Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8188 del 27/04/2020

Cassazione civile sez. II, 27/04/2020, (ud. 17/09/2019, dep. 27/04/2020), n.8188

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TEDESCO Giuseppe – Presidente –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18390/2017 proposto da:

T.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ELEONORA

DUSE n. 35, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO PAPPALARDO,

rappresentata e difesa dall’avvocato MARIO PACCOIA;

– ricorrente –

contro

V.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PO n. 16/B,

presso lo studio dell’avvocato SABRINA PIZZICARIA, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati PAOLA BOTTINI e

MASSIMO DINA;

V.C., rappresentata e difesa dall’avvocato LORELLA BOVONE e

domiciliata presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– controricorrenti –

e contro

V.V.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2747/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 20/06/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/09/2019 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, il quale ha concluso per l’inammissibilità o in

subordine per il rigetto del ricorso;

uditi l’Avvocato FRANCESCO PAPPALARDO per parte ricorrente, che ha

concluso per l’accoglimento del ricorso, l’avvocato LORELLA BOVONE

per la controricorrente V.C., che ha concluso per il

rigetto del ricorso, e l’avvocato PAOLA BOTTINI per il

controricorrente V.M., che ha concluso per il rigetto del

ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione notificato il 6.11.2009 T.R. evocava in giudizio innanzi il Tribunale di Monza i figli V.V., M. e C., invocando lo scioglimento della comunione ereditaria conseguente al decesso del marito V.E.. L’attrice indicava in particolare che l’asse ereditario era composto dalla metà indivisa di una villa sita in (OMISSIS), adibita a casa di abitazione familiare, della quale invocava l’assegnazione, come quotista di maggioranza, dichiarandosi disposta a liquidare la quota spettante ai figli, pari ad 1/9 per ciascuno di essi.

Si costituivano in giudizio V.V. e C., non opponendosi alla domanda di scioglimento della comunione ereditaria.

Si costituiva altresì V.M., che si opponeva invece alla richiesta di parte attrice svolgendo domanda riconvenzionale sia per il rendiconto da parte della stessa – in quanto erede nel possesso dei beni ereditari – sia per l’accertamento della ricomprensione, nell’asse ereditario relitto dal defunto, anche di una serie di beni ulteriori a quelli indicati dalla T.: in particolare, le quote corrispondenti all’80% del capitale sociale della società Vanta Solingen di V.E. & C. S.a.s.; la piena proprietà di un immobile sito in (OMISSIS); la metà indivisa della residenza familiare di (OMISSIS); e le quote corrispondenti al 50,01% del capitale sociale della Immobiliare Emirovi S.r.l.. Il tutto, previa la collazione delle donazioni indirette eseguite dal de cuius in vita a favore della moglie e la riduzione delle disposizioni eseguite in violazione della quota di legittima.

A tale domanda riconvenzionale resisteva l’attrice invocando, tra l’altro, la prescrizione della domanda di riduzione.

Nel corso del giudizio di prime cure veniva proposta da V.M. querela di falso in relazione alla firma apposta in calce alla cessione di quote sociali risultante sul libro soci della Immobiliare Emirovi S.r.l.. Si apriva di conseguenza il giudizio incidentale di falso, all’esito del quale il Tribunale, con sentenza non definitiva n. 1066/2012, dichiarava la falsità della firma in calce all’annotazione della predetta cessione e quindi l’inesistenza della stessa; rigettava la domanda di collazione proposta dal V.M. in riferimento alle quote di Vanta Solingen S.a.s. ed alla metà della villa di (OMISSIS); e dichiarava prescritta l’azione di riduzione svolta dal medesimo V.M.. Quest’ultimo formulava riserva di appello avverso detta decisione.

Con sentenza definitiva, n. 1014/2015, il Tribunale accoglieva la domanda attrice, assegnando la villa alla T. e condannando quest’ultima al pagamento in favore di ciascuno dei tre figli della somma di Euro 842.136,78 e della ulteriore somma di Euro 743.857,10 in favore del figlio M. a titolo di rendiconto; condannava inoltre il medesimo V.M. al rimborso in favore dell’attrice della somma di Euro 7.190 a fronte delle spese di conservazione del bene in comunione sostenute dalla T.; respingeva ogni altra domanda compensando parzialmente tra le parti le spese di CTU e del grado.

Avverso detta prima decisione interponeva appello la T.. Si costituiva in seconde cure V.M., proponendo impugnazione incidentale in relazione sia alla sentenza non definitiva che a quella definitiva rese dal Tribunale. Si costituiva altresì V.V., resistendo tanto al gravame principale che a quello incidentale e spiegando a sua volta impugnazione incidentale in relazione alla sola sentenza definitiva. Si costituiva infine V.C., resistendo a tutti i gravami e concludendo per la conferma della decisione di prime cure.

Con la sentenza oggi impugnata, n. 2747/2017, la Corte di Appello di Milano rigettava il gravame proposto in via principale dalla T. e quello proposto in via incidentale dal V.M. in relazione alla sentenza non definitiva del Tribunale. Accoglieva invece in parte l’appello incidentale dello stesso V.M. contro la sentenza definitiva, riducendo la somma da esso dovuta alla T. a titolo di rimborso al minor importo di Euro 3.394,50. Disponeva la correzione dell’errore materiale relativo alla condanna alle spese del primo grado (erroneamente indicate dal Tribunale in Euro 9.000.000 anzichè in Euro 9.000). Confermava la compensazione delle spese già disposta dal primo giudice, in ragione della marginalità dell’accoglimento dell’impugnazione incidentale del V.M..

Ricorre per la cassazione di detta decisione T.R. affidandosi a sette motivi. Resistono con separati controricorsi V.M. e V.C.. V.V., intimata, non ha svolto attività difensiva in questo giudizio di legittimità.

La parte ricorrente ed il controricorrente V.M. hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 750 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, perchè la Corte di Appello avrebbe erroneamente ricostruito il valore della partecipazione per effetto dell’inesistenza della cessione del 50,01% delle quote di Immobiliare Emirovi S.r.l. apparentemente eseguita dal de cuius in vita in favore della T., accertata dal Tribunale per effetto della falsità della firma posta in calce all’iscrizione della detta cessione nel libro soci. Ad avviso della ricorrente, poichè il valore della quota di capitale sociale si risolve in una percentuale dello stesso e nel correlato diritto di partecipare agli utili di gestione in ragione di detta percentuale, il giudice di merito avrebbe dovuto considerare soltanto il valore oggettivo del capitale sociale alla morte del de cuius e delle ripartizioni di utili successivamente intervenute.

Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, per inesistenza ed irriducibile contraddittorietà della motivazione, perchè la Corte di Appello, una volta affermato che – per effetto dell’accertata falsità dell’atto dispositivo della quota di partecipazione al capitale sociale di Immobiliare Emirovi quest’ultima era compresa ab origine nell’asse ereditario del de cuius, avrebbe dovuto conseguentemente parametrare il valore di detta quota esclusivamente alla misura dei diritti di partecipazione alla vita della società, e quindi al valore del capitale sociale e delle ripartizione di utili e riserve intervenuti dall’apertura della successione in poi.

Le due doglianze, che per la loro intima connessione meritano una trattazione congiunta, sono fondate.

Ed invero dall’accertata falsità della firma apposta sul libro soci apparentemente a nome di V.E. discende la nullità dell’atto dispositivo della quota di partecipazione al capitale sociale di Emirovi S.r.l. della quale si controverte, e quindi la ricomprensione della quota stessa nell’asse ereditario relitto dal defunto.

Questa Corte ha affermato il principio per cui “Nell’ipotesi di nullità di un contratto, la disciplina degli obblighi restitutori tra le parti è mutuata da quella dell’indebito oggettivo, poichè viene a mancare la causa giustificativa delle rispettive attribuzioni patrimoniali” (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 2993 del 31/01/2019, Rv. 652438; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 8564 del 08/04/2009, Rv. 607950; cfr. anche Cass. Sez. 2, Sentenza n. 20651 del 25/10/2005, Rv. 585246).

