., sono assoggettate all’imposta di registro nella misura proporzionale dell’1%.

Si ritiene che, per valutare il sistema di tassazione più sfavorevole, non debba tenersi conto degli effetti che il trattamento fiscale di esenzione o di imponibilità ad I.V.A., applicabile alle cessioni di fabbricati, produce in termini di detrazione dell’I.V.A. assolta sugli acquisti. In particolare, non deve tenersi conto di tale aspetto nè in relazione alla circostanza che l’effettuazione di locazioni esenti limita il diritto alla detrazione spettante al locatore nè della circostanza che qualora il conduttore abbia un limitato diritto alla detrazione, risulterebbe per lui di maggior sfavore una prestazione di locazione in regime di imponibilità I.V.A..

Tenuto conto che il legislatore, per quanto concerne la tassazione della locazione di immobili strumentali ha lasciato nella disponibilità del locatore l’applicazione o meno del regime di esenzione (che può esser disapplicato esercitando l’opzione per l’imponibilità ad I.V.A.), si deve ritenere che la norma introdotta dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35, comma 10-quater, convertito dalla L. 4 agosto 2006, n. 2485, non è tesa a rendere applicabile tale regime alla locazione di azienda, qualora la componente immobiliare risulti prevalente. Si ritiene, invece, che la ratio antielusiva della norma richieda di individuare il regime di maggior sfavore nella applicazione della imposta proporzionale di registro, prevista per tutte le locazioni di fabbricati strumentali, sia imponibili che esenti, poste in essere ai sensi del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 10, comma 1, n. 8.

In relazione a tale aspetto, in sostanza, l’applicazione del regime di tassazione previsto per i fabbricati strumentali risulterà sempre più sfavorevole rispetto a quello previsto per le locazioni di azienda.

1.4 Ne consegue che la norma antielusiva impone sempre l’applicazione dell’imposta di registro nella misura proporzionale dell’1% nel caso di affitto di azienda (o ramo d’azienda) con prevalenza immobiliare, rendendo superflua la verifica d’ufficio sull’esattezza della qualificazione civilistica del contratto stipulato tra le parti.

Dunque, interpretando la regolamentazione pattizia e tassando il contratto come canone di locazione di beni strumentali, l’amministrazione finanziaria non era tenuta alla prova che il valore di ciascuno degli immobili facenti parte dei rami d’azienda fosse superiore al 50% del valore del singolo ramo d’azienda, in quanto, il regime fiscale più favorevole vantato dalla contribuente avrebbe imposto a quest’ultima, che intendeva avvalersene, l’onere di dimostrare la sussistenza dei relativi presupposti di fatto e di diritto (in termini: Cass., Sez. 5, 19 luglio 2017, n. 17791). Onere processuale a cui essa non ha ottemperato.

1.5 Pertanto, la Commissione Tributaria Regionale ha fatto malgoverno del principio enunciato, avendo ritenuto di poter superare il dato aritmetico dell’eccedenza del valore dell’immobile sul valore dell’azienda in misura superiore al 50%, che è l’unico considerato dalla norma antielusiva, con l’apodittica (ed indimostrabile) argomentazione che la redditività insita nella potenziale destinazione ad un’attività commerciale possa fondare la presunzione che il valore del ramo aziendale debba accrescersi in futuro fino a sopravanzare il valore dell’immobile, aggravando l’onere probatorio a carico dell’amministrazione finanziaria in totale spregio alla ratio del testo normativo.

2. Pertanto, valutandosi la fondatezza del motivo dedotto, il ricorso può essere accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata; non occorrendo ulteriori accertamenti in fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, u.p., con pronuncia di rigetto dei ricorsi originari della contribuente.

3. Possono essere compensate tra le parti le spese del doppio grado del giudizio del merito, tenuto conto dell’andamento del medesimo e della novità della questione trattata, mentre le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura fissata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta i ricorsi originari della contribuente; compensa le spese dei giudizi di merito; condanna la contribuente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità in favore dell’amministrazione finanziaria, liquidandole nella somma complessiva di Euro 2.000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale effettuata da remoto, il 4 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA