Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8169 del 03/04/2018


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Cassazione civile, sez. VI, 03/04/2018, (ud. 30/01/2018, dep.03/04/2018),  n. 8169

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. B.F. convenne in giudizio L.M.F., davanti al Tribunale di Torre Annunziata, chiedendo che fosse condannato al pagamento della somma di Euro 20.650,84 asseritamente da lui versata a titolo di compenso per la promessa di un posto di lavoro per la figlia B.L. presso il Banco di Napoli, ove il convenuto aveva sostenuto di avere alcune conoscenze. A sostegno della domanda, l’attore espose che l’assunzione non era avvenuta e che egli aveva sporto denunzia per i reati di truffa e millantato credito, dai quali il L.M. era stato prosciolto per intervenuta prescrizione.

Si costituì in giudizio il convenuto, chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale rigettò la domanda per mancanza di prova e compensò le spese di giudizio.

2. La pronuncia è stata impugnata in via principale dall’attore soccombente e in via incidentale dal convenuto (in punto di spese) e la Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 24 maggio 2016, ha accolto il gravame principale e, in riforma della decisione del Tribunale, ha condannato l’appellato al pagamento della somma suindicata, con gli interessi ed il carico delle spese dei due gradi di giudizio.

Ha osservato la Corte territoriale che nella specie non doveva trovare applicazione la soluti retentio di cui all’art. 2035 c.c., bensì la disciplina dell’indebito oggettivo, poichè il versamento di denaro era avvenuto in violazione anche di norme imperative e non solo del buon costume.

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Napoli propone ricorso L.M.F. con affidato a due motivi.

Resiste B.F. con controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in Camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375,376 e 380-bis c.p.c., ed entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), violazione e falsa applicazione dell’art. 2035 c.c., oltre ad omesso esame di un fatto decisivo oggetto di contestazione tra le parti.

Osserva il ricorrente che il pagamento da lui ricevuto non avrebbe dovuto essere considerato ripetibile, trovando applicazione nella specie la regola di cui all’art. 2035 c.c. e la conseguente soluti retentio.

1.1. Il motivo è fondato.

Questa Corte ha in passato già affermato che la nozione di negozio contrario al buon costume comprende (oltre ai negozi che infrangono le regole del pudore sessuale e della decenza) anche i negozi che urtano contro i principi e le esigenze etiche della coscienza collettiva, elevata a livello di morale sociale, in un determinato momento ed ambiente, e per altro verso che sono irripetibili, ai sensi dell’art. 2035 c.c., i soli esborsi fatti per uno scopo contrario al buon costume, ma non pure le prestazioni fatte in esecuzione di un negozio illegale per contrarietà a norme imperative (sentenza 18 giugno 1987, n. 5371, in linea con l’insegnamento delle Sezioni Unite, sentenza 17 luglio 1981, n. 4414).

Più di recente, questa Corte ha precisato – in una fattispecie diversa, ma tuttavia assimilabile a quella odierna – che chi ha versato una somma di denaro per una finalità truffaldina o corruttiva non è ammesso a ripetere la prestazione, perchè tali finalità, certamente contrarie a norme imperative, sono da ritenere anche contrarie al buon costume (sentenza 21 aprile 2010, n. 9441).

La sentenza 17 settembre 2010, n. 35352, della Seconda Sezione Penale di questa Corte, invece, ha stabilito che la natura illecita del patto intercorso con la vittima di una truffa non impedisce la condanna dell’imputato alla restituzione della somma di denaro versatagli dalla vittima, perchè solo la prestazione contraria al buon costume sarebbe assoggettata alla soluti retentio, mentre l’illiceità della causa del contratto per contrarietà all’ordine pubblico determinerebbe l’applicazione della disciplina dell’indebito oggettivo.

1.2. Ritiene il Collegio che, diversamente da quanto attestato dalla citata sentenza penale, vadano confermati gli approdi ai quali è già pervenuta la giurisprudenza civile di questa Corte.

Nel caso in esame, la fattispecie descritta dalla Corte di merito -consegna di una somma di denaro ai fini di un interessamento (vero o presunto) per l’ottenimento di un posto di lavoro – mentre configura certamente un negozio contrario a norme imperative, e quindi illecito, integra anche gli estremi del negozio contra bonos mores, posto che è contrario al concetto di buon costume comunemente accettato il comportamento di chi paghi del denaro per ottenere in cambio un posto di lavoro (e ciò a prescindere dall’esito, magari anche negativo, della trattativa immorale). Di tanto ha dato atto la Corte napoletana la quale, però, è pervenuta alla non condivisibile conclusione secondo cui se la condotta, oltre ad essere immorale, è anche illecita per contrarietà all’ordine pubblico, non si applicherebbe il regime dell’art. 2035 c.c.. Va invece ribadito che la contemporanea violazione, da parte di una medesima prestazione, tanto dell’ordine pubblico quanto del buon costume, attingendo ad un livello di maggiore gravità, deve ricevere il trattamento previsto per la prestazione che sia soltanto lesiva del buon costume. Ne consegue che il pagamento oggetto del giudizio odierno non poteva, come ha sostenuto la Corte d’appello, essere inquadrato nell’ipotesi dell’indebito oggettivo, bensì imponeva l’applicazione dell’art. 2035 c.c., secondo il noto brocardo romanistico per cui in pari causa turpitudinis melior est condicio possidentis.

2. Il secondo motivo di ricorso rimane assorbito.

3. Il ricorso, pertanto, è accolto e la sentenza impugnata è cassata.

Poichè non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, con rigetto della domanda proposta da B.F.. La natura della causa ed il comportamento, sicuramente da censurare, tenuto anche dall’odierno ricorrente impongono la compensazione integrale delle spese di tutti i gradi di giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da B.F..

Compensa integralmente tra le parti le spese dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 30 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 3 aprile 2018

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