Poichè la quota di partecipazione al capitale sociale di una società a responsabilità limitata costituisce cosa determinata, e considerato che medio tempore essa è venuta meno, per effetto della progressiva alienazione del patrimonio della società stessa e della sua successiva liquidazione, è necessario determinarne il valore per equivalente e considerare la sussistenza, in capo all’accipiens, della condizione di buona o malafede, in applicazione di quanto previsto dall’art. 2037 c.c.. Solo l’accipiens in malafede, infatti, è tenuto a riconoscere al solvens il valore della cosa determinata perita o deteriorata, o un’indennità corrispondente al deterioramento (art. 2037 c.c., comma 2), mentre l’accipiens in buona fede non è chiamato a rispondere del perimento o deterioramento della cosa, ancorchè dipendente da fatto proprio, se non nei limiti dell’arricchimento conseguito (art. 2037 c.c., comma 3).

L’imputazione del valore della quota al patrimonio del de cuius non discende quindi dall’applicazione dell’istituto della collazione dei beni mobili, disciplinato dall’art. 750 c.c., bensì come diretta conseguenza della nullità dell’atto dispositivo, a sua volta derivante dal venir meno di uno dei suoi requisiti essenziali – in particolare, la volontà del disponente – per effetto della falsità della firma del de cuius accertata nel corso del giudizio di merito (art. 1418 c.c., comma 2 e art. 1325 c.c.).

Da quanto esposto deriva che la Corte ambrosiana, per affermare la sussistenza dell’obbligo dell’accipiens di corrispondere agli eredi del de cuius il controvalore della quota, avrebbe dovuto condurre un’indagine sulla sua condizione soggettiva, di buona o mala fede, che nel caso specifico risulta completamente omessa. In argomento, è opportuno precisare che la condizione di mala fede dev’essere dimostrata, poichè in materia di indebito si configura una presunzione di buona fede (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 11259 del 30/07/2002, Rv. 556414; conf. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 21113 del 31/10/2005, Rv. 584444 e Cass. Sez. 3, Sentenza n. 10297 del 07/05/2007, Rv. 596440). La Corte milanese invece, nel ricondurre erroneamente la fattispecie all’istituto della collazione dei beni mobili, disciplinata dall’art. 750 c.c. e nel riconoscere ai figli dell’odierna ricorrente il controvalore della quota di partecipazione al capitale della Emirovi S.r.l. senza eseguire alcuna indagine sulla condizione soggettiva dell’accipiens ha finito per configurare a carico di quest’ultima una presunzione di mala fede, in assoluto contrasto con i principi affermati da questa Corte. Nè sussiste alcun margine per ipotizzare l’applicabilità dell’art. 750 c.c., alla fattispecie, posto che l’istituto della collazione presuppone comunque l’esistenza di un atto, i cui effetti dispositivi vengono neutralizzati proprio attraverso il meccanismo di imputazione all’asse ereditario previsto dalla norma; nel caso specifico, invece, manca proprio l’atto dispositivo che dovrebbe costituire oggetto di collazione.

Dall’accoglimento dei primi due motivi, nei sensi di cui in motivazione, deriva l’assorbimento di tutte le altre censure, posto che il giudice del rinvio dovrà, in applicazione della disciplina in materia di indebito di cosa determinata, procedere ad una nuova valutazione complessiva della fattispecie, accertando innanzitutto la condizione soggettiva, di buona o mala fede, dell’accipiens, e – ove questa fosse ritenuta in mala fede – determinando il valore per equivalente della cosa determinata perita o deteriorata.

Il giudice del rinvio provvederà altresì a liquidare le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo ed il secondo motivo e dichiara assorbiti gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Milano in differente composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 17 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2020

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