Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8150 del 02/04/2010

Cassazione civile sez. I, 02/04/2010, (ud. 11/01/2010, dep. 02/04/2010), n.8150

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere –

Dott. RORDORF Renato – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.E., C.M.C., C.F.,

C.A., C.R., quali eredi di C.

B., elettivamente domiciliati in Roma, Via Ferrari 2, presso

l’avv. Domenico Femia, rappresentati e difesi dall’avv. TROPIANO

Annamaria giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri in persona del Presidente;

– intimata –

avverso il decreto della Corte d’appello di Catanzaro n. 660 Reg.

Equa del 24.9.2007;

Udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza

dell’11.1.2010 dal Relatore Cons. Dott. Carlo Piccininni;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con decreto del 24.9.2007 la Corte di Appello di Catanzaro, in parziale accoglimento della domanda proposta ai sensi della L. n. 89 del 2001, condannava la Presidenza del Consiglio al pagamento della somma cumulativa di Euro 5.000,00 in favore degli istanti, con riferimento alla durata di un giudizio promosso da C. B. davanti alla Corte dei Conti, per il riconoscimento di una categoria pensionistica superiore a quella assegnata.

In particolare la Corte territoriale rilevava che il processo presupposto era iniziato il 12.4.1985, con l’opposizione al Ministero del Tesoro; che il detto processo subiva uno stato di quiescenza, protrattosi fino alla dichiarazione di interruzione per morte del ricorrente, intervenuta il 26.6.1996; che lo stesso veniva poi riassunto dagli eredi l’1.3.2005, per essere poi definito il 30.11.2005;

che la durata irragionevole poteva essere apprezzata in otto anni, detratti tre anni dal periodo complessivo riferibile a C. B. (2.4.1985 – 26.6.1996), mentre nulla avrebbe potuto essere riconosciuto per gli eredi, che per nove anni erano stati del tutto inerti.

Avverso la decisione gli istanti proponevano ricorso per cassazione affidato ad un motivo, cui non resisteva l’intimata, con il quale lamentavano: a) l’omessa considerazione del periodo di pendenza successivo alla riassunzione; b) il mancato computo del periodo di trattazione davanti all’autorità amministrativa, nonchè di quello successivo alla morte del dante causa; c) l’inadeguatezza dell’indennizzo liquidato (circa Euro 600,00 per anno di ritardo).

Osserva il Collegio che il ricorso è fondato limitatamente ai profili sub a) e c), quanto al primo, poichè l’inerzia precedentemente mostrata per nove anni non costituisce motivo sufficiente per escludere la valutazione del periodo successivo alla riassunzione del giudizio, quanto al secondo, poichè l’indennizzo liquidato è eccessivamente inferiore ai parametri CEDU. E’ viceversa infondato il motivo sub b) perchè: per il computo del periodo di trattazione davanti all’autorità amministrativa, si tratta di questione nuova, non risultando la precedente prospettazione nella fase di merito; per il periodo successivo al decesso, non è neppure astrattamente configurabile una sofferenza per il deceduto (trasmissibile agli eredi), così come non lo è per gli eredi in proprio, tenuto conto della loro mancata partecipazione al giudizio.

Il decreto va dunque accolto nei termini indicati, con cassazione del decreto impugnato in relazione ai profili accolti e, decidendo ex art. 384 c.p.c., la Presidenza del Consiglio va condannata al pagamento della somma cumulativa di Euro 7.250,00 (periodo irragionevole = 8 anni, Euro 2.250,00 per il primo triennio per la minore penosità iniziale, e quindi di Euro 1.000,00 annui per gli anni successivi), cui poi va aggiunta la somma di Euro 650,00 per ciascuno dei ricorrenti, in relazione all’ulteriore periodo di ritardo di sette mesi, dopo la riassunzione. Su tali importi vanno poi riconosciuti gli interessi dalla domanda, nonchè la refusione delle spese processuali, liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa il decreto in relazione ai profili accolti e condanna la Presidenza del Consiglio al pagamento, in favore dei ricorrenti in via solidale, della somma complessiva di Euro 7.250,00 e, in favore di ciascuno di essi, dell’ulteriore somma di Euro 650,00 oltre interessi legali dalla domanda per entrambe le liquidazioni e alle spese del giudizio di merito e di legittimità, che liquida rispettivamente in Euro 1.500,00, di cui Euro 850,00 per onorari e Euro 600,00 per diritti, e in Euro 1.300,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 11 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 2 aprile 2010

 

 

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