Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8173 del 23/03/2021

Cassazione civile sez. III, 23/03/2021, (ud. 02/12/2020, dep. 23/03/2021), n.8173

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33579-2019 proposto da:

O.M.E., domiciliato ex lege in Roma, presso la

cancelleria della Corte di Cassazione rappresentato e difeso

dall’avvocato ANNA LOMBARDI BAIARDINI;

– ricorrenti –

nonchè contro

MINISTERO DELL’INTERNO COMMISSIONE TERRITORIALE RICONOSCIMENTO

PROTEZIONE INTERNAZIONALE;

– intimati –

nonchè contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– resistenti –

avverso la sentenza n. 450/2019 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 26/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

02/12/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. O.E., cittadino della (OMISSIS), chiese alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

2. Il richiedente dedusse a fondamento della sua istanza di esser fuggito dal paese di origine per timore di essere arrestato perchè aveva scoperto che un suo amico in realtà era un criminale. Preoccupato di essere a sua volta arrestato decise di partire e passando per la Libia giunse in Italia.

La Commissione territoriale rigettò l’istanza.

Avverso tale provvedimento O.M.E. propose ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 dinanzi il Tribunale di Perugia, che, con ordinanza del 24 marzo 2018, rigettò il reclamo.

Il Tribunale ritenne:

a) poco credibile il racconto;

b) infondata la domanda di riconoscimento dello statu di rifugiato, mancandone i presupposti;

c) infondata la domanda di protezione sussidiaria, mancando un rischio di minaccia grave e individuale alla vita del ricorrente nel proprio paese;

d) infondata la domanda di protezione umanitaria, mancandone i presupposti e non ritenendo sufficiente la documentazione medica ai fini di un riconoscimento di particolare vulnerabilità.

3. Tale decisione è stata confermata dalla Corte di Appello di Perugia con sentenza n. 450/2019, pubblicata il 26.07.2019.

4. La sentenza è stata impugnata per cassazione da O.M.E. con ricorso fondato su tre motivi.

Il Ministero dell’Interno si costituisce per resistere al ricorso senza spiegare alcuna difesa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

5.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la “violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3,5,14 al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 3,8,32 al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1 e comma 1.1. al D.P.R. n. 394 del 1999, art. 28 per non aver la Corte d’appello di Perugia valutato la credibilità sulla base dei paramenti stabiliti nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 nonchè per omesso esame di fatti decisivi ai fini del giudizio che era stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., n. 5”. Il ricorrente si duole della mancata motivazione, da parte dei giudici di merito, del giudizio di non credibilità relativo al racconto del richiedente nonchè della violazione del dovere istruttorio cui l’organo giudicante è tenuto. Invero la Corte d’appello avrebbe basato la propria decisione su un giudizio arbitrario non suffragato da supporto fattuale.

Il motivo è infondato.

I giudici di merito hanno ritenuto il racconto del richiedente non credibile, sulla base di un giudizio complessivo, tenendo in considerazione che il richiedente non ha compiuto alcuno sforzo per circostanziare i fatti. Oltre a questo, i giudici hanno reputato non credibile il fatto che il richiedente non abbia più avuto informazioni circa la famiglia. In ogni caso, è opportuno evidenziare che la Corte d’appello ha negato il riconoscimento della protezione internazionale non sulla base del giudizio di non credibilità del richiedente, quanto piuttosto sulla mancanza dei presupposti, fatti o atti persecutori, necessari per il rilascio di tale forma di protezione.

5.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la “violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 14 ed in particolare alla lett. b) e c) e al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 25 e agli artt. 2, 3, 4, 5, 9 CEDU”. La Corte d’appello avrebbe dovuto compiere un approfondimento in merito al livello di corruzione e l’effettiva capacità di contrasto alla criminalità rinvenibile nelle Forze dell’ordine in (OMISSIS). Inoltre, del tutto assente sarebbe una valutazione in merito alla domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, lett. c).

Il motivo è fondato.

Il presupposto normativo della fattispecie ex art. 14, lett. c) è quello della minaccia grave e individuale alla persona derivante da violenza indiscriminata scaturente da una situazione di conflitto armato interno o internazionale, minaccia che può, sia pur eccezionalmente, rilevare non in relazione alla situazione personale quando il livello di violazione dei diritti umani raggiunge un livello così elevato che il rischio risulta in re ipsa (C.G. 30 gennaio 2014, in causa C-285/12, Diakitè, punto 10.3). Ne deriva, sul piano strettamente logico, prima ancor che cronologico, che l’accertamento di tale situazione deve precedere, e non seguire, qualsiasi valutazione sulla credibilità del ricorrente. Tale accertamento si sostanzia nella ricerca di fonti certe, aggiornate e attuali circa il paese di provenienze del richiedente, fonti che devono essere indicate dal giudice di merito.

Nel caso di specie la Corte fa un vago riferimento a “vari siti specializzati” senza però indicarne nè il titolo nè la data, incorrendo dunque in un vizio sindacabile in questa sede.

5.2. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la “violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3,5 al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 3,8,32 al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma e art. 19, comma 1 e comma 1.1. al D.P.R. n. 394 del 1999, art. 28, nonchè per omesso esame di due fatti decisivi ai fini del giudizio che era stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., n. 5”. La Corte avrebbe omesso in particolare di considerare due fatti decisivi: il tempo trascorso dal ricorrente in Libia, durante il quale subì violenze reiterate, e il percorso di integrazione iniziato dallo stesso in Italia. Inoltre, l’organo giudicante non avrebbe considerato adeguatamente lo stato di salute in cui incorre il richiedente, affetto da uno stato ansioso tale da necessitare un’opportuna terapia.

Il motivo è fondato.

“In tema di protezione umanitaria, alla luce dell’insegnamento di cui a Cass. S.U. n. 29459 del 2019, i presupposti necessari ad ottenerne il riconoscimento devono valutarsi autonomamente rispetto a quelli previsti per le due protezioni maggiori (Cass. 1104/2020), non essendo le due valutazioni in alcun modo sovrapponibili, di tal che i fatti funzionali ad una positiva valutazione della condizione di vulnerabilità ben potrebbero essere gli stessi già allegati per le protezioni maggiori (contra, Cass. 21123/2019; Cass. 7622/2020).”

“Il giudizio in ordine ai presupposti richiesti per il riconoscimento della protezione umanitaria va condotto alla luce di valutazioni soggettive ed individuali, condotte caso per caso – onde impedire che il giudice di merito si risolva a declinare valutazioni di tipo “seriale”, improntate ai più disparati quanto opinabili criteri, altrettanto seriali, a mò di precipitato di una chimica incompatibile con valori tutelati dalla Carta costituzionale e dal diritto dell’Unione).”.

“Il giudizio di bilanciamento funzionale al riconoscimento della protezione umanitaria, come cristallinamente scolpito dalle sezioni unite della Corte di legittimità, che ne sottolineano il rilievo centrale, ha testualmente ad oggetto la valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine, sub specie della mancata tutela, in loco, del nucleo essenziale dei diritti fondamentali della persona.”.

“In tema di protezione umanitaria, quanto più risulti accertata in giudizio una situazione di particolare o eccezionale vulnerabilità, tanto più è consentito al giudice di valutare con minor rigore il secundum comparationis, costituito dalla situazione oggettiva del Paese di rimpatrio, onde la conseguente attenuazione dei criteri rappresentati “dalla privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale” (principio affermato, con riferimento ad una peculiare fattispecie di eccezionale vulnerabilità, da Cass. 1104/2020).”.

Ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, ove sia ritenuta credibile la situazione di particolare o eccezionale vulnerabilità esposta dalla richiedente, il confronto tra il grado di integrazione effettiva raggiunto nel nostro paese e la situazione oggettiva del paese di origine deve essere effettuato secondo il principio di “comparazione attenuata”, nel senso che quanto più intensa è la vulnerabilità accertata in giudizio, tanto più è consentito al giudice di valutare con minor rigore il secundum compamtionis, non potendo, in particolare, escludersi il rilievo preminente della gravità della condizione accertata solo perchè determinatasi durante la permanenza nel paese di transito (Cass. 1104/2020).

Nella sentenza della Corte d’appello manca tale giudizio di bilanciamento: i giudici di merito non fanno alcun riferimento al percorso integrativo iniziato dal richiedente in Italia, escludendo la protezione umanitaria per il solo fatto che il richiedente non versi in una situazione di vulnerabilità.

6. Pertanto la Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo e terzo motivo cassa la sentenza impugnata come in motivazione e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte di Appello di Perugia in diversa composizione.

PQM

la Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo e terzo motivo cassa la sentenza impugnata come in motivazione e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte di Appello di Perugia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 2 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2021

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