Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8147 del 22/03/2019

Cassazione civile sez. trib., 22/03/2019, (ud. 15/11/2018, dep. 22/03/2019), n.8147

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23376-2012 proposto da:

IN.DA IMPRESE SRL, elettivamente domiciliato in ROMA VIA AUGUSTO

BEVIGNANI 9 STUDIO DE SIMONE G., presso lo studio dell’avvocato

ANTONIO GUANTARIO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE DI BARLETTA ANDRIA TRANI

UFFICIO LOCALE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 19/2012 della COMM.TRIB.REG. della PUGLIA,

depositata il 28/02/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/11/2018 dal Consigliere Dott. SAIJA SALVATORE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

All’esito di controllo automatizzato della dichiarazione presentata da IN.DA. Imprese s.r.l. per l’anno di imposta 2005, D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36-bis e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54-bis, vennero recuperati a tassazione con cartella di pagamento per omesso versamento del saldo IVA, complessivi Euro 94.693,34. Proposto ricorso dalla contribuente, la C.T.P. di Bari lo respinse con sentenza del 24.1.2011; la C.T.R. della Puglia, con decisione del 28.2.2012, rigettò l’appello della IN.DA. Imprese s.r.l., confermando la sentenza impugnata.

IN.DA. Imprese s.r.l. ricorre ora per cassazione, sulla base di due motivi, cui resiste l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo, si deduce omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 Lamenta la ricorrente che la C.T.R. non avrebbe tenuto conto dei motivi d’impugnativa da essa dedotti, in relazione alla motivazione della cartella impugnata, essendosi invece basata sugli argomenti offerti dall’Agenzia delle Entrate nell’ambito delle memorie di costituzione sia in primo che in secondo grado, che però divergono dalla motivazione predetta. Infatti, la cartella in discorso è stata emessa a seguito di controllo automatizzato per omesso saldo IVA anno 2005, e non – come affermato dall’Ufficio e dalla stessa C.T.R. – perchè trattasi di questioni inerenti ad un credito IVA dell’anno 2001, questione che esula dalla presente controversia.

1.2 – Con il secondo motivo, si deduce omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, nonchè violazione o falsa applicazione di norme di diritto, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5. Secondo la ricorrente, la C.T.R. non s’è espressa sul fatto che essa aveva riportato in detrazione nell’anno 2005 il credito IVA dell’anno 2002, per il quale era stata presentata istanza di condono tombale ai sensi della L. n. 289 del 2002, art. 9, e lo stesso credito era stato portato in detrazione negli anni successivi. Inoltre, prosegue la ricorrente, alla luce del principio di autonomia dei periodi d’imposta, il venir meno del credito d’imposta esplica i suoi effetti limitatamente all’anno al quale la dichiarazione si riferisce, non rilevando ai fini delle successive annualità alle quali esso dovesse essere in tutto o in parte rimandato.

2.1 – Entrambi i motivi, da esaminarsi congiuntamente perchè connessi, sono infondati.

La C.T.R. ha accertato che il credito IVA per cui è causa, relativo all’anno 2001, disconosciuto dall’Ufficio in sede di controllo automatizzato della dichiarazione Mod. Unico 2006, è da considerarsi inesistente, per due distinte ragioni: la prima, in forza del giudicato di C.T.R. della Puglia n. 76/6/10 del 26.2.2010, che ha definitivamente respinto il ricorso della società avverso il relativo recupero del credito annuale IVA, notificatole il 10.9.2007, confermando la decisione della C.T.P. di Bari n. 86/22/09 del 6.4.2009; la seconda, perchè è stato comunque verificato che, a fronte della fattura di acquisto del 2001, dell’importo di Lire 3.000 oltre IVA (da cui deriva il credito in discorso), non esiste alcuna registrazione di pagamento sul libro giornale ed in ogni caso risulta che il registro dei beni ammortizzabili è scritturato fino all’anno 2000 e tutti i beni della società vennero venduti nel medesimo anno d’imposta.

E’ quindi evidente che la decisione impugnata è esente da censure, giacchè si è correttamente ritenuto che l’Ufficio abbia regolarmente iscritto a ruolo, a seguito del controllo, il saldo dell’IVA, esposta nella dichiarazione Mod. Unico 2006, ma non versata a causa della (indebita) compensazione col detto credito, inesistente. Del resto, secondo condivisibile orientamento, “In tema di controlli delle dichiarazioni tributarie, l’attività dell’Ufficio accertatore, correlata alla contestazione di detrazioni e crediti indicati dal contribuente, qualora nasca da una verifica di dati indicati da quest’ultimo e dalle incongruenze dagli stessi risultanti, non implica valutazioni, sicchè è legittima l’iscrizione a ruolo della maggiore imposta ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54-bis, non essendo necessario un previo avviso di recupero” (così, Cass. n. 4360/2017; v. anche Cass. n. 4392/2018, in motivazione).

In tali casi, pertanto, è da ritenere che l’operato dell’Ufficio non abbia implicato una vera e propria attività valutativa, trattandosi in definitiva di verificare, semplicemente, la non spettanza del credito IVA sulla base di un fatto – l’inesistenza del credito – senz’altro noto alla contribuente, che era stata parte del giudizio relativo al recupero del credito stesso (poi definito dalla citata C.T.R. della Puglia n. 76/6/10), iniziato ben prima della notifica della cartella oggetto del presente giudizio. Del resto, la cartella riporta anche la dichiarazione rettificata e l’importo dell’IVA non versata (v. controricorso dell’Agenzia delle Entrate).

Quanto precede fa gioco, agevolmente, delle ulteriori questioni sulla autonomia dei singoli periodi di imposta, nonchè di quella relativa alla pretesa copertura del credito IVA in questione per effetto dell’adesione al c.d. condono tombale avvenuta per l’anno d’imposta 2002 (anno nella cui dichiarazione detto credito era stato anche riportato).

Infatti, il contrasto giurisprudenziale esistente in questa stessa Corte di legittimità è stato recentemente risolto da Cass., Sez. Un., n. 16692/2017, che ha affermato il seguente principio di diritto: “In tema di cd. “condono tombale”, l’Erario può accertare i crediti da agevolazione esposti dal contribuente nella dichiarazione, in quanto il condono – avendo come scopo il recupero di risorse finanziarie e la riduzione del contenzioso e non già l’accertamento dell’imponibile – elide in tutto o in parte, per sua natura, il debito fiscale, ma non opera sui crediti che il contribuente possa vantare nei confronti del fisco, che restano soggetti all’eventuale contestazione da parte dell’Ufficio”.

Da quanto precede, deriva quindi l’infondatezza delle censure mosse alla sentenza impugnata, e conseguentemente la correttezza dell’operato dell’Ufficio, che in sede di controllo formale D.P.R. n. 600 del 1973, ex artt. 36-bis e 36-ter e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54-bis, ha disconosciuto il credito IVA in questione a causa dell’accertata sua inesistenza, a prescindere dalla definizione agevolata della L. n. 289 del 2002, ex art. 9, di cui la contribuente aveva goduto. Ciò in quanto la fruizione del detto condono, appunto, non incide sui crediti vantati dal contribuente – che restano quindi assoggettati alle proprie regole di esercitabilità – ma solo sul debito fiscale di chi ne fruisce.

3.1 – Il ricorso è dunque rigettato. Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 15 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2019

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